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Democracia Corinthiana: quando l’unione fa la forza

Democracia Corinthiana: quando l’unione fa la forza

Negli anni ’70, il Sudamerica era un crogiuolo incandescente. Diversi Stati erano i bali di dittatura (che fossero destre o mancine poco cambia, è sempre dittatura). Anche il Brasile, terra di sole e di spiagge incantevoli (giusto per regalarvi un’immagine “stereotipata” del periodo), la situazione non era differente, anzi fu d’ispirazione per i Golpe militari dei Paesi confinanti. Dal 1° aprile 1964 era al potere il regime dei “Gorillas”: diversi furono i militari che si avvicendarono nel ruolo.

 

In una situazione simile, laddove la legge marziale imperava, l’anticomunismo era all’ordine del giorno, una squadra di calcio sfidò tutto e tutti, creando la prima (e al momento unica) forma di autogestione, in cui tutti i giocatori erano parte integrante del progetto. Una sorta di movimento “comunista” (nel senso primigenio del termine, ossia “che appartiene a tutti”) ispirato da una figura davvero particolare: Sócrates

 

La Democracia vs la Dittatura

Come scritto poc’anzi, in Brasile il clima politico era ben lontano dal concetto di “Democracia”: vigeva una dittatura militare, i media erano sotto censura e i dissidenti venivano torturati o esiliati. In questo contesto, una figura come quella di Socrates figurava come una mosca bianca. Ma chi era Socrates?

Nato nel 1954 a Belém, capitale dello stato di Parà, che si affaccia sull’Atlantico, Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira sviluppa sin da piccolo due grandi amori. Il primo è quello per il Calcio, che lo porterà alla ribalta mondiale, come presto leggerete; il secondo è frutto dell’amore paterno per i classici greci. Suo padre, proveniente da una famiglia povera e autoctona dell’Amazzonia, impara a leggere da autodidatta e si appassiona di filosofia e letteratura greca. Questa passione verrà trasmessa al figlio sin dal nome: Sorates, infatti, è la versione portoghese di Socrate, filosofo greco e maestro di Platone.

 

Con sforzi innumerevoli, la famiglia permette a Sócrates di studiare e arrivare all’Università, dove il nostro si laureerà in Medicina e si iscriverà all’Albo. Non eserciterà la professione, almeno inizialmente, visto che rettangolo verde e il pallone a esagoni bianchi e neri lo porta a esordire, nel 1972, nel Botafogo, squadra dello stato di San Paolo. Cinque stagioni trionfali permetteranno al “Doutor” di approdare al Corinthians, equipe con sede nella città di San Paolo.

Lì inizierà il vero Miracolo della “Democracia Corinthiana” di cui Socrates sarà uno dei principali ispiratori e artefici. Parlare di democrazia in quegli anni è un rischio totale e il nostro lo sa. Ma il Destino porta lui e i suoi compagni a rifiutare l’autorità e le imposizioni date dall’allenatore ad autogestirsi, stabilendo ogni passaggio, ogni step legato agli allenamenti, alla formazione, al modulo.

Non solo: a ogni partita, il Capitano “ruota”, perché tutti i giocatori –nessuno escluso – devono essere responsabilizzati e investiti di un ruolo così importante. I risultati non mancheranno: tre saranno i Campionati Paulisti conquistati dal Timão (La Super squadra): 1979, 1982 e 1983.

“Essere Campioni è un dettaglio”. Questa è una delle massime di quegli anni fantastici. Pensateci: in un mondo competitivo come quello del Calcio, una frase, un moto del genere è impattante più di una goleada. E questo Socrates lo sa. Non solo: espressamente autodichiaratosi “uomo di sinisstra e anticapitalista”, attira su di sé e sulla squadra l’attenzione dei reparti speciali del regime militare. In barba a tutto questo, per l’amore della democrazia, per l’amore della libertà, il Corinthians scenderà in campo con due parole stampate sulla schiena, a caratteri cubitali: “Democracia Corinthiana”. Non credo servano altre parole per descrivere l’impatto che quelle due parole ebbero in uno Stato laddove la dittatura era ancora forte, fortissima.

