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Arthur Conan Doyle – Ucciderò Sherlock Holmes

Arthur Conan Doyle – Ucciderò Sherlock Holmes

1891, Regno Unito. Un medico con pochi pazienti e che ha raggiunto il successo, la fama e la notorietà grazie a un’altra professione, scrive una lettera a sua madre:

“[…] Sto pensando di uccidere Sherlock Holmes. M'impedisce di pensare a cose migliori. […]”

Il trentaduenne che impugna penna e calamaio e scrive con enfasi queste frasi non è né uno squilibrato né tantomeno un mitomane di alcuna specie. In effetti, è l’unico uomo su questa Terra ad aver il potere di uccidere il Detective che risiede in quel di Baker Street, 221b.

È il padre del personaggio, il Dottor Arthur Conan Doyle e questa è la storia di un omicidio premeditato e di una resurrezione “forzata”, di un rapporto difficile tra un omone che voleva scrivere romanzo storici alla “Ivanhoe” e di un affilato e deduttivo investigatore di inchiostro e carta.

The Game is Afoot, come direbbe proprio Holmes. Andiamo.

 

Da passatempo alla fama: la genesi di Sherlock e la frustrazione di Arthur

Già, ma come arriva il creatore di un personaggio ad averne le tasche sì piene da decidere di ammazzarlo, compiendo di fatto un omicidio (o un figlicidio, secondo i punti di vista)? Lasciate che il nostro racconto torni indietro di qualche anno. È il 1886 è il ventiseienne Arthur Conan Doyle è un medico di base nella (mica tanto) ridente località di Portsmouth, nella frazione di Southsea che si trova a tre miglia dal centro città. I pazienti non abbondano e al nostro giovane Dottore ha tanto tempo da riempire in qualche attività costruttiva. Visto che la scrittura (e la lettura: Conan Doyle divorerà tonnellate di libri) lo appassiona, comincia a tratteggiare il personaggio di un Detective. Di Investigatori ce ne sono sin troppi sulle pagine del Paperback da pochi soldi ma sono scadenti (Sia a tipologia di libro, visti i costi, sia i personaggi). Troppo esili le trame, troppo scontati i colpevoli e le soluzioni. Arthur ha in mente qualcosa di ben diverso e qui, dai recessi della memoria, sbuca fuori il Dottor Professor Joseph Bell, docente in quell’Università di Edimburgo, dove Arthur diviene Medico.

Il Professor Bell utilizzava un metodo davvero particolare per “studiare” i propri pazienti: il metodo deduttivo. Osservava le caratteristiche fisiche, gli abiti, alcuni particolari e tic che –a un occhio disattento – non sarebbero saltati all’occhio. Ma il Dottor Bell, attento e preciso, riesce a farsi un quadro generale del paziente grazie a queste osservazioni, utile per l’anamnesi.

E se, immagina Conan Doyle in quei lunghi pomeriggi senza pazienti, esistesse un Investigatore, un personaggio “borderline”, non facente parte delle Forze dell’Ordine, un acuto osservatore della realtà e conoscitore di quella cipolla a mille strati qual è la Londra tardo Vittoriana. Uno capace di “abdurre” e non “dedurre” (ovvero, trovare la giusta pista grazie all’osservazione e alle sue infinite conoscenze).

Modifica un po’ di lì, cambia il nome di qua, trovagli un degno Partner (il Dottor John H. Watson) ed ecco Sherlock Holmes. La prima prova, Holmes & Doyle, non la superano a pieni voti. “Uno Studio in Rosso”, primo romanzo della premiata coppia viene pubblicato nel 1888 ma non vende quanto sperato. Per Conan Doyle –ma soprattutto per il suo Detective- potrebbe essere la pietra sulla carriera da scrittore di romanzetti per l’uno e quella tombale per l’altro ma il Fato ha in mente ben atri piani per i due.

In questo caso, il Fato ha il volto e le sembianze di Joseph Stoddart, editore del “Lippincott’s Monthly Magazine”, uno dei mensili più in voga e apprezzati del periodo. È il 1889 e Stoddart si trova a cena con il nostro Doyle e un certo Oscar Wilde. Sarà Stoddart a convincere Arthur a provare una seconda volta: un secondo romanzo con protagonista Holmes e il suo fido biografo Watson. Per inciso: durante quella cena, quel genio stratega di Stoddart convincerà Wilde a scrivere il primo e ultimo romanzo della sua vita, “Il ritratto di Dorian Gray”.

