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ENRICO ALBERTOSI – RICKY, GENIO E SREGOLATEZZA

ENRICO ALBERTOSI – RICKY, GENIO E SREGOLATEZZA

 

Portierone imbattibile, un vero e proprio Muro difficile da superare. È stato uno dei protagonisti indiscussi, uno dei tasselli fondamentali del Cagliari di Riva e Scopigno, la compagine che conquistò uno storico scudetto 50 anni fa, il 12 aprile del 1970.

Compie 81 anni Enrico Albertosi, più conosciuto come “Ricky”.

 

Da Pontremoli alla conquista della partita del Secolo (passando per il Tricolore)

Ricky Albertosi nasce a Pontremoli, piccolo comune in provincia di Massa-Carrara, il 2 novembre del 1939. Cresciuto a pane e calcio, come tanti ragazzi suoi coetanei, Albertosi esordisce giovanissimo nella Pontremolese, il team cittadino. Suo padre gioca proprio per i biancoazzurri. Ricky ha 15 anni e sostituisce Gregoratto, il portiere titolare, imbarcatosi in quanto marinaio.

Lo Spezia nota questo ragazzo alto e atletico, dalle movenze sicure, felice e un po’ spericolate. Papà Albertosi preferirebbe che Ricky restasse a Pontremoli per terminare gli studi. A mediare interverrà la madre, conscia della ghiotta opportunità che sta capitando al figliolo. Albertosi difenderà la porta degli Spezzini sino al 1958, anno in cui la “Viola” lo chiama alla sua corte.

Con la maglia della Fiorentina Ricky disputa ben dieci Campionati, (cinque come riserva di Sarti, cinque come titolare) conquistando due Coppa Italia (1960/61 e 1965/66) e una Coppa delle Coppe (la prima edizione, targata 1960/61). Nel 1966 i Viola conquistano anche una Mitropa Cup.

Nel frattempo, una squadra dai colori sociali rossoblù si interessa ad Albertosi. È il Cagliari di Manlio Scopigno. Creato e strutturato negli anni precedenti da “Sandokan” Silvestri, la compagine sarda presenta una solidità e una creatività sotto porta unica, grazie al Bomber Gigi Riva.

Grazie ad Andrea Arrica, responsabile del mercato rossoblù, Ricky approda in Sardegna. È il 1968: nello scambio viene inserito, come contropartita tecnica, Francesco Rizzo. Questa svolta segnerà la vita di entrambi: Albertosi arriverà a Cagliari e disputerà il Campionato 1968/69, piazzandosi secondo proprio dietro ai Viola. Rizzo indosserà il tricolore ma perderà l’occasione di poter vedere i frutti di anni di lavoro e impegno con il Cagliari ripagati dallo Scudetto.

Prima, poco prima del trasferimento in Sardegna, Albertosi viene convocato per gli Europei del 1968. Si gioca a “casa”, in Italia: Ricky è titolare inamovibile; il terzo portiere, un giovanissimo Dino Zoff, erediterà il posto solo a causa di un infortunio, che vedrà Albertosi out durante le partite finali. Gli Azzurri, come si sa, vinceranno quel Campionato Europeo, primo e sinora unico trofeo Continentale nella bacheca della Nazionale. Due anni prima Ricky era “sopravvissuto” alla Damnazio memoriæ post sconfitta contro la Corea del nord. è il 1966, i Mondiali si svolgono in erra d’Albione e gli Azzurri vengono clamorosamente eliminati dai nord-coreani. Pochi, pochissimi giocatori di quella Nazionale rivestiranno la maglia Azzurra: Ricky sarà uno di quelli.

Tornando alla nostra narrazione, nell’estate del 1968 Albertosi arriva a Cagliari e l’anno successivo i sardi sfiorano lo scudetto, vinto dall’ex squadra del portiere, la Fiorentina. È l’ultimo ostacolo che si frapporrà tra il Cagliari e il Tricolore. Grazie alle parate di Albertosi (oltre che alla faccia rassegnata dopo la splendida autorete di Niccolai in un storico Cagliari – Juventus) e a un team quadrato, i rossoblù festeggiare uno storico Scudetto.

