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10 Squadre straniere fondate da Italiani

10 Squadre straniere fondate da Italiani

Italiani: popolo di santi, poeti e navigatori ma anche di migranti. In particolar modo, tra la seconda metà del 1800 e la prima metà del 1900, furono milioni i cittadini del Bel Paese che salirono sui transatlantici e cercarono di crearsi una nuova vita e un futuro nel Nuovo Mondo.

Non solo: una volta insediatisi nelle varie Nazioni che compongono il Continente Americano (o i Subcontinenti dell’America del Nord e dell’America Latina), quasi per sentirsi ancor più a casa, fondarono diverse squadre di calcio, alcune delle quali –credetemi- le avete almeno sentite nominare.

Preparate i bagagli e salite assieme a me per un viaggio nel Nuovo Mondo!

 

  1. Argentina - Dall’Italia alla Boca: l’avventura dei “Xeneises”

3 aprile 1905, periferia di Buenos Aires, la più “italiana” delle città sudamericane. Un gruppo di ragazzi genovesi (tutti proveniente da Boccadasse, antico borgo marinaro della città ligure) si ritrova in una casa del quartiere de “La Boca”, con l’idea di fondare un club calcistico. Il nome nasce dal luogo in cui si trovano e vivono, “Boca”, per l’appunto e dall’aggettivo inglese “Juniors”, per dare un tocco d’eleganza internazionale al tutto. Come divisa adottano i colori bianco e nero, almeno sino al 1907. Stanchi del binomio cromatico, i fondatori (Alfredo Scarpatti, Santiago Sana Juan Farenga, Teodoro Farenga, Esteban Baglietto) si recano, in cerca di ispirazione, verso il porto della città. Giunti al faro (gestito da Sig. Bricchetto, anche lui italiano), decisero che avrebbero adottato i “colori sociali” della prima nave che sarebbe transitata davanti al faro. Caso volle che la prima imbarcazione avvistata fu la “Drottning Sophia”, battente bandiera svedese, ovvero giallo e blu. Da quel momento in poi i genovesi, anzi gli “Xeneises” (Genovesi in lingua spagnola) indossano con orgoglio quei colori, portando comunque un po’ d’Italia nel cuore. E il Boca è nel cuore di tanti italiani: uno su tutti, un certo Daniele e Rossi, bandiera della Roma che ha militato per 6 mesi nella compagine.

 

  1. Brasile - Il tricolore sventola su San Paolo (sino al 1942)

San Paolo, 12 milioni di abitanti e un melting pot davvero unico. Oltre 6 milioni dei “Paulistanos” hanno un background italiano, essendo immigrati o figli di migranti. Nel 1914, più precisamente il 13 agosto, Vincenzo Ragognetti e altri 46 cittadini (tra i quali Luigi Cervo, Luigi Marzo ed Ezechiele Simone), indirizza una lettera al Direttore del “Fanfulla”, giornale italiano, nella quale propone l’idea di fondare un club “composto unicamente da sportsman italiani”. Tempo un mese ed ecco la “Palestra Italia”, polisportiva con tesserati immigrati dal Bel Paese, che risiedevano prevalentemente nel quartiere “Brás”. Inizialmente il club adottò una divisa tricolore, per ricordare le origini dei fondatori: verde, bianco e rosso. Nel 1942, quando anche il Brasile entrò in guerra, si schierò con gli Alleati. Per dimostrare le distanze prese nei confronti dell’Italia fascista, vi furono diversi cambiamenti. Il primo fu nei colori sociali: scomparve il rosso e il bianco restò in minima parte; sarà il verde a diventare la tonalità predominante, nonché uno dei soprannomi del club, "Verdão" (Verdone). Il cambiamento maggiore sarà legato al nome: Palestra Italia cederà il passo a Palmeiras, dal nome di un’associazione sportiva da cui provenivano diversi calciatori del team. Scomparirà anche la “I” di “Italia” dallo stemma ma non dalla sua centenaria e gloriosa storia.