La seconda avventura del duo Holmes & Watson si intitola “il disegno dei Quattro” e proietta Conan Doyle tra gli scrittori che appassionano di più. Soprattutto è Holmes, con quella sua aria da maledetto saccente dai vizietti vittoriani, ad appassionare i lettori. I quali, va detto, si rivedono in tutto e per tutto nella figura di Watson: normalmente intelligenti, devono cedere il passo e risultare dei baccalà ogni qualvolta che si trovano al fianco di lui, del sommo abduttore, dell’osservatore… insomma, di Sherlock.

Parlavamo di vizietti poc’anzi non senza cognizione di causa: Holmes vive –incertezza del mondo lavorativo anche allora- periodi in cui il su genio non è richiesto (o in cui lui non trova nessun caso al quale lavorare poiché troppo noiosi e ordinari). In quei giorni un po’ così, anziché leggersi un buon libro, si dedica ad altre pratiche, molto Vittoriane. Si inietta endovena una soluzione di cocaina al 7% (Sulla base di questo dato Nicholas Meyer, uno dei migliori autori di storie Holmesiane, scriverà “La soluzione sette per cento” che ci regalerà un ritratto inedito e “non canonico” del Detective), oppure decide –patriotticamente- di sparare una delle pareti di casa sino a creare le due lettere “V.R”, ossia “Victoria Regina”.

Il nostro Detective riscuote successo, tanto da portare Arthur a scrivere diversi racconti (Le Avventure di Sherlock Holmes) e a lavorare di meno –suo malgrado- ad altri progetti letterari di peso ben maggiore per il nostro. Un esempio palese è il cosiddetto “Ciclo di Sir Nigel”, un’opera che vedrà uscire ben tre romanzi, ambientati nel 1400 inglese, sulla falsariga del romanzo storico che vede in “Ivanhoe” di Sir Walter Scott l’esponente di spicco del periodo. Anche Conan Doyle ha in mente una bella storia e studia, compie ricerche approfondite, si documenta affinché i suoi romanzi (Quelli in cui crede fermamente) siano assolutamente veridici.

Ma la produzione Holmesiana e la sua continua richiesta da parte degli editori porta il nostro Arthur ad odiare profondamente il suo personaggio. Di fatto, vive “La Sindrome del Personaggio”, in cui s’identifica l’intera produzione (letteraria) e la carriera di un autore con un singolo personaggio. Esempio? Se vi dico Poirot pensate ad Agatha Christie, se vi dico J.K. Rowling vi verrà in mente Harry Potter. Un po’ quello che capita, al giorno d’oggi, agli attori che interpretano un ruolo per troppo tempo: restano “intrappolati” nel personaggio.

Nel caso di Conan Doyle, c’è un’illustrazione di Bernard Partridge che riassume il rapporto Arthur-Sherlock: il grosso e corpulento Conan Doyle (Oltre 1,90 di ragazzone, rugbista provetto per intenderci) tenuto incatenato da un piccolo e aguzzo Sherlock Holmes. La nostra narrazione ci riporta a quelle righe di frustrazione scritte da Arthur e indirizzate alla madre, la quale –utilizzando tutta l’influenza che una madre ha- impone “dolcemente” al figlio di non uccidere l’investigatore privato, di fatto proibendoglielo. E, seppur per poco, Sherlock fu salvo.

Nel frattempo Louise, moglie di Arthur affetta da tubercolosi, necessita di cure, di un clima migliore rispetto a quello londinese. Così i Doyle, preparate valigie e bauli, partono per la Svizzera, direzione Davos. Sarà in terra elvetica che Arthur lascerà il segno in due modi. La prima sarà nell’introdurre l’uso degli Sci. Sì, avete letto bene: se la Svizzera oggi è uno dei paradisi degli sciatori è anche grazie al nostro scozzese corpulento. Ma è decisamente un altro fattore che collega Arthur, la Svizzera e il suo amato7odiato Sherlock. Dopo un’escursione, Conan Doyle s’imbatte nella Cascata del Reichenbach, maestosa e terrificante. E se, inizia la sua produttiva e laboriosa mente. E se Sherlock si scontrasse col suo acerrimo nemico, con un Oscuro burattinaio col quale si scontra da anni, con il “Napoleone del crimine”, per citare lo stesso autore? E se l’avventura si sviluppasse da Londra sino alla Svizzera e, in particolare, alla Cascata?

