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Gennaro Gattuso – L’Importanza di chiamarsi Ringhio

Gennaro Gattuso – L’Importanza di chiamarsi Ringhio

Un giocatore che non vorresti mai trovarti contro durante una partita di calcio. Uno di quelli che, con sacrifici e intensità agonistica, ha fatto l’en plein di titoli, compreso quel Mondiale 2006 che ancora ricordiamo con gli occhi lucidi.

Toglietevi il cappello davanti ad un operaio del pallone, partito da Corigliano Calabro alla conquista del Mondo.

Benvenuti nella vita di Gennaro Gattuso, il solo e unico “Ringhio”.

 

Conegliano, Bologna, Perugia: piccoli Ringhio crescono (e fanno paura)

Gennaro Ivan Gattuso, per amici e famigliari Rino, nasce a Corigliano Calabro, nel cuore della provincia di Cosenza, il 9 gennaio del 1978. Cresce a pane e pallone, seguendo l’esempio del padre Franco, che aveva militato – ai suoi tempi- nella serie D.

Il piccolo Rino, già grintoso sin dalla più tenera età, gioca, combatte e stupisce: a 12 anni sostiene il suo primo provino con il Bologna. I felsinei decidono di non puntare sul giovane Gattuso e, in seconda battuta, arrivano i Grifoni del Perugia.

Il dodicenne Rino prepara le valigie e va ad affrontare l’avventura in terra umbra. Con i biancorossi esordirà in Primavera nel campionato 1995/96, vincendo il titolo. Farà il bis l’anno successivo, venendo eletto “Miglior giocatore del Torneo”. Mica male. I tempi sono pronti e Rino fa il suo esordio in serie B a soli 17 anni. Passa un giro di calendario (un anno) e Rino calca per la prima volta un campo nella massima serie. È il 22 dicembre del ’96 e il Perugia sfida il Bologna (Toh, le casualità).

Otto partite in Serie A. questo è il bottino di Rino prima che le sirene scozzesi del Glasgow Rangers lo tentino. È giovane e vuole provare un0avventura in un calcio ben diverso da quello italiano. Al Perugia non sono d’accordo, anche perché Gattuso rischia di andare via a parametro zero (cosa che si avvererà): provano ad ostacolare in ogni modo trattativa e trasferimento del talentuoso calabrese.

Ma Rino, lo sappiamo, non è pacato nei modi e non ama che qualcuno si frapponga lungo la strada: decide di scappare, nel pieno della notte, dal centro sportivo die Grifoni. L’aereo lo attende. Destinazione Glasgow, nella metà azzurra dei Rangers.

Rino The Braveheart, Mr. Smith e Dick Advocaat, il secondo padre e il patrigno crudele

In quel di Scozia, Rino arriva nell’aprile del 1997. È costretto – a causa delle resistenze da parte della FIGC a concedere il transfer – ad aspettare due mesi prima di poter mettere piede nel glorioso Ibrox Stadium. Appena riuscito a calcare il rettangolo verde, anche gli scozzesi –abituati ad un calcio fisico e maschio- riconoscono in Gattuso un lottatore, tanto da ribattezzarlo “Braveheart”, cuore impavido.

E impavido, il nostro Rino, lo è. Con i “Gers” conquista un secondo posto in Campionato, dietro i “cugini” del Celtic. Tuttavia, c’è un cambio in panchina che risulterà fondamentale per la carriera di Rino: va via Walter Smith, quasi un secondo padre per Gattuso e arriva Dick Advocaat. L’olandese non ama il calabrese e ne retrocede la posizione a difensore. Questo e altri dissidi –i due non hanno un carattere facile- concluderanno l’esperienza di Rino nella terra di William Wallace.

In Scozia, però, Rino non ha trovato solo il successo personale: ha incontrato Monica, la figlia di emigrati che gestiscono un ristorante a Glasgow. Tra i due scatta l’amore, che perdura sino ai giorni nostri.

Per Rino e la sua fidanzata Monica è tempo di rifare le valigie: l’Italia chiama.  A volere Gattuso sono i granata della Salernitana (che, proprio nel 2019 festeggiano il loro Centenario). Gattuso diverrà il giocatore più pagato –sin al momento- dal team campano: ben 9 miliardi di lire. Soldi spesi bene, visto che –in un solo campionato nella massima Serie- Rino diventerà l’idolo della curva e delle tribune, oltre che avere gli occhi addosso da parte dei DS di mezza Serie A.