 

  1. Uruguay - I piemontesi del “Fiume d’Argento” (ma galeotti furono gli inglesi)

Montevideo, capitale dell’Uruguay, 28 settembre 1891. Gli impiegati e gli operai della “Central Uruguay Railway”, azienda che stava costruendo la rete ferroviaria nel Paese, fondano un club sportivo. Il “Central Uruguay Railway Cricket Club”, conosciuto più semplicemente con l’acronimo “CURCC” prevede 118 componenti iniziali: 72 inglesi (la Central era stata fondata proprio da loro), 1 tedesco e 45 uruguagi. Il club, che si interesserà subito (1892) al calcio, era chiamato anche Peñarol, in onore di quartiere cittadino che sorgeva a 10km dal centro di Montevideo fondato da italiani, più precisamente dalla famiglia Crosa, originaria di Pinerolo, Piemonte. Dopo diversi anni (siamo nel 1913), il CURCC era conosciuto per la focosità dei suoi tifosi e per alcuni episodi “borderline”: giusto per fare un esempio, un gruppo di supporters gialloneri (Aurinegros) appiccherà un incendio sul vagone dove si trovava la squadra avversaria. Alla fine, il club cambierà denominazione prima in CURCC Peñarol per divenire, nel marzo 1914, il Club Atlético Peñarol. In questa “rifondazione” gli italiani ebbero un ruolo principe, in particolare tre di loro - José Pedro Damiani, Washington Cataldi e Gastón Guelfi – furono tra i primi Presidenti dell’equipe. E l’Italia è rimasta nel cuore dei “Carboneros”: nell’Apertura 2019, la squadra conquista il titolo grazie alla guida di Diego Lopez (bandiera del Cagliari Calcio, uruguagio di Montevideo e sardo d’adozione) e del suo vice, il sorsese Michele Fini.

 

  1. Cile - L’Audax tricolore nella terra di Neruda e Allende

Il Cile è una sottile striscia di terra, stretta tra il Pacifico e la Cordigliera delle Ande. Un clima variabile, dall’estrema aridità del Nord (Vi dice nulla il Deserto di Atacama, una delle zone più aride del Pianeta?) sino al clima mediterraneo del Cile centrale. Proprio per via del clima, così vicino a quello italiano, che diversi abitanti dello Stivale emigrarono qui e il 30 novembre 1910 alcuni di loro fondarono l’Audax Club Ciclista Italiano. Fu nel negozio di cappelli di Alberto Caffi che la magia avvenne. Nel 1922, dopo che in Cile il calcio aveva –pian piano- assunto un ruolo importante, il club cambiò denominazione in “Audax Club Sportivo Italiano”. La squadra, chiamata dai tifosi “Los Tanos” (“Gli Italiani” in slang) ha adottato due dei tre colori della bandiera italiana, verde e bianco, mentre non vi è traccia del rosso. Nel 2007, il nome della squadra è diventato “Club Deportivo Audax Italiano La Florida”, in riferimento al comune sito nella regione di Santiago, la Capitale cilena.

 

  1. U.S.A. – Gli azzurri di Little Italy

Chi dice Little Italy o Brooklyn dice Italia, in quel di New York. E gli italiani, che in America ci sono arrivati a frotte, con valigia in cartone e bagagli di speranze, nel 1949 decisero di creare un club che riportasse, nei colori sociali, l’azzurro, ossia il colore della Nazionale Italiana. E non solo: quando John DeVivo creò la squadra, la ribattezzò patriotticamente “Brooklyn Italians Soccer Club”. Da allora il club ha militato in diversi campionati (all’epoca negli USA non esistevano tornei professionistici) e cambiato diversi nomi. Dopo il primo, che vi ho appena scritto, il team divenne “Inter-Brooklyn Italians” durante il campionato 1961-1962; l’anno dopo semplificarono il nome in “Inter Soccer Club”. Nel 1963-1964 diventa, stranamente, “Boca Juniors” per poi assumere, dal ’64 al ’91, il nome (più americanizzante) “Brooklyn Dogders S. C., oltre che una divisa verde e bianca Nel 1991 ritorna il nome originale e –con lui- anche la maglia azzurra. Giusto per ribadire la sua origine, gli ultimi tre “Coach” sono stati italiani: uno di loro, Joe Barone, è il braccio destro di Rocco Commisso, patron (pensa te!) italo-americano della Fiorentina. (Ricordi la storia della morte e rinascita della Fiorentina con il nome di “Florentia Viola”? Clicca qui e scopri cosa successe).

