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10 Coppe che non si giocano (perché non esistono più)

10 Coppe che non si giocano (perché non esistono più)

Erano belle, alcune –diciamoci la verità – più di altre. Meno nobili delle loro “blasonate” sorelle, erano comunque ambite.

Parliamo delle Coppe, dei tornei di club che avevano, come meta finale, il sollevare un trofeo e avere nel proprio nome inciso per sempre negli Annali del Calcio.

Oggi non esistono più: soppresse, soppiantate da altre, sostituite. Pronti per un altro tuffo nell’Oceano dei ricordi? Solleveremo 10 Coppe che non esistono più. Indossate la fascia da Capitano e preparatevi a giocare la Finale: la vittoria dipende da voi.

 

  1. Coppa Anglo-Italiana

Prendi un manager italiano trasferitosi nel Regno Unito, Gigi Peronace, una squadra che ha vinto la Coppa di Lega Inglese, lo Swindon Town e delle strane regole, quella della Football Association. È il 1969 e lo Swindon, team dell’omonima città, milita in 3rd Division. Nonostante un Gap evidente, batte nientemeno che l’Arsenal in quel di Wembley, aggiudicandosi la League Cup. Ma il regolamento della Football Association proibisce allo Swindon di approdare in Coppa delle Fiere (vedremo a breve anche lei, abbiate pazienza…), poiché milita in una serie “bassa”. Così il nostro Peronace si mette in moto e inventa il torneo. Inizialmente partecipano 6 squadre della Serie A italiana e sei inglesi, suddivise in 4 d 1st Division (l’attuale Premier), una di Second e lo Swindon. Dopo alcuni anni, il torneo ebbe problemi organizzativi: per questo, nel 1976 le squadre italiane che vi partecipavano erano semi-professionistiche, provenienti dalla Serie C. il 1980 vide la prematura scomparsa di Peronace, al quale fu dedicato il torneo. Dopo il 1985 (e i problemi legati alla finale di Champions di Bruxelles), il torneo perse valore. Ripristinato nel 1992/93, prevedeva 8 squadre italiane (le 4 retrocesse dalla Serie A e la 4 migliori della serie cadetta che non avevano centrato la Promozione), con tanto di finalissima a Wembley. Purtroppo, per mille problemi, la mancanza di nomi “risonanti”, il torneo terminò nel 1996, con la vittoria del Genoa. Credete che il grifone sia stata l’unica squadra italiana ad aver conquistato il trofeo? Nient’affatto: Roma, Cremonese e Brescia per i professionisti, Monza e Lecco tra i semiprofessionisti. Quando la Coppa cambiò nome, restò comunque prettamente in mani tricolori: Udinese e Triestina conquistarono l’Alitalia Challenge Cup, il Modena sollevò il Talbot Challenge Cup, mentre a festeggiare con il “Memorial Gigi Peronace” furono, oltre al già citato Modena, Cosenza, Francavilla, Pontedera e Piacenza.

 

  1. Coppa delle Fiere

Un torneo che avesse come protagoniste le squadre rappresentanti delle città dove si svolgevano le Fiere Industriali. Ecco l’idea alla base della Coppa delle Fiere, competizione europea tra club in vita dal 1955 al 1971. In 13 anni di attività, nove furono le squadre che si avvicendarono in vetta, con il Barcellona primatista assoluto. Tant’è che il trofeo è permanentemente in quel della città catalana anche se, a onor del vero, l’ultimo team a vincere il trofeo fu il Leeds United. Nel 1971 l’UEFA istituì l’omonima Coppa (che diverrà UEFA Europa League) e ciao, ciao Coppa delle Fiere. Tra le italiane che hanno sollevato uno dei trofei più importanti nel palmares di una squadra (almeno, secondo il parere della FIFA) ricordiamo la Roma (1960/61). La Juventus, giusto per iniziare una tradizione (ok, questa era cattiva…), centrerà due finali, perdendole entrambe.