Dopo la festa arriva la convocazione: i Mondiali messicani sono alle porte e l’Italia vuol ben figurare, specie dopo l’ecatombe di quattro anni prima. Forti del titolo Europeo, gli Azzurri riescono a superare il turno. Gli italiani, popolo di santi, poeti, navigatori e Commissari Tecnici, si dividono: è giusto il turnover tra Rivera e Mazzola? Ciò che non viene mai messo in discussione è lui, Ricky: sicuro nelle uscite, scattante, a volte un po’ incosciente nelle uscite, Albertosi tiene la porta italiana al sicuro.

Gli Azzurri approdano alla celeberrima semifinale, la “Partita del secolo”. Se volete vedere un portiere davvero annerito, arrabbiato e incazzato con un compagno, vi consiglio di riguardarvi la rete del momento 3-3 dei tedeschi.  È il minuto 110: l’Italia sta contando i minuti che la separano dalla finale. Calcio d’angolo per i tedeschi, Rivera si piazza come “uomo del palo”, ovvero a coprire quell’angolo della porta in cui Albertosi potrebbe non arrivare correttamente. Sugli sviluppi del corner Gerdi Müller insacca di testa, approfittando dell’immobilità del “Fratino” Rivera e della distanza di Albertosi.

Ora, guardate l’espressione di Albertosi mentre sfoga tutto il suo rincrescimento nei confronti del Capitano del Milan. Non sappiamo esattamente cosa gli disse ma si immagina non fossero complimenti e gentilezze. Il match, come sappiamo, terminò 4-3 per l’Italia, con goal decisivo di Rivera (vai a rimediare, che è meglio!).

L’Italia di Albertosi arriverà seconda: troppo forte il Brasile di Pelè, troppo stanchi gli Italiani dopo quella maratona giocata a oltre 3.000 metri d’latitudine, tra aria rarefatta e difficoltà.

Dopo quest’avventura azzurra, Albertosi continuerà la sua carriera in Azzurro (come titolare) per tutto il 1970, prima di essere soppiantato dal più giovane Zoff. Nel 1974, nel corso di un rinnovamento generazionale, il “Grande Cagliari” perde, uno dopo l’altro, i suoi pezzi più pregiati.

Albertosi raggiungerà Milano, sponda rossonera, nell’estate del 1974, raggiungendo il compagno di Nazionale (nonché bersaglio degli improperi raccontati poco fa) Gianni Rivera. Con il Milan vivrà giornate epiche, come la vittoria della Coppa Italia del 1976/77 e –soprattutto- il suo secondo Scudetto (1978/79). Per il Milan, quel tricolore, è importantissimo, una pietra miliare: è il Decimo, quello che ti permette di avere la Stella cucita sulla maglia.

Il Campionato successivo, 1979/80, lo vede sempre titolare, a difesi della porta del Diavolo. Fino a quando, un freddo e piovoso pomeriggio del gennaio 1980, il mondo del calcio crolla come un castello di carte. Viene definito “Scandalo del Calcioscommesse” o, più comunemente “Totonero”. Diversi sono i giocatori e i dirigenti che finiscono in manette, prelevati direttamente dagli spogliatoi dalla Polizia e dalla Guardia di Finanza.  Tra i nomi coinvolti del Milan (una delle squadre al centro dell’indagine, assieme a Bologna, Avellino, Lazio e Perugia) ci sono il presidente Colombo e tre giocatori: Morini, Chiodi e lui, Albertosi. Prima delle condanne definitive, Albertosi riesce a disputare l’ultima partita in Sere A con la maglia del Milan: è il 10 febbraio e Ricky ha c40 anni, 3 mesi e 8 giorni. Non Male.

Per oltre 2 anni (la pena di 4 anni verrà ridotta) Albertosi resterà lontano dal mondo del calcio. Rientrerà, in punta di piedi, nel 1982: una volta scontata la pena, sarà l’Elpidiense, formazione semiprofessionistica, a ingaggiarlo. Con il team disputerà due Campionati di Serie C2 prima di appendere i guantoni al chiodo a quasi 45 anni.

È stato un simbolo unico, iconico, fortissimo e agile, come se la gravità – su di lui – non avesse effetto. Ha lasciato, al pari dei compagni, un ricordo indelebile in Sardegna e a Cagliari. La società rossoblù lo ha inserito nella “Hall of fame” del Cagliari Calcio.

Lo stesso Albertosi, quando torna nell’Isola lo fa sempre con passione, felice di ritornare in quella che è stata casa sua per 8 anni da calciatore, da uomo.

Tantissimi auguri, Ricky!

 

Alberto Caboni

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