 

  1. Australia – Guglielmo Marconi e l’eredità dei Vieri: da Bob a Bobo

Da una terra ricca di immigrati italiani all’altra, dagli Stati Uniti all’Australia, da un emisfero all’altro. Comincia così l’avventura degli italiani in terra australe, complice un illustre connazionale, Guglielmo Marconi. Fu lui che il 22 settembre 1918 tramise il primo messaggio dalla Gran Bretagna all’Australia, da un capo all’altro del mondo, accendendo –a distanza- le oltre 2.800 lampadine colorate che decoravano il Municipio di Sydney. Nel 1956 nasce ufficialmente il club “Marconi Fairfield”, inizialmente concepito come ritrovo per giocare a “Bocce” e che prendeva il nome (oltre che dall’inventore italiano) dal sobborgo di Sydney, Fairfield, dove si trova il suo stadio. Chiamati “The Azzurri” per via della loro caratteristica divisa, gli “Stallion” (il nome è cambiato in seguito) sono stati la squadra dove ha esordito (nelle giovanili) Christian “Bobo” Vieri e dove ha militato suo padre Roberto “Bob” dal 1977 al 1981 e nel 1982, anno in cui smetterà col calcio giocato. Sembra proprio una storia Made in Italy: la squadra dove smise il padre sarà la prima squadra dove decollerà la carriera del figlio.

 

  1. Estonia – i Rumori che ti sorprendono sono Made in Italy

Estonia, una delle ex Repubbliche Socialiste Sovietiche (parlo a colore che ricordano ancora l’URSS. Non siamo vecchierelli, è la Storia che corre troppo veloce…), meta di diversi italiani che si sono creati un nuovo futuro. Vuoi per lavoro, vuoi per studio, vuoi per amore o per un mix di tutti e tre gli ingredienti, gli italiani sono presenti. E dove c’è un gruppo di italiani, campi verdi e una palla, che vuoi che succeda? Esatto: si fonda una squadra di calcio. La “Rumori Calcio” nasce nel 2015 come squadra a livello dilettantistico, per divertirsi e passare assieme il tempo. Capita che, visto il regolamento della Coppa Nazionale di calcio, possa succedere che un “Davide” si trovi a front3eggiare “Golia”, in questo caso una delle poche squadre della Massima Sere, di quelle che riescono a stipendiare i propri giocatori. E può succedere, proprio come nelle favole o nelle leggende, che il piccolo batta il grabde, che il povero batta il ricco e balsonato. Così è successo: nel 2018, “Rumori” batte il “Merkuur Tartu”, squadra professionistica e accede ai sedicesimi di finale della Coppa. Se non è un miracolo questo, poco ci manca. Attualmente il Club milita in una lega creata ad hoc dalla Federcalcio baltica per dare più “respiro” ai team e meno regole. Chissà che da quel maelstrom non esca fuori una nuova Big. Ma soprattutto, chissà che il “Rumori Calcio”, dall’ossatura tricolore e che ha accolto, in varie riprese, giocatori provenienti da 22 stati diversi, non possa un giorno sventolare il tricolore nella “Meistriliiga”.

 