Ci vorranno due anni, ma nel 1893 l’autore consegnerà “The Final Problem” agli Editori dello Strand Magazine. La storia, casualità, è ambientata nel 1891. Non voglio rovinarvi il gusto della lettura, né farvi spoiler con un secolo e mezzo di ritardo: vi dirò soltanto che, alla fine del racconto, Sherlock e Moriarty il suo acerrimo nemico, l’antitesi dell’eroe), verranno visti precipitare dal povero Dottor Watson giù per la Cascata. Non solo il nostro fido Dottore verserà più di una lacrima: la morte di Holmes segnerà un’epoca.

 

In lutto a Baker Street, un ritorno anacronistico, la resurrezione e la vita con Holmes

Avrete sicuramente presente le valanghe di fiori che vennero depose sui cancelli di Buckingham Palace all’indomani della morte di Lady D (o, recentemente, per la scomparsa negli USA di Kobe Bryant). Quello che successe il giorno dopo la pubblicazione del racconto “l’Ultima Avventura” (questo il titolo dato al racconto nella traduzione italiana) fu estremamente particolare: fiori vennero deposti in quel di Baker Street (dove Conan Doyle aveva ubicato l’abitazione di Holmes & Watson), gli impiegati della City e tantissime persone camminarono per tempo con il lutto al braccio, manco fosse morta la Regina. (Victoria verrà a mancare qualche anno dopo). La situazione durerà per tempo, per anni se consideriamo le lettere indirizzate a quel “bruto” di Conan Doyle (L’aggettivo lo scrisse la madre, quando seppe dell’avvenuto omicidio).

Libero, finalmente libero di potersi dedicare ai suoi romanzi, ai suoi “capolavori storici”, Arthur si tuffa totalmente nello studio e nella realizzazione de “La Compagnia Bianca”, di cui abbiamo già parlato, oltre che di diverse opere, che spaziano in quanto ai generi toccati.

Nel 1901, dopo essere partito come cronista per documentare la guerra Anglo-Boera e aver pubblicato i suoi ricordi, verrà insignito Sir. Il nostro baronetto combatte, sin dal 1893, con lettori, editori, curiosi, appassionati che vorrebbero, bramerebbero, desidererebbero più d’ogni altra cosa rileggere le avventure dell’Investigatore con la pipa in bocca.

L’anno successivo vede Conan Doyle spiazzare letteralmente tutti: esce “Il Mastino dei Baskerville”, romanzo che vede come protagonisti il nostro abile abduttore e osservatore, alias Holmes, oltre che il buono e bravo Henry Watson. Attenzione, però, non esultate: il romanzo, dice Doyle subito, è da considerarsi precedente alla caduta nella Cascata.

Holmes è lì, nel fondo della Reichenbach avvinghiato a Moriarty e lì deve stare.

Passerano altri tre anni, insistenze cifre folli da parte degli editori, richieste pressanti, una moglie gravemente malata e un’amante “nascosta” (Arthur si era innamorato di colei che diverrà la sua seconda moglie, Mary), prima che il nostro, seppur recalcitrante, decidesse di riprendere penna e calamaio e inventare nuove storie di Sherlock.

Ma come, non era morto nella Cascata?

Sarà lo stesso Holmes a velare l’arcano allo sbigottito (e un po’ inca##ato) Watson: la morte fu una finzione per fuggire agli sgherri di Moriarty. In tutti quegli anni, Holmes collaborò con la stessa agenzia governativa per la quale lavorava Mycroft, il fratello maggiore. Capito che trucchetto narrativo?

Va detto che, da quel momento, Holmes e Doyle non si lasceranno più: lo scozzese continuerà a scrivere, anche se con meno frequenza, avventure in cui l’infallibile investigatore e il suo ottuso cronista vanno a ricerca della verità. L’ultimo scritto di Doyle su Holmes è datato 1927.

Grazie al suo investigatore, Doyle è diventato ricco, famoso, ha potuto realizzare diversi progetti grazie alla sua fama, compreso pubblicare i suoi scritti quelli a cui teneva di più (Va detto che non sono amati da tutti: la maggior parte dei lettori si ferma a Sherlock, senza considerare “Il Mondo Perduto” o la colossale opera per diffondere lo Spiritismo, di cui Doyle era un credente fervente).

Nel 1930 Arthur Conan Doyle abbandona questo Mondo per andare “Nel Paese delle Nebbie”, per citare il titolo di uno dei suoi romanzi. A lui sopravvivrà il magro, allampanato, ineffabile Sherlock Holmes.

E pensare che era riuscito a ucciderlo in una Cascata…

 

Alberto Caboni

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