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Freddie Mercury – I’m just a Singer

Freddie Mercury – I’m just a Singer

Uno dei cantanti e frontman più influenti degli ultimi 50 anni. Sin dal suo esordio, ha dimostrato di avere una voce davvero unica, un’estensione vocale che gli permetterà di passare da un’ottava all’altra.

È stato la “Regina” dei Queen.

Aggiustate i vostri baffi, prendete il vostro microfono con l’asta a metà e seguitemi: benvenuti nella vita di Farrokh Bulsara, in arte –e non solo-  Freddie Mercury.

 

Il piccolo Farrokh: Zanzibar, Zoroastro, Kashmira, St. Peter’s Boys School, Mumbai e Feltham

Colui che sarà destinato a scrivere e cantare le pagine più belle del Rock’n’Roll, Freddie Mercury, nasce come Farrokh Bulsara a Stone Town, nell’Isola di Zanzibar (all’epoca Protettorato Britannico) da Bomi, cassiere della Segreteria di Stato per le Colonie e da mamma Jer, il 5 settembre 1946. Nel 1952, quando Farrokh ha sei anni, nasce Kashmira, la sorella minore con la quale Freddie avrà un legame fortissimo per tutta la vita.

Nel 1954, prima che Farrokh compisse sette anni, i suoi decidono di mandarlo a studiare in uno stimatissimo collegio inglese, la “St. Peter’s Boy School”. Peccato che la scuola si trovi a Panchgani, vicino a Mumbai, in India. Motivo per il quale il piccolo Bulsara compirà un viaggio dall’isola al sub continente, dove vivrà con la zia Sheroo Khory e la nonna. Alla St. Peter Farrokh diventerà per tutti Freddie, si distinguerà per l’abilità nel disegno, nella corsa e nella boxe, raggiungendo buoni risultati anche nell’Hockey su prato e nel tennis tavolo.

Sempre a Mumbai, il giovane Freddie incontra il suo primo, grande amore: il pianoforte. Con il permesso dei genitori (e un leggero aumento della retta) inizia a prendere lezioni, impara a leggere uno spartito ed entra a far parte del coro. Trova altri compagni che hanno la stessa passione e fonda assieme a loro “The Hectics” che animano le feste scolastiche. Dopo 10 anni di stazionamento in India, Freddie ritorna a Zanzibar per poi ripartire in maniera frettolosa assieme al resto della famiglia Bulsara.

Nell’Isola è in atto la Rivoluzione che porterà Zanzibar e la Tanganica a fondersi nell’attuale Repubblica della Tanzania. Per evitare disordini, Bomi Bulsara prende moglie e figli e si trasferisce a Feltham, vicino all’Aeroporto di Heathrow. Freddie riprenderà gli studi artistici, iscrivendosi all’Isleworth Polytechnic e arrotonderà le sue magre entrate lavorando come facchino all’aeroporto.

A 20 anni, nel ’66 Freddie si diploma a pieni voti, ottenendo l’accesso alla Ealing Art College di Londra, scegliendo il corso di studi in Art and Graphic Design. Per comodità, si trasferisce in un piccolo appartamento di Kensington, Londra, condiviso con un amico. Decisiva sarà la vicinanza con il Kensington Market, uno dei cuori della nuova moda che sta nascendo: dalla Swinging London si sta passando alla psichedelica. A Ealing, Freddie incontra Tim Staffel, compagno di corso, bassista e cantante in un gruppo, gli “Smile”. Freddie andrà a vedere più volte la band, sia in sala prove sia durante i loro live, proponendosi come seconda voce ma senza esiti postivi. Nella band, oltre a Staffel, ci sono un giovane studente di astronomia con una chitarra fatta in casa e una testa riccioluta, Brian Harold May, e un batterista iscritto in biologia che arriva dalla Cornovaglia, Roger Meddows Taylor. Ricordatevi di questi due giovani e dell’impatto che Mr. Bulsara avrà sulle loro vite.

