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Eddie Van Halen – Jump!

Eddie Van Halen – Jump!

C'è stato un decennio, gli anni Sessanta, che hanno fatto uscire a galla una generazione di Chitarristi divenuti punti di riferimento per i futuri musicisti: Jimi Hendrix, Eric Clapton, George Harrison, Jimmy Page, Tony Iommi, il primissimo Brian May...

Ti verrebbe da pensare che, vista la mole di talenti, per un po' di anni il Rock potesse vivere di “rendita”, senza più Guitar Heroes capaci di creare tappeti sonori incredibili, in grado di trasportare anche il più freddo e asettico dei vuori all'interno di un vortice Rock.

Sarebbe potuto succedere, per fortuna il Fato decise altrimenti: nel 1955, ad Amsterdam, nacque Edward Lodewijk. Da subito viene chiamato affettuosamente Eddie.

La sua è una famiglia da perfetto melting-pot: Jan, suo apdre, è uno stimato clarinettista e sassofonista nella città dei Canali; la madre Eugenia è nata e cresciuta nelle Indie Orientali, all'epoca colonia della corona olandese e oggi conosciuta con il nome di Indonesia.

Sino ai sette anni, Eddie e la sua famiglia (compreso suo fratello maggiore Alex) restano in Olanda per poi migrare negli Usa, a Pasadena. Eddie s'innamora del calcio, che negli Stati Uniti è ancora un germoglio che stenta a sbocciare; tuttavia, la musica lo attira. Merito del background paterno, merito di Alex, il fratello, che inizia a suonare.

I due fratelli hanno stili e gusti diversi ma prediligono il rock, quello suonato con le chitarre, quello che ti scuote. I due fratelli decidono di fare sul serio: Alex sceglie la batteria, lasciando al “fratellino” la chitarra. È il primo tassello di una grandissima storia, che si completerà, almeno in questa prima fase, grazie al bassista Micheal Anthony e al cantante David Lee Roth. Il nome è tutto un programma: è il cognome dei fratelli Eddie e Alex.

VAN HALEN.

Iniziano con la gavetta, quella seria, fatta di mille palchi e di pochi dollari. In breve il loro stile, pesante, duro, armonico e con gli assoli di Eddie, domina l'intera scena di Loas Angeles. Il “Whisky a Go Go” diventa la loro seconda casa. Tanto movimento attira la Warner Bros, che mete sotto contratto la Band. È il 1977, nel mondo musicale imperversa la distruzione nichilista portata dal punk. I Van Halen, per tutta risposta, pubblicano il loro, ononimo, album d'esordio, che arriva 19° nella classifica di Billboard. Tradotto in parole semplici: uno degli album d'esordio con il maggior impatto nella storia.

Il mix è incredibile: la solidità di Alex alla batteria, un basso preciso e rock come quello di Anthony e due supernove sul palco, Eddie e la sua sei corde da una parte, David Lee Roth con la sua voce e il suo carisma dall'altra.

E pensare che, durante un'intervista al “Tonight Show”, Johnny Carson chiese a Eddie quale sensazione si provasse nel sapere di essere il miglior chitarrista al Mondo. Van Halen si fece una grassa risata prima di rispondere: "Chiedilo a Steve Lukather!" (Il chitarrista dei Toto, un altro dio pagano della chitarra).

È al principio degli anni '80 che i Van Halen sfondano di brutto: “bastano” un paio di note con il synth e l'intro di “Jump!” ti resta addosso, diventa quasi una droga. In più, Eddie è Eddie, poco da dire.

Lavorando anche come turnista, capita che Mr. Van Halen sia contattato per registrare un assolo su una canzone che diventerà una pietra miliare nel Pop e nella carriera di Micheal Jackson. Si tratta di “Beat It”: se non la ricordate, correte a riascoltarla.

Quasi come se fosse una sorta di percorso “obbligatorio” per una Rockstar, Eddie incontra la Triade: Sex, Drugs and Rock'n'Roll. E non pensate che rifugga dalle tentazioni come una novizia delle Orsolina: ci si tuffa a capofitto, con tutte le conseguenze che le dipendenze e gli abusi causano. La stella dei Van Halen, come quella di molte Band del decennio, tende ad appannarsi e il gruppo prende diverse pause, olre che cambiare line-up. Uno su tutti è l'avvicendamento tra David Lee Roth e Sammy Hagar prima e con Gary Cherone dopo.

Gli anni passano, i Van Halen entrano -assolutamente di diritto- nella Rock and Roll Hall of Fame ed Eddie diventa, secondo Guita World, il chitarrista #1 al mondo. “Rolling Stone” lo piazza all'ottavo posto della classifica legata ai Maestri delle sei corde.

Ad ogni azione corrisponde una reazione: i suoi moviemnti sfrenati sul palco (e fuori da esso) richiedono il pagamento del tributo: problemi alle anche (verrà operato sul finire degli anni Novanta), un tumore alla lingua (asportato nel 2002) e una dipendenza lunga decenni da alcool, terminata nel 2008.

I Van Halen continuano a macinare chilometri e chilomteri di autostrade e note sul palco e -dal 2006- anche Wolfgang, il figlio di Eddie nato nel 1980, si unisce al gruppo in qualità di bassista. Family Affairs.

Da qualche anno Eddie Van Halen stava combattendo con un tumore al collo, uno dei più insidiosi e schifosi, se mai possa esiterne uno non schifoso, di tumore. In sole settantadue ore, tre giorni, il tumore è avanzato rapidamente.

Se n'è andato un Maestro, un chitarrista geniale, iconico, con un'immaginazione e uno stile compositivo unico, capace di lanciare realmente il “Tapping”, nel modo di suonare la chitarra rock.

Se n'è andato Eddie Van Halen: il mondo della Musica, quella suonata davvero, quella che ti fa uscire i calli sulle dita e che ti fa sudare sul palco, sarà un posto più silenzioso.

Vi voglio lasciare con un piccolo aneddoto legato a Eddie e al famigerato solo di “Beat It”, di cui avete letto poco fa. Durante una giornata in studio di registrazione, Eddie sentì quel solo eseguito da Jennifer Batten, la turnista di Micheal Jackson. Impressionato, Van Halen chiese alla ragazza se potesse suonare nuovamente quel pezzo usando la sua chitarra, la Kramer 5150 modificata e costruita proprio da lui (chitarra con la quale aveva registrato il pezzo più di vent'anni prima).

Dopo l'esecuzione, Eddie guardò la Batten e disse: “Va bene, bello. Me lo fai rivedere ancora una volta? Io non lo suono più dal giorno in cui l'ho inciso”. Che genio.

 

Rock in Peace, Eddie.


 

Alberto Caboni

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