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Emanuela Loi – Quel Maledetto 19 luglio

Emanuela Loi – Quel Maledetto 19 luglio

Erano le 16:58 di un’afosissima domenica di metà luglio. Via Mariano D’Amelio, Palermo.  Una strada stretta, dedicata a un Magistrato napoletano – Mariano D’Amelio, per l’appunto – divenuto, negli anni ’20, primo Presidente della Corte di Cassazione.

Alcune automobili blindate entrano nella via. A bordo delle auto, sette persone: il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Antonino Vullo ed Emanuela Loi, prima poliziotta a rivestire il ruolo di Agente di Scorta.

Emanuela è nata a Sestu, ha 24 anni ed è stata assegnata da un mese circa alla scorta di Paolo Borsellino. Si è diplomata alle Magistrali ed è entrata nella Polizia di Stato tre anni prima, nel 1989. Ha seguito l’ispirazione e il sogno della sorella Maria Claudia. Come molto spesso succede nella vita, la sorella non passa il concorso, Emanuela sì. Frequenta il 119° corso presso la Scuola Allievi Agenti di Trieste. Nel 1991 viene trasferita nel capoluogo siciliano. Sarà un’agente di piantone, soprattutto a casa dell’allora onorevole Sergio Mattarella, oggi Presidente della Repubblica Italiana. Nel giugno 1992 viene assegnata alla scorta del magistrato Paolo Borsellino.

Neanche un mese prima, il 23 maggio, l’autostrada A29 –nei pressi di Capaci – era stata praticamente fatta saltare in aria per eliminare Giovanni Falcone, magistrato antimafia e amico intimo di Borsellino.

Emanuela ha paura di quell’incarico. La tensione, in quei mesi del 1992, è alle stelle. Paolo Borsellino sa, non sospetta, sa che sarà il prossimo bersaglio di Cosa Nostra, della vigliacca mano mafiosa che vuole tenere Palermo e la Sicilia come suo feudo.

I magistrati – se non li puoi corrompere – li ammazzi. E lo fai in modo spettacolare. Lo fai imbottendo di esplosivo un cunicolo di scolo dell’acqua piovana, come per Falcone.

Borsellino non esita, Borsellino non si ritrae, Borsellino sa che l’inchiesta portata avanti da lui e Falcone deve proseguire.

Torniamo a quel pomeriggio di domenica. Le auto sono entrate in Via D’Amelio. Molte automobili, nonostante le reiterate richieste degli agenti, sono parcheggiate lungo i lati della strada, rendendo un’eventuale fuga da un attentato complessa. In via D’Amelio abitano la madre e la sorella di Borsellino, alle quali sta andando a fare visita.

Tra tutte le auto parcheggiate, è una Fiat 126 rubata che attirerà la nostra attenzione. Al suo interno ci sono circa 90 kg di esplosivo del tipo Semtex – H, una miscela di PETN, T4 e tritolo.

Paolo Borsellino e la sua scorta scendono dalle auto. Emanuela è parte di quella scorta. È la più giovane, è la prima donna a far parte di quel rischiosissimo servizio. È una poliziotta coraggiosa, è una giovane donna.

Quello che succederà dopo non si può descrivere con le parole di un giornalista. Lo si può comprendere dal racconto di uno degli uomini della scorta, Antonino Vullo:

Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l'auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l'inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L'onda d'urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c'erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto...

Antonino Vullo si risveglierà in ospedale, unico tra i sette ad essere sopravvissuto.

Nel frattempo, via D’Amelio è un inferno a cielo aperto, Le pattuglie della Squadra Mobile racconteranno questo scenario di follia:

“[…] Decine di auto distrutte dalle fiamme, altre che continuano a bruciare, proiettili che a causa del calore esplodono da soli, gente che urla chiedendo aiuto, nonché alcuni corpi orrendamente dilaniati

Emanuela sarà una delle sei vittime di quell’inutile, folle, criminale strage.

Aveva 24 anni, ricordo. È stata la prima poliziotta facente parte di una scorta e la prima a cadere nell’adempimento del servizio.

Quella strage, forse ancor più di Capaci, toccò lo stomaco e il cuore degli italiani. Una strada sventrata, sei persone barbaramente uccise perché stavano compiendo il loro lavoro: cercare di sradicare quel cancro velenoso qual è la Mafia.

Emanuela è nostra sorella, sorella di Sardegna. Una ragazza troppo giovane per morire. La sua memoria, la sua forza, la sua vita continuerà anche dopo grazie alla sorella Maria Claudia e all’associazione Libera.

Se vi sembra che il 1992 sia troppo lontano nel tempo, che la Mafia non sia un problema, che i tanti, troppi morti di cui Cosa Nostra ha sporche le mani abbiano avuto giustizia, ricordatevi del sacrificio di Emanuela e dei suoi colleghi e di una domenica di luglio che ci ha fatto perdere per sempre una parte della nostra innocenza.

 

 

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