Freddie diventa cantante degli “Ibex”, formazione di Liverpool, con la quale cercherà di portare avanti i suoi progetti musicali. L’amicizia con i componenti degli “Smile” si rafforza e Freddie condivide con Roger una bancarella di abiti vintage a Kensington Market. Dopo gli “Ibex”, ribattezzati “Wreckage”, Bulsara suona sino alla fine del 1969, per poi passare –per un breve periodo – nei “Sour Milk Sea”. Nel frattempo, gli Smile di Staffell, May & Taylor hanno inciso un singolo che non riscuote il successo sperato. Tim Staffel decide di lasciare il gruppo e il duo May – Taylor si ritrovano assieme allo “svincolato” Bulsara.

Grazie al talento di Freddie, nasce un primo logo della nuova band, assieme ad un nome inusuale e davvero potente. Sono appena nati i “Queen”, signori miei. Durante la stesura di uno dei primi brani della band, “My Fairy King” (scritto da Freddie), il nostro eroe decide di cambiare –sia artisticamente sia legalmente- il suo cognome, passando da Bulsara al Messaggero degli Dei della Musica, Mercury (Mercurio per i non anglofoni). Nello stesso incredibile 1970, Brian presenta a Freddie una cara amica, Mary Austin. Tra i due è colpo di fulmine e –ben presto- la coppietta va a convivere in un appartamento di Victoria Road.

Al terzetto “Regale” manca un elemento di stabilità, visti i tre caratteri belli esplosivi. Il “Quiet One”, quello Tranquillo, viene individuato in uno studente di Elettronica, John Richard Deacon. Anche il logo del gruppo viene ripensato da Mercury: prendendo come riferimento lo stemma reale inglese, Freddie inserisce le rappresentazioni grafiche dei loro segni zodiacali (I Leoni stanno per Deacon e Taylor, il granchio/cancro è riferito a May e le due fate sono legate al segno di Freddie, la Vergine), racchiusi dentro alla “Q”, sormontata da una fenice (da sempre simbolo di rinascita).

È l’ultimo tassello prima di registrare il loro album d’esordio, intitolato semplicemente “Queen” (Questo periodo storico vede molte band chiamare il loro album d’esordio con il nome del gruppo. Un esempio che ha influenzato i Queen? Vi dice niente il nome Led Zeppelin? Ecco) che esce in patria il 13 luglio 1973.

Freddie è il fulcro visivo della band, che indossa delle creazioni originali create dalla stilista Zandra Rhodes. I Queen giocano con l’alternanza bianco e nero, indossato rispettivamente dall’angelico Brain May e dal magnetico Mercury. Mentre il nostro parla di essere un figlio e una figlia contemporaneamente (uno spoiler della sua situazione, innamorato di Mary ma incuriosito dal suo stesso sesso), i Queen balzano gli onori della cronaca. L’anno successivo arriva il secondo album. “Queen II” presenta tutti i requisiti per eleggere i Queen tra le migliori band che uniscono teatralità, rock show e epici riff di chitarra. Le voci dei tre cantanti (Deacon ha sempre il microfono spento, in quanto non perfettamente intonato) si sposano tra loro, creando armonie intriganti. Dopo aver interrotto in maniera burrascosa il rapporto con il loro avido manager, Freddie e i Queen sono sempre più lanciati verso un rock lirico. Esce “Sheer Heart Attack” e –quando tutti si aspetterebbero riff e voce graffiante, Mercury e soci escono fuori con “Killer Queen”, dove a farla da padrone, oltre alla Storia cantata da Freddie, è la melodia del suo pianoforte. I quattro ragazzi sono sempre più lanciati verso l’Olimpo e sarà un singolo che unisce rock e e opera a portarli nell’Iperspazio.

LA RAPSODIA GITANA, IL COMING OUT CON MARY, I SEVENTIES E IL PRIMO GREATEST HITS

È il 1974 e Freddie, Brian, Roger e John stano lavorando al loro quarto album, “A Night at the Opera”. Sarà proprio il genere musicale, da sempre nel cuore di Mercury, ad ispirare la Rapsodia Gitana, quella “Bohemain Rhapsody” che dura 5:55 nell’ LP. Un pezzo considerato troppo lungo, troppo complesso e stratificato per i canoni dell’etere. In aiuto dei ragazzi arriva Kenny Everett, dj londinese, che arriva a passare il pezzo alla radio per ore di fila. La canzone lancia i Queen verso il successo, arrivano i nuovi Tour in USA e in Giappone, dove i ragazzi vengono accolti come Star.