 

  1. Coppa delle Coppe

Nel 1960/61, l’UEFA decise di creare un torneo che permettesse alle squadre detentrici delle Coppe Nazionali di potersi sfidare tra di loro ed eleggere, così, la più forte d’Europa (vincitrici di Coppe Nazionali, preciso). Dal 1973 al 1999, anno della dipartita della competizione, la vincitrice della Coppa delle Coppe aveva il diritto di essere ammessa nel “Gotha”, nella Coppa Campioni/Champions League. Mica male. Alcune regole, giusto per ricordarvi quanto fosse incasinato il calcio anche negli “anni d’oro”: se la detentrice della Coppa delle Coppe fosse già stata qualificata per la Coppa dei Campioni (successe ben 7 volte), il posto restava vacante, semplicemente. Se, invece, la vincitrice di una Coppa Nazionale si fosse già qualificata per la Coppa Campioni, il suo posto sarebbe stato preso dalla perdente della finale nazionale (Esempio pratico: nel 1987/88 il Napoli vinse sia la Coppa Italia sia il Campionato, qualificandosi di diritto alla Coppa Campioni. Al suo posto partecipò l’Atalanta, sconfitta dai partenopei nella finale di Coppa). Era una bella competizione, ambita, agguerrita: a detenere il record di trofei sollevati è il Barcellona, con 4 Coppe delle Coppe in bacheca. Tra le italiane ricordiamo la Fiorentina (che vinse la prima edizione) e la Lazio (che vinse l’ultima nel 1999). In mezzo il Parma di Asprilla, Zola e Nevio Scala, il Milan per 2 volte e la Juventus nel pre-Heysel.

 

  1. Intertoto

Nata nel 1961 con il nome di Internation Football Club, l’Intertoto Cup non ebbe inizialmente il benestare della FIFA, visto che era legata al “Toto”, alle scommesse sportive. Era un torneo prettamente estivo, che permetteva una vetrina continentale a squadre dell’Europa Centrale e Orientale. In seguito mutò nome e formula, ma mantenne sempre un certo fascino. Negli anni successivi al 1994 (sino al 2008/09), l’Intertoto UEFA Cup (questo il suo ultimo nome), vide la partecipazione di team che si erano qualificati –nei rispettivi campionati – appena sotto le posizioni “valide” per l’accesso alla UEFA, oltre che un’affluenza da parte di team dell’Europa Occidentale. Tra le italiane ricordiamo il Perugia, che partecipò nell’edizione del 1978 (giocata a maggio, per non interferire con i Mondiali Argentini) e che co-vincerà (eh, anno che cambi, regolamento che trovi…) nel 2003, assieme a Valencia e Schalke 04. Inoltre, nel biennio 1998-2000 (sempre con tre vincitrici tre) troveremo sempre una squadra italiana: nel ’98 il Bologna, nel ’99 la Juventus e nel Duemila l’Udinese. L’Intertoto Cup si spegnerà ufficialmente dopo il 2008, quando sugli scranni dell’UEFA salirà “Le Roi”, Michel Platini. C’est la Vie…

 

  1. Coppa Mitropa

Nata dalle ceneri della Challenge-Cup, torneo di calcio tra squadre dell'Impero austro-ungarico, disputato dal 1897 al 1911, la Mitropa (acronimo di MittelEuropa) prevedeva squadre dell’Europa centrale, come il nome vuole. La sua storia è travagliata al pari di quella europea di quegli anni. La prima edizione è del 1927 e vi partecipano team austriaci, jugoslavi, ungheresi e cecoslovacchi. L’anno dopo la Jugoslavia dà forfait e subentra l’Italia. L’edizione del 1938 vede le squadre austriache scomparire dalla competizione (del resto, anche l’Austria era scomparsa…pardon, annessa al Reich). L’ultima edizione, per molti anni, fu quella del 1940, iniziata quando già la guerra infuriava nel Continente. Cambiata, rimaneggiata, più volte riadattata, la Mitropa vide il suo effettivo canto del cigno nel 1992, quando le partite del torneo vennero disputate a Foggia. Per la cronaca, a sollevare per l’ultima volta il trofeo furono i rossoblù bosniaci del Borac Banja Luka. Le italiane lasciarono un segno nell’Albo d’Oro della Mitropa? Beh, sì: a guidare la classifica dei team dello Stivale troviamo il Bologna, che in bacheca ha 3 Mitropa. Un gradino più in basso, a quota 2, troviamo sorprendentemente il Pisa, mentre possono soffiare una sola Coppa Fiorentina, Udinese, Milan, Torino, Bari e Ascoli. Però, altro che “Coppa Campioni di Serie B”, come venne ribattezzata –tristemente- negli anni ’80.