Con i Bersaglieri (altro soprannome della Salernitana) la stagione si conclude con un’amara retrocessione, ma l’estate è proficua: il team manager campano, Ruben Buriani, lo consiglia al Milan. Buriani, vecchia gloria rossonera, ci vede lungo, così come ci vede lungo l’AD dei Diavoli, un certo Adriano Galliani.

 

Gli anni indiavolati, tra Champions, Mondiali e notti turche da dimenticare

Gli viene assegnata la maglia numero 8 e, con quel numero sulla schiena, Gennaro diventa, in appena 22 presenze durante il primo anno, uno degli intoccabili. Grintoso, tenace, ultimo a mollare, corre per quattro e morde gli avversari. Non come fa Suarez: Rino “morde” calcisticamente. Ne sa qualcosa Luis Nazario da Lima, aka Ronaldo “Il Fenomeno”, che se lo troverà contro durante il Derby.

Nel 2000 arriva la prima convocazione in azzurro: con la maglia della Nazionale Rino avrà subito un buon feeling. Sono anni difficili per gli Azzurri, che collezionano bel gioco ma risultati zero, come la finale di Euro 2000 persa in pochi minuti. E Rino, con il suo gioco non raffinatissimo, fa storcere il naso ai puristi. Avranno tempo di ricredersi: Gattuso diventerà uno dei pilastri della Nazionale, soprattutto quando in panchina arriverà Marcello Lippi.

Nel frattempo, nel Milan gioca, combatte, si guadagna il rispetto di una curva che non è annoverata tra le più facili da far innamorare. Nel 2002/2003 arriva la prima, grande stagione di trionfi. Il Milan Coppa Italia e –soprattutto- una finale di Champions League, dopo aver eliminato in semifinale i cugini dell’Inter. In quel di Manchester, il 28 maggio, i rossoneri e Ringhio si giocano la Coppa dalle Grandi Orecchie contro la Juventus, in una finale tutta tricolore. La spunteranno i Diavoli di Milano, dopo la lotteria dei rigori. È il primo, grande trofeo nella carriera di un centrocampista di sacrificio come Ringhio. L’anno successivo Gattuso solleva e porta in trionfo una Supercoppa Europea, una Supercoppa Italiana e uno Scudetto, tornato a Milano dopo cinque anni.

Sarà la successiva stagione, però, a lasciare in lui (e in tanti tifosi) una cicatrice indelebile. La finale di Champions League, alla quale il Milan accede, vede i rossoneri contrapposti ai Reds del Liverpool, nella bolgia di Istanbul. Il Milan chiude il primo tempo sul 3-0. Sembrerebbe match-partita-incontro, ma non è così: in dieci, folli minuti, il Liverpool pareggia i conti. La lotterai dei rigori, stavolta, non arride al Milan e la Coppa va al Liverpool. Un trauma che molti rossoneri non dimenticheranno, almeno sino alla “Rivincita” del 2007.

Ma, nel frattempo, un altro momento triste per il calcio italiano sta arrivando. Si chiama “Calciopoli” e i protagonisti (e le protagoniste) sono tra i più prestigiosi nomi della Serie A. l’Italia del pallone piomba (nuovamente) nell’incubo: processi, testimoni, perquisizioni e squadre blasonate che vengono retrocesse. Il Milan viene sanzionato con 30 punti di penalizzazione nel campionato appena terminato.

E – giusto per regalarvi emozioni – lo scandalo arriva poco prima di un Mondiale. Un po’ come nell’82: certo che se finisse come in Spagna, tra l’urlo di Tardelli e Pertini che esulta tra Re Juan Carlos e la Reina Sofia…

Gennaro è uno dei 23 che partono, con l’umore sotto i tacchi, per la Germania. Rino non giocherà la partita d’esordio contro il Ghana; farà il suo esordio subentrando a Luca Toni nella seconda partita, il pareggio contro gli USA. Evidentemente il suo gioco garba parecchio a Lippi, che lo schiera titolare nella terza e ultima partita del girone, contro la Repubblica Ceca.  Da allora, Rino disputerà tutte le partite, compresa la finalissima: solleverà la Coppa, trionfo del calciatore di fatica, di sacrificio, che si è fatto da solo.

Tornati in patria con tutti gli onori, Rino e compagni re indossano nuovamente la maglia del proprio Club.