Nel 1976 Freddie scrive un altro pezzone da Novanta. Un’intro gospel per un’invocazione pura d’amore: “Somebody To Love”, spinta anche dal suo videoclip, decolla nelle classifiche. Sempre più forti nei live, trascinanti e con un corredo audio/video da Rockstar di fama planetaria, i Queen compiono tour negli States e in Giappone, dove sono accolti come Star.

Nel 1977, mentre l’Inghilterra è “Sconvolta” dal movimento Punk, dai Sex Pistols che cantano “God Save The Queen” e “Anarchy in the U.K.” durante i festeggiamenti per il “Silver Jubilee” (I venticinque anni di regno della Regina Elisabetta II), i Queen, seppur sporcando un po’ i suoni e rendendo i pezzi più veloci (soprattutto nei live) scrivono un altro master pièce, “News of the World”. I singoli estratti sono fortissimi, due futuri inni generazionali, scritti da Mr. Mercury (We Are The Champions) e da Mr. May (We Will Rock You), oltre che un’altra tournee, in terra americana ed europea.

Per ragioni fiscali, Freddie e i ragazzi si spostano in Svizzera, presso i Mountain Studios di Montreux. Freddie rimarrà così incantato dalla location da eleggerla come una delle sue case. Nel frattempo, il rapporto con Mary, anche per via delle scelte di Freddie, si sta mutando in una splendida amicizia. I due smetteranno di vivere assieme ma Mercury, per avere sempre con sé a fidata compagna d’un tempo, comprerà per sé e per lei due appartamenti vicini, in modo tale da potersi vedere e salutare dalle rispettive finestre. Nel 1978 esce l’ultimo album originale del quartetto inglese, “Jazz”. È un album che contiene parte del passato, del presente e una rapida occhiata a quello che sarà l’inizio dei campionati e sintetizzati (nel senso sonoro9 anni Ottanta. Da “Mustapha”; un omaggio di Mercury all’India e a Zanzibar, le sue terre d’origine sino a passare a “Let Me Entertain You” e “Don’t Stop Me Now”, un inno da palco legato all’istrionismo dei Queen e un pezzo che farebbe ballare anche una colonna di marmo, dalla pre disco di “Fun it”, scritta da Taylor, che anticipa il drum’n’bass elettronico che tanto piacerà a (quasi) tutti i Queen sino al rock un po’ Southern di “Bicycle Race”. L’ultimo anno dei Seventies vede Freddie e i Queen sul palco per raccogliere fondi a favore della Cambogia. Il famoso “Rock for Kampuchea” vedrà –oltre alla Regine- il fior fiore della produzione britannica sul palco: The Clash, The Who, i Wings di Paul McCartney e la Rockestra, un supergruppo guidato dal Macca e composto da oltre 30 rocker inglesi (una sorta di mega band alla “Usa for Africa” ma in anticipo di sei anni).

Si chiudono i Settanta, Freddie ci dà un taglio con i suoi capelli e scopre (anzi, trasporta in studio) la disco music, i sintetizzatori, i campionamenti e la sensualità del basso. John Deacon, il “Quiet One” tira fuori riff che resteranno nella storia, così come un pezzo scritto a dieci mani e un duello di liricità tra Freddie e il “Thin White Duke”, Mr. David Bowie.

 

