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Il 4 Luglio dell'Italia

Il 4 Luglio dell'Italia

UNA SFIDA LUNGA 46 ANNI

4 Luglio 2006. A Dortmund la serata è perfetta. Il Westfalenstadion è sold out, totalmente sold out. Ogni posto è occupato. Dal punto di vista cromatico, un oceano di maglie bianche riempie lo Stadio e le curve. Il tricolore tedesco, giallorossonero, sventola in ogni dove. In un settore dello stadio, una macchia caotica, rumorosa, festante, azzurra.

Italia e Germania si sfidano nella semifinale dei campionati Mondiali di Calcio, ospitati proprio dai teutonici. Una sfida che affonda le radici nell’alba dei tempi, non solo calcistici.

Italia e Germania, infatti, sono state spesso avversarie in qualsiasi campo, dal letterario al politico al culturale. Le uniche volte che le due Nazioni si sono trovate schierate assieme (vedi Seconda Guerra Mondiale prima dell’8 settembre), i risultati non sono stati dei migliori.

In più, tantissimi italiani sono emigrati in terra germanica, con i pro e i contro che questo comporta.

Ci sono precedenti illustri nella storia del calcio, soprattutto legato ai Campionati Mondiali. Le due Nazionali (quando la Germania era ancora divisa tra Est e Ovest) si affrontarono sempre in una semifinale. Correva l’anno 1970 e Italia e Germania diedero vita al “Match del Secolo”. Quell’indimenticabile 4-3, con i goal –tra gli altri- di Gigi”Rombodituono” Riva e Gianni Rivera.

Ma in questo 4 luglio la Storia non conta, il passato non conta. Conta il presente, conta superare l’ultimo avversario prima della Finale di Berlino.

La Germania gioca in casa, il “12° uomo” consiste in più di 60.000 tifosi. L’Italia, forte dei suoi emigrati e di coloro che hanno seguito la Nazionale, cerca di difendersi come può, anche se il colpo d’occhio cromatico –come detto prima – è impattante.

L’Italia di Mister Lippi è partita per i Mondiali di Germania all’indomani dello scandalo partite: la Juve è stata retrocessa in Serie B, tre scudetti revocati, la Triade Moggi-Giraudo-Bettega indagati, Gianluca Pessotto che tenta il suicidio; una situazione assolutamente deleteria.

 

UNA VECCHIA CONOSCENZA ITALIANA

Sulla panchina tedesca siede e dirige Jürgen Klinsmann, che l’Italia la conosce eccome. Già giocatore dell’Inter dei tedeschi, quella dello scudetto record. Già vincitore con la Germania (appena riunificata, anche calcisticamente, dopo il crollo del Muro) proprio in terra italiana, durante le “Notti Magiche” di Italia ’90.

La compagine tedesca schiera pezzi da 90. Mister Klinsmann schiera undici top player: Lehmann; Friedrich, Mertesacker, Metzelder, Lahm; Schneider, Kehl, Ballack, Borowski ; Klose, Podolski.

Gli azzurri schierano in campo Buffon; Zambrotta, Cannavaro, Materazzi, Grosso; Camoranesi, Gattuso, Pirlo, Perrotta; Totti; Toni.

 

MATCH OF THE MATCH

Riuscire a giocare travolti dai fischi dei 60.000 tedeschi non è facile per l’Italia. Ma gli Azzurri, testa bassa e coraggio da vendere, lottano su ogni pallone, cercando di evitare con tutte le forze gli odiatissimi calci di rigore, da sempre nemici della Nazionale.

Al 16’ Totti pesca in posizione perfetta Simone Perrotta. Il numero 20 azzurro allunga troppo il pallone e Lehmann para in due tempi. Al trentesimo minuti ci prova Fabio Grosso a mozzare il fiato del Westfalenstadion, passando un pallone d’oro a Luca Toni. Il bomber della Fiorentina e capocannoniere della stagione appena passata con 31 goal non riesce a girarsi ed inquadrare lo specchio della porta.

Al 34' ci prova la Germania: tiro di Schneider che va poco sopra la traversa.

Il secondo tempo inizia senza cambi e con la Germania che spinge, sulle ali dell’entusiasmo popolare. Miroslav Klose salta mezza difesa tricolore, supera “Ringhio” Gattuso e Capitan Cannavaro ma trova Gigi Buffon a negargli il goal. Passano pochi minuti e Buffon si oppone ad una staffilata pericolosa di Podolski.

