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10 Calciatori passati ai “Rivali Storici”

10 Calciatori passati ai “Rivali Storici”

Si sa, il Calcio non è più quello di una volta, non esistono più –o quasi- le Bandiere, manca quel romanticismo che esisteva tempo fa… Ora che vi ho snocciolato due/tre cliché (seppur con un bel fondo di verità), vorrei parlarvi di quei giocatori che, dopo esser diventati “simboli” di una squadra, passano al team “avversario”, al “rivale” per eccellenza, creando un po’ di amarezza (termine eufemistico) nella tifoseria.

È vero che la carriera non si discute, che gli obiettivi sono importanti ma non tutti sembrano accettarlo: vediamo assieme 10 casi eclatanti di trasferimenti.

 

  1. Luis Figo: dagli Azulgrana ai Blancos

Nel 1995, nel Barcellona che si appresta a diventa Stellare, arriva un portoghese con un piede raffinato, un’intelligenza tattica eccellente e un coraggio da leone. Si chiama Luis Figo ed è destinato a vestire la casacca Azulgrana per cinque stagioni, dal ’95 al 2000, diventando anima e Capitano di quella squadra. 2 Liga, 2 Coppe del Re, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa Europea e 1 Supercoppa Spagnola. Nell’estate del 2000 Florentino Peres tenta la scalata alla presidenza del Real Madrid, promettendo di portare Figo tra le file dei Blancos. I catalani insorgono, il giocatore si affretta a smentire tutto. Come non detto: alla fine dell’Estate, il portoghese passa agli “odiati rivali” del Real per 140 miliardi di lire (cambio dell’epoca), diventando uno dei giocatori più pagati di sempre dalla società. Inutile dirvi quanto i supporter del Barcellona non prendano bene la notizia. Tra i vari insulti che vengono indirizzati al numero 10 delle “Merengues” ce n’è uno entrato nella storia: durante un “Clàsico” della stagione 2002/03, il portoghese si appresta a battere un calcio d’angolo. Dagli spalti, proprio vicino a lui, arriva una testa di maiale. Non penso ci sia bisogno di altre parole per descrivere il significato del gesto, non credete?

 

  1. José Altafini: Core’ngrato, dal Vesuvio alla Mole Antonelliana

Per sette anni, il talento italo-argentino di José Altafini indossò la maglia del Napoli, la numero 10, non una qualsiasi. Questo successe un decennio prima che la 10 diventasse “la Maglia” di Diego Armando Maradona. Dopo sette stagioni, a ben 33 anni (all’epoca, un’età in cui un giocatore era considerato nella sua fase calante), Altafini decise di cercare fortuna altrove. Peccato per i tifosi azzurri che José scelse di accasarsi a Torino, sponda bianconera. Se c’è una squadra che i napoletani non “amano”, di fatto, è proprio la Vecchia Signora. Non solo: arrivato in bianconero, Altafini fu determinante per la conquista dello Scudetto, proprio ai danni degli Azzurri di Napoli. Da qui nacque un soprannome che caratterizzerà il giocatore sino alla fine della sua carriera: “Core’ngrato”, parafrasando una delle più celebri canzoni scritte all’ombra del Vesuvio.

 

  1. Joao Pinto: dalle Aquile ai Leoni

Un attaccante che vide la sua carriera a rischio per via uno pneumotorace, conseguenza di uno scontro di gioco durante una partita con la sua Nazionale. Ma Joao Pinto non è solo questo, è tanto altro: dopo aver indossato diverse maglie (tra cui il Boavista e l’Atletico Madrid), nel 1992 approda a Lisbona, sponda Benfica. Con le Aquile biancorosse, Pinto milita per otto stagioni, diventandone il Capitano e uno dei punti di riferimento. La partita più bella, quella della vita, Pinto la gioca proprio con la maglia del Benfica nel “Derby de Lisboa” contro l’altra compagine cittadina, lo Sporting, a casa dei biancoverdi. Il match terminerà 3-6, con una tripletta del nostro. Otto anni di amore puro e incondizionato, sino alla viglia degli Europei 2000, quando Pinto e il Presidente delle Aquile si scontrano. Il contratto viene rescisso e Pinto sarà l’unico giocatore (il primo nella storia della Competizione) a partecipare pur non avendo un legmae con un club. Al termine dell’Europeo, arriva una chiamata. D’altra parte del telefono c’è lo Sporting. Pinto, pur di restare a giocare in patria, accetta la corte dei Leoni. I tifosi delle Aquile, però, lo accettano un po’ meno.