  1. Venezuela – Il Deportivo che cambia nome (e gli italiani non ci stanno)

Circa 1.000.000. Questo è il numero degli italiani che, soprattutto durante la fine dell’Ottocento, il ventennio Fascista e l’immediato Dopoguerra, sono arrivati in Venezuela partendo dal Belpaese. Ovviamente portando con loro un pallone da calcio. Il resto è pura storia, fantastica e avvolta nella leggenda come solo il Sudamerica, l’America Latina sa regalarci. È l’agosto del 1948 e a Caracas, capitale della Nazione Boliviana, sta per nascere il “Deportivo Italia”. I fondatori sono un gruppo di immigrati italiani: Carlo Pescifeltri, Lorenzo Tommasi, Bruno Bianchi, Giordano Valentini, Samuel Rovatti, Angelo Bragaglia, Giovanni di Stefano, Alfredo Giuseppe Pane e Sacchi. Già alcuni anni dopo, il Deportivo è amato dai tifosi e indossa la divisa azzurra. “Les Azules” vivranno il loro periodo d’oro grazie a due fratelli, Mino e Pompeo D’Ambrosio, nativi di Campagna, provincia di Salerno. Sarà soprattutto Mino l’artefice di 4 titoli nazionali, 3 Coppe e un piccolo, grande miracolo. Avete mai sentito parlare del “Pequeño Maracanazo”?  Ispirato all’inaspettata sconfitta che il Brasile subì ad opera dell’Uruguay ai Mondiali Brasiliani del 1950, dove i verdeoro persero faccia e titolo Mondiale, il “Piccolo Maracanazo” vede il nostro Deportivo battere il Fluminense 1 -0. A casa loro, a Rio, al Maracanā. Basta questo per essere felici. Dopo la scomparsa dei fratelli D’Ambrosio, il club verrà acquistato dal Municipio di Chacao, comune vicino a Caracas, cambiando nome il “Deportivo Chacao”. Acquistato dal gruppo Parmalat di Callisto Tanzi nel 1996, il nome verrà ulteriormente cambiato, per ricordare le origini italiane, diventando il “Deportivo ItalChacao”. La crisi vera e propria si avrà nel 2003, dopo il crack Parmalat. Anni difficili che portano il club a rifugiarsi a Petare, quartiere della Capitale, per ripartire da zero con un progetto legato al calcio sociale. Anche il nome. –ancora una volta – cambia e la squadra diventa il “Deportivo Petaré”. Ma la decisione, da anni, non va giù alla comunità italo-venezuelana, che si sente defraudata di quella squadra che ricorda, in tante cose, la casa da dove si è partiti tanti anni prima, un ponte tra due cultura molto vicine e molto lontane (ameno in miglia).

 

  1. Canada – Mr. Saputo, che Impact ha avuto a Montreal

Spazi immensi, un territorio che va da un Oceano all’altro. A nord degli USA sorge il Canada, terra di ghiacci, foreste e sport. Il calcio non è tra gli sport più gettonati (l’Hockey su ghiaccio è decisamente il Top) ma in quel di Montreal, nel Canada francofono (leggi Québec), “Le Bleu-Blanc-Noir” domina. È la squadra degli Impact, fondata nel 1992 da Mr. Joey Saputo. Sì, l’attuale proprietario del Bologna Calcio, proprio lui. La squadra, che gioca nel suo stadio di proprietà (Stade Saputo, giusto per togliere qualsiasi dubbio), milita nell’attuale MLS e ha visto diversi giocatori del Belpaese indossare la sua maglia. E non vi parlo certo di sconosciuti: Bernardo Corradi, Marco Di Vaio, Alessandro Nesta e Matteo Ferrari. Non male, Mr. Saputo.

 

  1. Bolivia – La squadra della Polizia veste il tricolore

Sembrerà strano come titolo ma il club di cui vi parlo ha questo curioso soprannome, “El equipo de la Policia”, per l’appunto. È il 23 marzo del 1932 e il club nasce in quel di La Paz, Capitale della nazione Latinoamericana. Molti dei fondatori sono italiani, da qui l’idea di usare come colori sociali il verde, il bianco e il rosso. Nasce il Club Deportivo Litoral. In più, Evo Morales, che di professione è stato Presidente della Repubblica per tre mandati consecutivi, venne tesserato tra le fila del Litoral: maglia numero 10, era un centrocampista arretrato. Un po’ come se Obama avesse deciso di farsi ingaggiare dagli Yankees, per dire.

 

Che dire? Ovunque ci sia una nutrita comunità di italiani è nata una squadra di calcio. Alcune hanno lasciato (e lasciano) tuttora un segno indelebile nella storia di questo sport. Perché il calcio è unione, è comunitario, va oltre tutte le barriere.

È questo lo sport che ci piace, ci appassiona e ci fa sentire un po’ a casa, anche se viviamo a migliaia di km dalla Penisola. Dedicato a tutti coloro che, presa una valigia, si sono trasferiti altrove, con coraggio e determinazione.

 

Alberto Caboni

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