In tutto questo, arriva 14° nella classifica del Pallone d’Oro, vinto quell’anno da Fabio Cannavaro.  Gattuso, nella stagione successiva al Mondiale, sarà uno degli artefici della “Vendetta Perfetta”, ovvero la rivincita contro il Liverpool. Due a zero, doppietta del rapacissimo Pippo Inzaghi e via, un’altra Champions da sollevare.

 

Gli ultimi anni in campo, prendere per il collo Lo Squalo, problemi di vista e l’addio

Ci sono annate buone e annate decisamente da mettere nel dimenticatoio, nella carriera di Rino: dalle pessime figure (assieme alla Nazionale) in Confederations Cup e agli Europei (con tanto di sberle prese dagli Spagnoli) sino alla toccata e fuga in Sudafrica 2010, quando Lippi fece lo stesso errore di Bearzot, peccando di riconoscenza e gratitudine nei confronti di quei giocatori che avevano quattro anni in più.

Nel 2011, il buon vecchio Ringhio, con tanto di fascia di Capitano al braccio, è protagonista di un siparietto tragicomico contro “Lo Squalo”, Joe Jordan, ex rossonero e vecchia conoscenza del nostro. Nell’immediato post-partita, tra i due volano scintille (altre ne erano volate, tramite botta e risposta, durante i novanta minuti regolamentari) fino a quando Gattuso, ignorando il bon ton, afferra Jordan per la gola. Non fossero intervenuti per separarli, non so cosa sarebbe restato dell’allenatore in seconda del Tottenham (questo era il ruolo ricoperto da Jordan).

Passano nove mesi: il 9 settembre del 2011, durante il match di campionato contro la Lazio, Ringhio chiede il cambio. Qualcosa nei suoi occhi non sta funzionando come dovrebbe. Visitato, il referto parla troppo chiaro: paralisi del sesto nervo cranico, peggiorato in un secondo tempo da una miastenia (la riduzione della forza muscolare) oculare. Gattuso, tra le lacrime e l’incredulità, è costretto a dire addio (o quasi) al calcio giocato. Ma uno come Ringhio manco le granate lo fermano: sei mesi dopo, guarito, torna in campo con la sua maglia numero 8, a fronteggiare i ducali del Parma.

È l’ultimo canto del cigno per Rino: a maggio, dopo un incontro con Galliani, Rino non rinnova. Terminerò la sua carriera in Svizzera, al Sion. Nella terra dei Cantoni, Gattuso si troverà, dopo alcuni match, a ricoprire il ruolo di giocatore-allenatore, come già capitato ad illustri colleghi (vedi Luca Vialli e la favola Chelsea). La carriera in panchina durerà poche giornate. Tante, tuttavia, per fargli capire che è arrivato il momento di appendere le scarpette al chiodo e prendere in mano schemi e moduli.

La carriera da allenatore di Rino non gli ha riservato molte gioie: lui ci mette il cuore, la passione, la grinta, a volte anche un po’ troppa (vedi lo scontro verbale avvenuto tra Gattuso e Babayoko, con il francese che si rivolge al Mister mandandolo a quel paese e Rino che gli spiega, a gesti, che ne avrebbero discusso nel calore degli spogliatoi, cheek to cheek). Ma è un uomo di cuore, che non esita un secondo a rinunciare al suo ingaggio per poter pagare quello del suo staff e dei suoi giocatori (è successo al Milan, non in una squadretta così).

A dicembre 2019 subentra a colui che fu il suo Mister nel Milan stellare dei primi anni 2000, quel Carlo Ancelotti che ha scritto la storia del Milan, dentro e fuori il campo. Subentra a lui, dunque, alla guida del Napoli: riuscirà il grintoso Gennaro ad entrare nel cuore dei parteneopei? Sicuramente, vista la location e l'incrollabile fede che i napoletani hanno per San gennaro, già il nome potrebbe aiutarlo. Sarà il campo a parlare. 

Gennaro è uno sportivo, un uomo di valori, cresciuto con poco e in mezzo ai campi di una volta, quelli con la terra battuta e i sassi. È uno che non ha mai avuto paura di un contrasto, l’ultimo a smettere di correre.

Non per nulla è Ringhio Gattuso, uno dei giocatori che – a mio personale parere- ha reso celebre e onorato quel numero 8 che-tanto spesso- viene accantonato, prediligendo il 7 (Cantona, Beckham) o il 6 (Baresi, Diego Lopez).

Da Corigliano alla Coppa del Mondo: mica male, Rino!

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