La partita adotta ritmi più blandi, partono i primi cambi, sempre all’insegna del leitmotiv “Evitiamo i rigori” che aleggia su entrambe le panchine. Alberto Gilardino prende il posto di Toni al 74’. Un minuto prima, Bastian Schweinsteiger era subentrato ad uno stanco Borowski. 

Al 79’ Cannavaro commette fallo al limite dell’area, l’arbitro Archundia assegna il calcio di punizione. Ballack batte alto, troppo lato. Il match prosegue sullo zero a zero e Klinsmann butta nella mischia Odonkor al posto di Schneider. Nulla da fare, il novantesimo arriva e l’arbitro fischia tre volte.

Si va ai supplementari. Lippi tenta di spostare il baricentro offensivo dell’Italia togliendo un centrocampista – Camoranesi - per un altro attaccante, Vincenzo Iaquinta.

L’equilibrio del match cambia e gli Azzurri, con il Violinista Gilardino, prendono un palo clamoroso, con Lehmann ormai superato. Ormai le squadre sono lunghe, la stanchezza morde le gambe, stringe i muscoli con crampi d’acciaio. Lippi tenta l’ultimo cambio: fuori Perrotta, dentro Alex Del Piero.

Gli Azzurri giocano –di fatto – con un 4 – 2- 4 , praticamente una follia, proponibile solo in certe, disperate occasioni. E questa lo è.

C’è qualcosa nell’aria. Lo si percepisce dalle facce dipinte di verde, bianco e rosso che trattengono il respiro ogni volta che la Germania tocca un pallone. Lo percepisci nelle inquadrature degli Azzurri, gli occhi spiritati ma assolutamente indomiti.

Finisce il primo tempo supplementare. Zero a zero; l’incubo rigori dista soltanto quindici minuti più recupero.  

Inizia il secondo tempo supplementare e Podolski costringe Gigi Buffon a fare un miracolo.

Un detto del calcio recita: “Goal mancato, goal subito”.

Minuto 118. Calcio d’angolo per gli azzurri. Sugli sviluppi, il pallone arriva al “Maestro” Andrea Pirlo. Il numero 21 si guarda intorno, solleva la testa, cerca un compagno libero tra le maglie tedesche. La palla arriva a Fabio Grosso.

Il numero tre calcia al volo. Dal suo sinistro parte un tiro a girare dalla traiettoria da videogame di calcio. Una parabola che si insacca alle spalle di Lehmann, nonostante il volo del numero uno tedesco.

È l’uno a zero. Il Westfalenstadion ammutolisce, salvo per alcune migliaia di uomini e donne in maglia azzurra che esplodono in un urlo che è un mix di gioia, rivalsa, vendetta, felicità, incredulità.

La stessa incredulità che si dipinge sul volto di Fabio Grosso che, appena segnato, corre a perdifiato per il terreno di gioco, piangendo.

“Non ci credo” si legge dal suo labiale “Non ci credo”.

Non ci crede nessuno. Non ci credono certo i tedeschi ma ci credono –eccome se ci credono – 60.000.000 di italiani nelle piazze, davanti ai maxischermi.

La Germania tenta di reagire, votandosi all'attacco, ma rimane scoperta. Se attacchi, ti scopri completamente.

Minuto 120+1, due ore ed un minuto di gioco.  Meta campo italiana. Cannavaro ruba un pallone eccellente e parte, palla al piede, veloce come il vento. S’incontra e si scontra con Totti. Il numero dieci vede Gilardino arrivare sulla fascia sinistra. Passaggio a tagliare il campo.  Il Gila difende la palla, punta dritto Metzelder e -Magia!- serve Alex Del Piero, che si è fatto 70 metri correndo come una scheggia. Palla servita alla perfezione, Del Piero la colpisce di collo esterno e Lehmann è battuto per la seconda volta.

 

La partita finirà di lì a poco e gli Azzurri, cinque giorni dopo, vinceranno la loro quarta Coppa del Mondo battendo i cugini d’Oltralpe, la Francia di Zinedine Zidane, ai rigori dopo una partita semplicemente epica.

E pensare che alla partenza nessuno avrebbe puntato su una Nazionale ritenuta troppo vecchia come età media, in cui Lippi aveva inserito elementi come Grosso, Barone, Zaccardo, Perrotta.

Eppure, quei ventitré uomini divennero i Cavalieri che fecero l’Impresa.

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