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Giancarlo Siani – La verità a costo della vita

Giancarlo Siani – La verità a costo della vita

Il mestiere del giornalista può essere uno dei più pericolosi, specie se –coerentemente con l’etica della professione- si va sempre alla ricerca della verità, per quanto essa possa essere scomoda e rischiosa per la propria salvaguardia.

Questa è la storia di un giornalista coraggioso, di verità taciute per troppi anni.

Questa è la storia di Giancarlo Siani.

 

Quando la terra tremò e i vermi uscirono dal sottosuolo

Il 23 novembre del 1980, un terremoto di magnitudo di 6,9 (X grado della Scala Mercalli) sbriciolò letteralmente l’Irpinia, quella zona della Campania che comprende l’odierna provincia di Avellino. I danni furono incalcolabili, gli edifici vennero distrutti, dando il via a una della più sporche e losche gare d’appalto per la ricostruzione.

In questo contesto, Giancarlo era un giovanissimo praticante giornalista di 21 anni, che aveva una passione forte, fortissima: raccontare e svelare, sollevare quel sudario di omertà e corruzione che ammantava la sua Regione. Infatti, tra le fasce più disagiate della Campania si annidava la manovalanza della camorra: uomini e donne disperati, che ignoravano una seconda opzione, una seconda possibilità, che non trovavano altro modo se non quello di divenire braccia e gambe della colossale e ramificata organizzazione di connotazione mafiosa.

Siani, fresco diplomato al Liceo Classico “Vico” e iscritto alla Facoltà di Sociologia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, iniziò ben presto a capire, grazie ai suoi articoli e alle sue inchieste, che la camorra aveva messo le sue mani, le sue zampe dappertutto. Poteva un’organizzazione così ammanigliata ai poteri forti, essendo IL “potere forte” essa stessa, lasciarsi sfuggire miliardi e miliardi di lire, finanziati dallo Stato per ricostruire la disastrata Irpinia? Certo che no.

In tutto questo, un nome era il punto di partenza e di arrivo delle inchieste di Giancarlo. Parliamo di Valentino Gionta, boss locale della camorra e ben inserito nei rapporti con diversi esponenti politici collusi. Valentino Gionta era partito dal contrabbando di sigarette e, una volta creatosi una solida base, si era buttato a capofitto nel business post-terremoto. Come lucrare sulle disgrazie altrui.

Giancarlo Siani non si pose il problema di omettere, di non parlare, di non scrivere e non sottolineare –a più riprese – ciò che stava accadendo, spesso sotto gli occhi (chiusi) delle Istituzioni. I suoi articoli inchiesta, pubblicati sul quotidiano napoletano “Il Mattino”, erano sempre più forti, sempre più incisivi.

Per farvi un parallelismo con un’altra figura-cardine della lotta alle associazioni mafiose, Peppino Impastato, anche lui preferiva urlare (seppur sotto forma di scrittura) il suo sdegno e la sua costernazione per come la sua Ragione era in balia di pochi e arroganti camorristi.

Il legame con la Mafia siciliana non è accennato solo per fare un parallelismo, giacché Siani scoprì un legame importante tra la Camorra (nella fattispecie il Clan Nuvoletta) e i Corleonesi di Totò Riina. Siani scoprì che, grazie a una soffiata partita dal clan Campano, Valentino Gionta era stato “venduto” alla Polizia.

Ormai il boss era troppo scoperto, troppo pericoloso, troppo attaccabile. E se avesse fatto una mossa sbagliata? Il lavoro (e la possibilità di lucrare) della Camorra sarebbe andata in briciole, come le case Irpina durante il terremoto.

Giancarlo scrisse un articolo, con informazioni ottenute da un suo amico Carabiniere, legato proprio alla “vendita” di Gionta da parte die Nuvoletta. Era il 10 giugno 1985 e quelle parole furono, per il Clan, la firma sulla condanna a morte del 25enne giornalista.

In un sistema come quello Camorristico (e Mafioso) gli “infami”, cioè coloro che intrattenevano rapporti con le Forze dell’Ordine. Quanto di più lontano dal Codice d’Onore dei Clan. I Nuvoletta fecero diversi “summit” per decidere quando e come eliminare Giancarlo. Ormai non era possibile ignorarlo né tantomeno farlo tacere con i soldi. La sua morte doveva servire, al pari di tante altre, come esempio per gli altri. Mai aprire il Vaso di Pandora, mai ficcare il naso negli affari che non ti riguardano. Come se quella collusione tra politici, camorra, mafia e miliardi illecitamente intascati dalle tre entità soprannominate non fossero “affari” di un Giornalista.

Per evitare che le colpe dell’omicidio ricadessero direttamente sul clan, di pianta stabile in quel di Torre Annunziata, si decise che Giancarlo Siani sarebbe stato eliminato lontano dal centro. Il 23 settembre del 1985, alcuni giorni dopo aver festeggiato il suo 26° compleanno, Siani sta tornando a casa, nel quartiere napoletano dell’Arenella. Ha appena parcheggiato la sua Citroën Méhari verde, quando due assassini (almeno due, secondo le ricostruzioni), gli sparano per 10 volte in testa. Sono le or 20:50 e Giancarlo Siani viene ucciso.

Da chi? È la prima domanda che subito sale, rabbiosa, alle labbra. Questo, purtroppo, sarà uno di quei quesiti che dovrà attendere anni e anni affinché abbia una risposta, seppur parziale nelle sue mille omissioni. Si sa che il giorno della sua morte e Siani contattò Amato Lamberti, suo ex-direttore dell’Osservatorio della Camorra. Voleva parlargli di qualcosa di scottante, tanto da non poter essere raccontato a un telefono. Cosa si siano effettivamente detti i due, in quanto Lamberti fornirà diverse versioni della vicenda.

Nel 1997, quasi 12 anni dopo l’omicidio di Siani, la Corte d’Assise di Napoli condannò i fratelli Nuvoletta, Angelo e Lorenzo, assieme a Luigi Baccante, come mandanti dell’omicidio. Verrà inizialmente accusato anche Valentino Gionta, accusa che poi cadrà. Gli esecutori materiali, sempre indicati dal Tribunale partenopeo, sembra siano stati Ciro Cappuccio e Armando Del Core, affiliati al Clan.

Sembra che Giustizia, in ritardo come sempre in queste “faccende”, sia fatta. Eppure…

Eppure, a parte gli omissis e le lacune legate alle ultime ore di vita di Siani, nel 2014 un collega di Giancarlo, il giornalista Roberto Paolo, pubblica un libro-inchiesta (Il caso non è chiuso, edito da Castelvecchi Editore) in cui solleva diversi interrogativi e dubbi sulle conclusioni finali legate al processo. Indica, Roberto Paolo, altri mandanti e altri esecutori, mette in discussione quella che sembrava e aveva il sentore della verità. Le indagini vengono riaperte e affidate ai Sostituti Procuratori Enrica Parascandolo e Henry John Woodcock.

Dopo 35 anni da quella serata di settembre, Giancarlo Siani non ha ancora avuto giustizia né ha visto la verità.

Lui, che per la verità ha dato la vita.

 

Alberto Caboni

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