GLI EIGHTIES: MONTEUX, MONACO, MACK, MUSTACHES E LE COLONNE (SONORE) DEL ROCK

Gli anni Ottanta si aprono con un Freddie asciutto e vestito di pelle per il video di “Crazy Little Thing Called Love”, chiaro omaggio al Rock di Elvis. Leggenda vuole che l’ispirazione per il pezzo sia venuta al buon Freddie mentre era in bagno. Cosa di meglio se non trascinare il piano a coda nella sua stanza d bagno e suonare allegramente? (Che bagno e che porte doveva avere Freddie per farci passare un piano non è dato saperlo, Signori miei). Da lì a poco Mercury sfoggerà un paio di mustacchi, di baffoni in piano stile Ottanta, molto in boga nella florida comunità gay statunitense. Che sia stato un segnale di Coming out o meno, poco ci riguarda. Quel che ci interessa è che i quattro ragazzi, ritrovatosi in Studio, decidono di sperimentare: Deacon e Taylor sono intrigati dal Drum’n’bass, Freddie è incantato dai suoni elettronici e i campionamenti. L’unico poco entusiasta della svolta sinettica è Brian May, da sempre amante delle belle schitarrate. Un’altra hit sarà scritta da Deacon su un riff basico di basso: “Another Bites the Dust” farà ballare mezzo mondo nelle discoteche. Nel frattempo è uscito il loro primo Greatest Hits, i primi dieci anni di vita del gruppo in un doppio album di singoli epici. I Queen partono in tout per l’America Latina. Il Brasile e l’Argentina li accolgono con un oceano di persone in festa. 20 marzo, sul palco dello Stadio Morumbi di San Paolo, i Queen furono ascoltati da oltre 131.000 spettatori, record assoluto di paganti per un concerto rock. In più, Dino De Laurentis, potentissimo produttore, ha per le mani un film che dovrebbe ribaltare i botteghini. La storia parla di un giovane eroe terrestre, di un cattivo interplanetario e di una bellissima e crudele principessa, interpretata da Ornella Muti. “Flash Gordon” è una bella rampa di lancio ulteriore; tuttavia, il film non riscuoterà il successo sperato e i Queen, disorientati e sempre più litigiosi, danno alla luce “Hot Space” nel 1982. Le differenze di direzione si sentono all’interno dell’album: dal drum’n’bass ammiccante di “Body Language” alla ballatona “Las Palabras De Amor” (il primo videoclip con un Mercury più in carne e baffuto) sino al pezzo più conosciuto dell’album.

In quel di Montreux, dove i ragazzi registrano, incrociano le loro strade con David Bowie. Da quella session (si parla di momenti di estrema tensione tra Mercury e Bowie, così raccontano sottovoce i restanti componenti dei Queen) lo strano binomio crea “Under Presure”, singolo spacca classifiche. Tuttavia, i ragazzi sono stanchi e intenzionati a prendersi un periodo di pausa. Il 1983 vedrà i Queen fermarsi: che chi parla di voci di scioglimento, crisi tra i componenti, di liti pesanti tra i tre più focosi. Fatto sta che in quell’anno i quattro percorrono strade differenti e Freddie inizia a scrivere canzoni per il suo album solista, oltre che diventare il centro di incredibili (e non raccontabili, a quanto pare) feste nella sua nuova abitazione, la splendida villa di Garden Lodge.

Nel 1984, i rinvigoriti ragazzi danno alla luce “The Works”. In linea con le sonorità anni Ottanta e con un videoclip pazzesco (ispirato a “Metropolis “di Fritz Lang) “Radio Ga-Ga” diverrà un inno universale. Spinto anche da singoli come “I Want to Break Free”, il cui videoclip è additato come idea di Mercury ma –in realtà- proposto da Taylor su suggerimento dell’allora compagna. Dopo l’album i Queen ripartono in tour, andando a suonare anche a Sun City, città simbolo dell’apartheid in Sudafrica. Proprio nel periodo peggiore. Il gruppo viene tacciato di razzismo e Bob Geldof –organizzatore di un mega evento benefit, un certo “Live Aid” - sino all’ultimo pone il veto alla partecipazione del quartetto. Alla fine, Freddie e i Queen saranno sul palco di Wembley. I loro 20 minuti di show sono un banco di prova incredibile per la loro longevità. Beh, quel live sarà ricordato come il momento più forte dell’itero Live Aid, oltre che il momento in cui i Queen capiscono di poter andare avanti come gruppo. Nel frattempo, Freddie ha dato alla luce “Mr. Bad Guy”, il suo primo album solista, una caterva di pezzoni splendidi che verranno in seguito ripresi dal gruppo. Nel 1986 per i Queen arriva un doppio impegno: da una parte la realizzazione di “A Kind of Magic”, dall’altra un’altra colonna sonora da realizzare. Il film vede tra i protagonisti l’ex James Bond, Sir Sean Connery e un giovane francese naturalizzato statunitense, Christopher Lambert: si intitola “Highlander”. Per la pellicola, i Queen –oltre ad alcuni pezzi che finiranno in “A Kind of Magic” (la stessa title-track fa parte del film), realizzano dei brani originali. Il videoclip, che prevede la presenza dello stesso Lambert, aiuta notevolmente il brano. Si parte poi per il “Magic Tour” nell’estate 1986, arrivando oltre la Cortina di Ferro, nella splendida Budapest. Tra Wembley e il resto d’Europa, i Queen riempiono di stadi. Ma Freddie, forse stanco, forse preoccupato da certe avvisaglie, decide che il gruppo –almeno per il momento – non andrà più in tour.