 

  1. Sol Campbell: dagli Hotspur ai Gunners

Sol Campbell è stato uno dei difensori inglesi più interessanti della sua generazione: tecnicamente non eccelso ma alto, forte nei colpi di testa, dal tackle spesso ai limiti della denuncia, un mastino d’area che non lasciava passare nessuno o quasi. Così forte che, ad appena 14 anni, approda nelle giovanili del Tottenham. Il Mister vuole affidargli da subito da fascia di Capitano, ma Campbell rifiuta: prima preferisce migliorarsi. Esordisce in prima squadra nel 1992 e, grazie alla sua grinta, nel 1998/99 ne diviene il Capitano. Idolo delle folle, ricambia l’amore degli “Spurs” sino all’Estate del 2001. Il contratto di Sol con il Tottenham è in scadenza e gli Spurs offrono, memori della “Sentenza Bosman” (la norma che permette ai giocatori appartenenti all’Unione Europea di potersi spostare, alla scadenza del contratto, gratuitamente in un altro club, a patto che faccia parte dell’UE), un ingaggio faraonico al difensore. Diversi sono i club che lo corteggiano, tra i quali il Barcellona e il Milan, oltre che gli eterni rivali del Tottenham, l’Arsenal. Alcuni mesi prima, quando a Campbell venne paventata l’ipotesi di indossare la maglia dei “Gunners”, esternò tutto il suo ribrezzo alla sola idea. Luglio 2001, conferenza stampa nel quartier generale dell’Arsenal: i giornalisti si aspettano Richard Wright, estremo difensore acquistato dall’Ipswich Town, invece… sorpresa delle sorprese, compare lui, Campbell, l’ex Capitano del Tottenham. Anche il numero scelto dal difensore è lo “storico” 23, che ha indossato, tra le file degli Spurs, per diversi anni. Minacce di morte, insulti xenofobi, cori di una violenza verbale indiscutibile: questo fu il trattamento che i suoi ex-tifosi gli tributarono alla prima occasione. L’epiteto più educato rivoltogli fu “Giuda Iscariota”. Giusto per rendere l’idea.

 

  1. Mo Johnston: come farsi odiare da due tifoserie in una semplice mossa

Può un giocatore riuscire a farsi detestare da due tifoserie contemporaneamente? Può, se si chiama Mo Jonhston. Il nostro è uno scozzese, attaccante di professione, nato a Glasgow. Ora, nella città scozzese o sei dei Celtic o sei dei Rangers: non esistono mezze misure, è inimmaginabile. Johnston milita nei Biancoverdi di Glasgow, cattolici, visto che anche lui appartiene a quella fede. Ci gioca per tre anni, con 140 presenze, 52 goal e una Coppa di Scozia, prima di trasferirsi al Nantes. Nel 1989, però, avviene il fattaccio: Johnston viene acquistato dai Rangers. Peccato mortale, di fatto: i Celtic bruciano le maglie e le sue fotografie, dall’altra parte, i supporter dei Ranger minacciano di non entrare più all’Ibrox (lo stadio dei Light Blue) poiché “contaminato” dal cattolico Johnston (i Ranger sono Protestanti). Con la squadra Blu, Johnston giocherà 100 partite, vincerà 4 trofei e segnerà 46 goal. Ma, in ogni caso, non sarà mai amato da tutta Glasgow. Per una volta, Celtic e Rangers sono d’accordo su una cosa. Potere dell’odio.