Nel 1982, Socartes –da anni nel giro della Nazionale Brasiliana – sarà Capitano di quel Brasile dei fenomeni che verrà battuta dall’Italia di Bearzot. Probabilmente, una delle formazioni Verde-Oro più forte di ogni tempo: oltre a lui, Top Player quali Zico, Falcao, Cerezo (giusto per citarne tre da paura).

Con i tre compagni di Nazionale, Socartes condividerà anche la scelta di venire a giocare in Italia, ai tempi la meta finale di tanti giocatori. Considerato il “Campionato più difficile al mondo”, la Serie A verrà scelta da Socrates per un motivo. Là vi è la culla della letteratura, un amore che palpita forte nel cuore del nostro. Quale migliore scelta di Firenze, la patria di dante, della sua “Commedia”?

 

Nel Belpaese, le idee e i modi di Socartes non impattano nel modo migliore e la sua avventura, in una squadra che vede giocatori leggendari come i Campioni del Mondo di Spagna ’82 Giancarlo Antognoni, Claudio Gentile, Lele Oriali, Daniele Massaro e Giovanni Galli, oltre che l’argentino (Campione del Mondo nel 1978) Daniel Passarella, non riesce a trovare il perfetto equilibrio. Dopo un Campionato, peccato per il Calcio Italiano, il “Doutor” farà le valigie e tornerà in patria, vestendo la maglia rossonera del Flamengo prima e quella bianconera del Santos poi.

Avrà modo di giocare anche un altro Mondiale, quello del 1986 in Messico, ma la squadra non è più quella “stellata” e quadrata di quattro anni prima. Il cammino dei Verde-Oro terminerà nei quarti contro la Francia di “Le Roi” Michel Platini e Socartes sbaglierà uno dei rigori che condanneranno il Brasile (Anche Platini sbaglierà, a onor del vero).

Un giocatore eccezionale, con una visione di gioco incredibile. Uno che riceverà i complimenti di altri “mostri scari”. Uno di questi è considerato il giocatore più forte al mondo (al pari di Maradona: è una diatriba infinita va detto). Parliamo di Pelè, che lo definirà “Il Giocatore più intelligente nella storia del calcio brasiliano”. Johann Cruyff, un altro che i complimenti –di certo- non te li regalava, confesserà di averlo visto diverse volte in campo e di essere rimasto ammirato dai suoi movimenti. Sembrava un direttore d’orchestra. Come dare torto a uno che di visione globale del campo ne sapeva davvero?

 

Terminata la carriera, Socartes decide di esercitare la professione medica. Ma anche lì si trova stretto: è insofferente alle regole, ferree e limitanti. In più, la sua passione smodata per alcoolici e sigarette mineranno la sua salute.

Un sogno aveva. Socartes, un sogno che avrebbe voluto vedere esaudirsi prima della sua morte. Voleva che il Corinthians arrivasse laddove neanche lui e la “Democracia” erano giunti: alla conquista del Campionato Brasiliano.

“Voglio morire di domenica, voglio morire con il Corinthians campione”

Così disse il “Doutor”, ormai in fase terminale per via di una bruttissima cirrosi epatica.

È il 4 dicembre del 2011. Il “suo” Corinthians pareggia per 0-0 con il Palmeiras. È primo in classifica ma occorre che il Vasco di Gama, a due punti di distanza, pareggio contro il Flamengo. Il miracolo accede. Il Corinthians alza al cielo il trofeo, è Campione di Brasile. I giocatori hanno le lacrime agli occhi, non solo per la gioia.

Socrates, proprio in quel giorno, è morto. È morto felice, vedendo che la sua “Democracia” ha conquistato il Brasileiro.

Con lui, va via un’idea davvero originale, unica nel suo genere: l’autogestione e la parità totale tra i giocatori della stessa squadra. Senza prime donne, senza favoritismi, senza squilibri.

Onore al “Doutor”, il più filosofico e intelligente giocatore che la Storia ricordi.

 

Alberto Caboni

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