Dichiarerà lo steso Mercury:

Voglio cambiare la solita routine fatta di album, tour mondiale, album, tour mondiale. Forse andremo ancora in tour, ma Io faremo per motivi completamente diversi. Personalmente non ne posso più di luci accecanti e effetti scenici non credo che un quarantaduenne dovrebbe più correre qua e là con indosso una tutina.”

La tournee del 1986, in effetti, sarà l’ultima dei Queen con la formazione originale. Gli anni Ottanta scorrono verso la loro seconda metà e Freddie si imbatte in un progetto mastodontico: preparare l’inno ufficiale delle future Olimpiadi di Barcellona, previste nel 1992, e il duetto/confronto con il suo idolo, la Diva assoluta, la soprano Montserrat Caballé.

“Barcelona”, cantata da un Mercury nuovamente senza baffi e tremante al cospetto della Caballé, è un gran bel pezzo, dove i due –nonostante le disparità evidenti, soprattutto di torace e di ottave- si scambiano fraseggi degni di un coro angelico.

Freddie, tuttavia, appare un po’ stanco e inizia ad essere sciupato. Almeno, questa è l’impressione che hanno i fan l’anno successivo al duetto con la soprano, il 1989, quando i Queen danno alla luce “The Miracle”, album in studio numero tredici. Il quartetto, pulitosi un po’ dall0intossicazione di campionamenti e delle drum machine, tornano a fare rock, e lo fanno parecchio bene. Basti sentire “Breaktrough” o la versione estesa di “I Want It All” per capire quanto siano crudi, veloci, rockeggianti e mastodontici nel loro talento. Ormai firmano i brani ad otto anni, mentre prima si era sempre firmato singolarmente o in binomio il brano. L’aspetto fisico di Freddie, dimagrito, con una rasa e insolita barbetta non convince la stampa e i curiosi, che iniziano a ipotizzare, creare illazioni, malignare.

Nel 1991, il quartetto ritorna con “Innuendo”, album n°14. Il primo singolo, che dà il nome all’album, è un singolo rock di rara potenza. Incessante, in continuo crescendo, la voce di Mercury è nitida e pulita come non mai. Nessuno sa che, durante quelle registrazione e quelle quasi gemelle per “Made in Heaven”, album postumo- la salute di Mercury è rapidamente peggiorata. Un anno prima, Freddie ha sentito il dovere di convocare i suoi amici della band per comunicare loro il fato che non gli fosse rimasto più molto da vivere. Aveva contratto l’AIDS, la piaga che segnerà maledettamente gli anni Ottanta (e non solo). Gli ultimi tempi sono difficili: le forze lo abbandonano, la voce gli esce a fatica, le papille gustative non rispondo ai comandi inviati dal cervello e non può più camminare, a causa di un buco formatosi sotto la pianta del piede.

Tuttavia, per tributare al suo pubblico un ultimo saluto Freddie appare –per l’ultima volta- in un videoclip dei Queen. Si tratta di “Days of Our Lives”, scritta da Taylor per un suo album precedente e ripresa alla band. La canzone e il video sono il suo commiato. In un bianco e nero caldo, uno scheletrico Freddie canta divinamente. Alla fine della clip, sussurra un “I still Love You” nei confronti della camera.

È un “Vi amo ancora, vi voglio bene ancora” rivolto a tutti coloro che lo sostengono e che non danno ascolto alle sempre più insistenti e fastidiose voci della stampa.

Negli ultimi giorni di novembre, quando la situazione per Freddie è ormai tragica, decide di non farsi vedere dai suoi vecchi compagni di band, con i quali ha condiviso vent’anni di vita ai massimi livelli.