 

  1. Roberto Baggio: il Giglio “strappato” dalla Vecchia Signora

Una vera e propria Macchina dei Miracoli. Intelligenza, magia, tecnica, estro: a Roberto Baggio non puoi non fare miliardi di complimenti, tutti veri (tra l’latro). Nel 1990, durante l’Estate dei Mondiali, una trattativa mise a ferro e fuoco (letteralmente) Firenze: il suo pupillo, il talentuoso Baggio, stava per passare alla Nemica per antonomasia, la Juventus. Senza, ripeto, senza la volontà da parte del giocatore di trasferirsi. Dopo giorni infuocati, il trasferimento andò in porto. Alla conferenza stampa, sulle spalle di Baggio venna poggiata una sciarpa bianconera che lui, immediatamente, si tolse di dosso. Non il modo migliore per iniziare il rapporto ma per Roberto era una queatione di principio, di rispetto e affetto per il popolo Viola. Quando capitò lo scontro diretto tra le due squadre, venne assegnato un rigore alla Juve (Niente facili illazioni, vi prego). Baggio, semplicmente, si rifiutò di batterlo. Un Signore del Calcio in unepoca dove di Signori ce n’erano, ormai, davvero pochi.

 

  1. Carlos Tevez: l’Apache che attraversò Manchester

Agentino, dal telanto sopraffino, un combattente d’area: così si presentò Carlos Tevez il 10 agosto 2007, quando –dopo due anni nel West Ham – approdò al Machester United, alla corte di Sir Alex Ferguson. Con i “Reds” giocò per due anni, vincendo una Champions (contro il Chelsea) e perdendone un’altar (contro il Barcellona), siglando triplette e ritagliandosi un posto nel cuore dei tifosi dello United. Il 20 giugno 2009 –colpo di scena!- il Manchester ufficializza l’addio di Carlitos, il quale prepara le valigie e si sposta sull’altra sponda della città, dagli acerrimi rivali dei “Citizen”. Con la maglia del City, Tevez ci resta 4 anni. Tuttavia, ad ogni “Derby di Manchester”, i tifosi dei Reds non gliele mandano certo a dire. Non solo: all’ingresso dell’Old Trafford, lo stadio dello United, la società si mise a regalare una maglia a tutti coloro che avessero riportato la “32”, appartenuta all’Apache Carlito. Rancorosi ma onesti.

 

  1. Leonardo Bonucci: dalle strisce bianconere a quelle rossonere (e ritorno)

Caso tutto italiano e strano nella sua evoluzione. Leonardo Bonucci arriva alla Juventus nel 2010. Dopo poco tempo, assieme ad Andrea Barzagli e Giorgio Chiellini, forma il trio difensivo più roccioso d’Italia, oltre che nucleo della Nazionale. La “BBC”, così ribattezzata, conquista scudetti su scudetti e Leonardo è intenzionato a diventare una “bandiera” della Vecchia Signora. Tuttavia, nell’estate 2017, dopo 6 scudetti e un paio di finale di Champions perse, il rapporto tra Bonucci e la Juve s’interrompe in maniera brusca. E qui subentra il Diavolo tentatore di Milano: la nuova proprietà intesse una trattativa-lampo e Leonardo firma: passa ai rossoneri e ne viene nominato Capitano. A Torino, in mlti storscono il naso, gridando al Tradiemnto e chiamandolo “Mercenario”. A Milano c’è chi storce il naso lo stesso: la fascia di Capitano, quella di Franco Baresi e Paolo Maldini, addosso a un ex juventino? Mai! Insomma, la partenza non è buona, il proseguo peggio: il Milan di Montella non gira, le critiche piovono addosso a Bonucci, crocifisso dall’una e dall’altra tifoseria. Dodici mesi dopo, Bonucci ritorna tra le braccia della Vecchia Signora: perdonato (più o meno) dai fan bianconeri, dimenticato (ben presto) da quelli rossoneri. Scelte rabbiose, non sempre vantaggiose.