 

  1. Coppa Latina

Possiamo definirla la “Mamma” della Coppa Campioni. Dal 1949 al 1957, anno in cui fu cancellata, la Coppa Latina fu la massima competizione europea per Club, la più prestigiosa. Nello specifico, ad accedervi erano le detentrici dei titoli Nazionali di Francia, Italia, Spagna e Portogallo. Dream Team quali il Benfica, Real Madrid, Barcellona, Milan, Juventus… a farla da padrona, nel complessivo, fu la compagine rossonera, che centrò due successi, un secondo e due terzi posti. Anche il Barcellona e il Real conquistarono due trofei. Tra le italiane, oltre al già citato Milan, ricordiamo la Juventus, la Lazio e il Torino, che non lasciarono un segno indelebile. Ormai era il 1957 e una nuova competizione era pronta già da due anni, dal 1955: la Coppa Campioni, aperta a tutti i team che avessero conquistato il rispettivo titolo nazionale, mandò in pensione un grande Torneo. Peccato.

 

  1. Mundialito

Più che una Competizione vera e propria, fu un gigantesco apparato di propaganda. Andiamo con ordine: nel 1980 l’Uruguay intendeva festeggiare, con un torneo creato ad hoc, il cinquantesimo anniversario della prima Coppa Rimet (la “vecchia” Coppa del Mondo), giocata nel 1930 in terra d’Uruguay e vinta proprio da “La Celeste”. Tutto molto bello, Signori miei: peccato che il tutto fosse stato organizzato da due personaggi “particolari”: in primis il Presidente del Peñarol, Washington Cataldi, seguito a ruota dal Presidente “de facto” della Nazione, Aparicio Méndez. Il primo appoggiava nettamente il secondo sin dagli albori degli anni ’70, quando Mendéz era divenuto capo dell’Uruguay (indovinate? Era un dittatore, ruolo assai diffuso nel Sud America del periodo). Già, l’Uruguay si trovava in una situazione simile a quella dell’Argentina del 1978: per “legittimare” la dittatura agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, si creò un torneo. Il Calcio aveva la funzione del “panem et circenses” dell’Impero Romano. Dopo questo sunto storico, passiamo ai fatti sportivi: al Mundialito (Nome completo e Ufficiale: Coppa d’oro dei Campioni del Mondo) parteciparono le Nazionali che avevano sollevato –almeno una volta- la Coppa Rimet (o l’erede, la Coppa del Mondo), ovverosia –rullo di tamburi- l’Uruguay (vincitrice nel 1930 e nel 1950), l’Italia (doppietta 1934 – 1938), il Brasile (1958, 1962 e 1970, l’ultima ai “danni” degli Azzurri), la Germania Ovest (1954 e 1974, in casa propria), i campioni del mondo in carica dell’Argentina (1978) e l’Inghilterra (vittoriosi a casa loro nel 1966). Proprio i sudditi di Sua Maestà declineranno l’invito (eufemismo) a partecipare: al loro posto, verranno invitati gli Oranje dei Paesi Bassi (nessun titolo, ma due volte finalisti: 1974 – 1978), preferiti a Cecoslovacchia (finalista nel ’34 e nel ’62) e Ungheria (in finale nel ’38 e nel ’52). Molte critiche piovvero sul Mundialito: dai diritti televisivi comprati dalla Fininvest (che non aveva i mezzi per trasmetterli e li rivendette alla RAI a peso d’oro a interpellanze parlamentari (Paesi Bassi) e documenti firmati da più di 40 giocatori (Italia. Va detto che, alla fine, solo due tra i firmatari restarono sulle loro posizioni: il difensore romanista Santarini e l’allenatore della Lazio Castagner. NdA). Il Mundialito venne vinto dall’Uruguay (come l’Argentina nel ’78), che batté in finale il Brasile di Toninho Cerezo, futura conoscenza del calcio italiano. A proposito di calcio italiano: il Mundialito fu il torneò che lanciò Waldemar Victorino, capocannoniere del torneo con la maglia dell’Uruguay e arrivato –due anni dopo-alla corte del Cagliari di Amarugi. “El Piscador”, questo il suo soprannome, non era altro che l’ombra del campione visto in patria. Finirà ben presto la sua vicenda italiana ma non le leggende metropolitane legate al suo nome: sapevate che si pensava che il Victorino arrivato nell’Isola fosse… il fratello maggiore?