Una Broncopolmonite rende Mercury debolissimo. Il 23 novembre, viene trasmessa questa comunicazione ai media:

Desidero confermare che sono risultato positivo al virus dell’HIV e di aver contratto l’AIDS. Ho ritenuto opportuno tenere riservata questa informazione fino a questo momento, al fine di proteggere la privacy di quanti mi circondano. Tuttavia è arrivato il momento che i miei amici e i miei fan in tutto il mondo conoscano la verità e spero che tutti si uniranno a me, ai dottori che mi seguono e a quelli del mondo intero nella lotta contro questa tremenda malattia.”

Meno di 24 ore dopo, il 24 novembre, Garden Lodge, Londra, l’Inghilterra e il Mondo perdono la loro Regina (con tutta pace per Elisabetta. Non me ne voglia, Maestà. NdA). Freddie Mercury viene a mancare ma la sua memoria, la sua voce, le sue canzoni, le sue idee continueranno a volare alte nel cielo.

Un anno dopo, uno Wembley Stadium colmo sino all’inverosimile ospiterà l’ultimo omaggio al Rocker. Il “Freddie Mercury Tribute” vedrà un parterre de roi sul palco: oltre ai tre Queen orfani (è l’ultima apparizione live di John Deacon, che lascerà ufficialmente il gruppo nel 1997), sfilano Elton John, i Guns’n’Roses, i Metallica, l’amico David Bowie, Lisa Stansfield, George Micheal (si vociferò di un suo possibile ingresso nei Queen come sostituto di Mercury, poi tutto sfumò), gli Extreme, Annie Lennox, Roger Daltrey degli Who e Tony Iommi dei Black Sabbath…

Da 27 anni ormai Freddie Mercury ci ha lasciati orfani.

Orfani di tante storie raccontate in musica, di grandiosi inni da stadio, di liriche che uniscono il rock al pop più commerciale, l’opera al folk e alla disco.

Orfani di una personalità forte, di un’artista poliedrico e carismatico.

Del resto, come cantò Mr. Mercury una volta, in “In My Defence” (canzone scritta dall’amico Dave Clark per il musical “Time”):

 

In my defence, what is there to say?

All the mistakes we made must be faced today

It’s not easy now knowing where to start

While the world we love tears itself apart

 

I’m just a singer with a song

How can I try to right the wrong?

For just a singer with a melody

I’m caught in between with a fading dream

 

In my defence, what is there to say?

We destroy the love, it’s our way

We never listen enough, never face the truth

And like a passing song, love is here and then is gone

 

I’m just a singer with a song

How can I try to right the wrong?

For just a singer with a melody

I’m caught in between with a fading dream

 

Just a singer with a song

How can I try to right the wrong?

I’m just a singer with a melody

I’m caught in between with a fading dream

Caught in between with a fading dream

Caught in between with a fading dream

 

Oh, what on earth?

Oh, what on earth?

How do I try?

Do we live or die?

Oh, help me God

Please, help me

 

 

In mia difesa, cosa c’è da dire?

Tutti gli errori commessi devono essere affrontati oggi

Non è facile adesso sapere da dove iniziare

Mentre il mondo che amiamo si distrugge

 

Sono solo un cantante con una canzone

Come posso provare a far diventare giusto ciò che è sbagliato?

Perché sono solo un cantante con una melodia

Sono intrappolato in un sogno che svanisce

 

In mia difesa cosa, c’è da dire?

Distruggiamo l’amore, è il nostro modo di agire

Non ascoltiamo mai abbastanza, non affrontiamo mai la verità

E come una canzone che passa, l’amore è qui e poi se n’è andato

 

Sono solo un cantante con una canzone

Come posso provare a far diventare giusto ciò che è sbagliato?

Perché sono solo un cantante con una melodia

Sono intrappolato in un sogno che svanisce

 

Solo un cantante con una canzone

Come posso provare a far diventare giusto ciò che è sbagliato?

Sono solo un cantante con una melodia

Sono intrappolato in un sogno che sta svanendo

Intrappolato in un sogno che svanisce

Intrappolato in un sogno che svanisce

 

Oh, come va sulla terra?

Oh, come va sulla terra?

Come devo provare?

Dobbiamo vivere o morire?

Oh, aiutami Dio

Ti prego, aiutami

 

 

Ciao, Freddie.

Grazie per la musica, le parole, i live, la tua creatività, la tua arte.

Grazie per averci lasciato le migliori colonne sonore della nostra vita

 

 

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