 

  1. Ashley Cole: dai Gunners ai Blues

Immagina di poter crescere calcisticamente nella squadra per la quale tifi e stravedi sin da bambino. Immagina di poterne indossare la maglia della prima squadra, calcare il terreno dell’Highbury. Parlo di Ashley Cole, terzino nato nel vivaio dei Gunners e destinato –come nelle favole- a vestire la maglia dei Gunners sino alla pensione, quasi come una seconda pelle. Però il Calcio non è una favola: nell’estate 2006 passa ai rivali di sempre, ai Blues del Chelsea. I tifosi dei Gunners non la prendono bene, per nulla. Il 12 dicembre dello stesso anno, Ashley incrocia la sua “vecchia fiamma”. I tifosi dell’Arsenal lo accolgono chiamandolo “Cashley”, fantasioso quanto chiaro neologismo. Infatti, l’unico motivo, secondo i tifosi, per il quale Cole ha deciso di andare al Chelsea è il Cash, i soldi. Non paghi, una pioggia di banconote false da 20£ piovono sul campo di gioco, al suo indirizzo. C’è da dire che, in quanto a mainifestazioni di sdegno, gli inglesei hanno una fantasia seconda a nessuno.

 

  1. Gabriel Cedres: il trasferimento “impensabile” in Argentina

La maggior parte di voi non si ricorderà (o non conoscerà proprio) Gabriel Cedrés. Centrocampista uruguagio, la sua carriera non avrebbe destato la nostra attenzione se non per “IL” particolare. Andiamo con ordine: nel 1994, dopo un’esperienza con l’Argentinos Juniors, Cedrés viene chiamato dal River Plate. Con la maglia de “Los Millonarios” disputa due stagioni e ben 72 presenze. Fin qui tutto bene, se non fosse che cambia squadra. E se hai indossare la maglia del River, quale squadra devi evitare come le peste (e viceversa)? Esatto, proprio il Boca Junior: ovvero, come renderti difficile la vita, visto che in Argentina River e Boca si detestano (e NON cordialmente). Non basta: con la maglia degli Xeneizes segna contro la sua ex squadra nel “Superclàsico” ed esulta. Roba da fare testamento diretto. Un po’ di anni dopo, lo stesso Gabriel dichiarerà: "Con il passare degli anni mi rendo conto della follia che ho fatto quando andavo da un club all'altro". Ma, soprattutto, Gabriel: mai esultare se, dall’altra parte, hai una delle curve (e delle tifoserie) più incandescenti del mondo. Potresti bruciarti.

 

Bonus. Johann Crujff: da Amsterdam a Rotterdam. Per rancore, solo per rancore

Se dici Cruijff, pensi alla maglia numero 14. Se pensi a un giocator che ha fatto la storia dell’Ajax, trascinandoli a vincere una Coppa Campioni dietro l’altra, pensi a lui. Sul principio degli anni ’80, dopo una parentesi statunitense, Johann tornò all’Ajax. I tempi erano cambiati, la dirigenza non lo reputava più così fondamentale e voleva dare più spazio ai talenti in erba, come Marco Van Basten, Ronald Koeman e Frank Rijkaard. Fu così che il 14 dei Lancieri, nel dicembre del 1982, alzò il telefono e chiamò Rotterdam. La città, rivale storica di Amsterdam, è a casa del Feyenoord, nemici giurati dai biancorossi. Immaginate le reazioni scioccate dei tifosi quando scoprirono che il loro Idolo, il Capitano di quella Nazionale che aveva incantato il Mondo nel 1974, era passato al “nemico”. Indossò la maglia numero 10 e stipulò uno strano accorod con la presidenza dei Riotterdammers: Per ogni biglietto venduto oltre i 20.000 (media spettatori del Rotterdam pre-Johann), avrebbe incasstao 5 fiorini. Beh, i tifosi arrivarono a frotte, riempendo lo stadio: circa 60.000 paganti ogni match in casa. Non solo: considerato finito dall’Ajax, Johann guidò il Feyenoord alla vittoria dello scudetto e della Coppa. Il tutto giocando da libero, ruolo insolito per lui, servendo una quantità mostruosa di palloni per la punta del “De club van het volk” (Il club del popolo), un certo Ruud Gullit. Ah, genio di un Cruijff.

Che siano stati tradimenti dovuti ai soldi, alla possibilità di raggiungere obiettivi prestigiosi, che siano nati per ripicca o per rabbia, questi sono 10 “Tradimenti” che sono passati alla Storia. E non tutti, come abbiamo visto, sono stati decisi dal giocatore protagonista.

Ma il Calcio è anche questo e lo spettacolo deve, sempre e comunque, andare avanti.

 

Alberto Cabon

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