 

  1. Coppa Lipton (Trofeo Sir Thomas Lipton)

C’era una volta un imprenditore di fama mondiale, conosciuto ancor ‘oggi per il suo thè. Voi, cresciuti negli anni ’80 del XX secolo ricorderete Dan Peterson che sorseggia del the freddo ed esclama: “Lipton Ice Tea… feeeenomenale!”. Ecco, parliamo del Papà del Thè, Sir Thomas Lipton, il quale creò un trofeo chiamato “Trofeo Sir Thomas Lipton”, giusto per un goccino di megalomania. Due furono le edizioni, giocate entrambe a Torino, in cui parteciparono alcune selezioni create ad hoc (vedi la “Selezione Italia”: un mix tra giocatori della Juventus, del Torino e del Piemonte, mentre gli inglesi crearono una selezione denominata “West Auckland Town”. Furono questi ultimi a conquistare il trofeo nel 1909, battendo i tedeschi del Kickers Stoccarda e autodefinendosi “I primi Campioni del Mondo”. Di fatto, non hanno del tutto torto. Due anni dopo, nel 1911, si giocò la seconda edizione: gli Inglesi si presero il lusso di battere i granata del Torino per 2-3; in finale inflissero un sonante 1-6 agli altri padroni di casa, la Juventus. Il trofeo venne assegnato definitivamente alla compagine inglese. Nel 1994, la Coppa venne rubata, peccato.

 

  1. Coppa Intercontinentale

Prendi la squadra detentrice della Coppa Campioni, massimo trofeo europeo per club e falla scontrare con la sua omologa latinoamericana, detentrice della Copa Libertadores. Questi erano gli ingredienti principali della Coppa Intercontinentale, torneo che – dal 1960 al 2004 – premiava la squadra più forte del Mondo, o giù di lì. Prima di essere soppiantata dall’attuale Coppa del Mondo per Club FIFA, la Coppa Intercontinentale vide le più blasontae squadre del Vecchio e del Nuoovo Mondo darsi battaglia. A volte, infatti, il tutto diveniva una vera e propria battaglia: nel 1969, la finale tra Milan ed Estudiantes finì a mazzate, con il rossonero Combin… combinato per le feste (perdonate il gioco di parole, ma non potevo non farlo). Negli anni ’70 diverse finaliste europee rifiutavano di partecipare alla competizione, spaventate dalla focosità dei team e del pubblico sudamericano, cedendo il proprio posto alla squadra che avevano battuto in finale di Coppa Campioni. Fu così che l’Atletico Madrid, nel 1974, divenne Campione Mondiale pur non avendo sollevato il trofeo continentale di riferimento. Le italiane, in Coppa Intercontinentale, si seppero far valere, nonostante alcune sconfitte clamorose e inaspettate. In prima posizione, con 3 Intercontinentali, troviamo il Milan (due successi di seguito durante i primi anni di Sacchi e Berlusconi); Inter e Juve si fermano a quota 2.

 

  1. Coppa Rimet

Terminiamo questo viaggio con il trofeo più conosciuto tra quelli appena citati, sicuramente il più prestigioso. Parliamo della Coppa intitolata a Jules Rimet e che serviva a premiare le Nazionali di Calcio vincitrici della massima competizione: i Mondiali. Andiamo con calma. Jules Rimet era il Presidente della FIFA che approvò l’idea di una Competizione tra Nazionali a livello mondiale. Era il 1928: da lì si decise di accettare la candidatura dell’Uruguay per i primi Mondiali, quelli del 1930, centenario dell’indipendenza del paese sudamericano. Coppa di pregevole fattura, raffigurante la Vittoria Alata in perfetto stile art decò, si decise che sarebbe stata assegnata definitivamente alla Nazionale che avrebbe vinto il torneo iridato per 3 volte. Nonostante alcuni momenti di puro panico legati al trofeo (durante la Guerra si trovava in Italia e fu salvata miracolosamente, durante Inghilterra ’66 fu rubata e ritrovata da un cagnolino per caso, oltre che alla leggenda che vuole la Coppa portatrice…di sfiga), nel 1970, durante i Mondiali Messicani, fu assegnata definitivamente. A ottenerla fu il Brasile, battendo in semifinale l’Uruguay e in finale l’Italia (sia la Celeste che gli Azzurri avevano vinto –come il Brasile- già due titoli Mondiali). Dai mondiali successivi, quelli del 1974, venne assegnato un nuovo trofeo, la Coppa del Mondo. Il nostro romantico e artisticamente splendido trofeo rimane in bacheca, simbolo di un calcio che è ormai storia.

 

C’è chi ha sancito il migliore al mondo, fosse club o Nazionale. Chi è stato inventato ad hoc per calmare le acque o accontentare dei blasonati club delusi dal proprio Campionato. In ogni caso, hanno fatto la Storia: la nostra di tifosi, oltre che offrire –a chi difficilmente avrebbe potuto arrivare in cima al Mondo- dei veri e propri momenti di Gloria.

 

Alberto Caboni

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