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Il Terzo Mazzola: Ferruccio e l’Inter delle “Pasticche”

Il Terzo Mazzola: Ferruccio e l’Inter delle “Pasticche”

Se vi dico Mazzola chi vi viene in mente?

Sicuramente il primo nome che riuscirete ad abbinare sarà quello di Valentino, indimenticabile capitano del Toro del dopoguerra, perito nella tragedia area di Superga nel 1949.

Il secondo nome sarà quello di Sandro, bomber dell’Inter, pilastro della Nazionale e protagonista della “Partita del Secolo”, Italia-Germania 4-3.

Forse non a tutti tornerà in mente Ferruccio, figlio di Valentino e fratello del “Baffo” Sandro, l’uomo che scoperchiò un vaso di Pandora a tinte nerazzurre, contenente accuse, pasticche, morti sospette e un ritratto inedito del “Mago”, Helenio Herrera.

Seguitemi: sarà una storia a tinte fosche, dove la verità non sarà piacevole.

 

Ferruccio, il campo, le riserve e il Mago

Già, ma chi era davvero Ferruccio Mazzola? Nato a Torino il 1° febbraio del 1945, aveva appena 4 anni quando suo padre Valentino, capitano del Toro, perse la vita con i compagni poco fuori città, su quella maledetta collina di Superga. Sino ad allora di lui, Ferruccio, si sapeva davvero poco. I genitori si erano bruscamente separati poco tempo prima, il padre viveva con un’altra donna (anche se risultava essere la sua “Governante”). L’unico figlio “conosciuto” di Valentino era Sandro. Dopo Superga, quando il futuro “Baffo” verrà –di fatto- rapito dalla compagna del padre, si scoprirà l’esistenza di un Mazzola jr numero 2; per l’appunto, il nostro protagonista.

Crescere all’ombra di un mito come il padre non è certo facile, per i due ragazzi. Quando poi Sandro spicca il volo nell’Inter, esordendo nel 1961 (in un Juventus-Inter dove i nerazzurri schierarono –per protesta- le riserve, tra cui Sandro), per Ferruccio la strada è ancor più in salita.

Non una ma due grandi ombre a coprire la sua carriera. Questo non gli impedisce di esordire nel 1963 in prima squadra. Sulla panchina del Biscione sedeva il “Mago”, l’argentino Helenio Herrera.

E qui inizia la strana vicenda che lega Herrera a Ferruccio. Capita che il Mago dia delle pasticche ai suoi giocatori. Ricordiamo che a quei tempi – nei primi anni ’60- non c’erano i controlli, le analisi delle urine e molte sostanze erano considerate valide per aumentare le prestazioni fisiche, recuperare più velocemente la forma fisica o “spezzare” il fiato (raggiungere il giusto equilibrio cardio-circolatorio, per semplificare).

Ferruccio è insospettito: quelle pastiglie vengono date prima alle riserve (quale lui è) e poi alla prima squadra. Ne parla con Sandro, suo fratello. “Molti di noi fanno finta di ingoiarle, poi vanno in bagno e le sputano”. Sempre più dubbioso, Ferruccio decide di seguire il consiglio fraterno e finge di buttare giù la pasticca.

“Con un poco di zucchero la pillola va giù”, canta Mary Poppins, uscito proprio in quegli anni (1964 in patria, 1965 in Italia). E probabilmente il “Mago” ragiona in questo modo. Si accorge che molti dei suoi non buttano giù le pasticche. Come fare? Semplice: mischiarle col caffè, scioglierle là dentro e il gioco è fatto.

“Sono stato in quell’Inter anch’io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l’allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche bianche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Noi riserve facevamo da cavie”.

Queste sono le dichiarazioni di Ferruccio tratte dal suo libro-inchiesta “Il Terzo incomodo”. Ma non abbiamo ancora finito. Siamo soltanto all’inizio.

Tornando al campo, Ferruccio non sta molto nell’Inter. A differenza di Sandro viene dato spesso in prestito. Gioca nel Marzotto Valdagno (squadra di Valdagno, Vicenza), nel Venezia e nel Lecco, prima che la sua avventura nei nerazzurri termini.

Nel 1968 verrà ceduto alla Lazio, dove conquisterà uno scudetto durante il Campionato 1973/74 (senza scendere un solo minuto in campo), in compagnia di Mister Maestrelli, Chinaglia e Wilson. Tra le file dei biancocelesti resterà sino al 1974, con una parentesi di un anno nei viola di Firenze. Ferruccio giocherà per 3 anni nel Sant’Angelo e terminerà la sua carriera negli Hartford Bicentennials, equipe del Connecticut. Era il periodo del lancio oltreoceano del calcio, anzi del Soccer e Ferruccio sarà uno dei tanti italiani che andrà a militare nelle squadre statunitensi.

Tuttavia, nonostante le varie migrazioni calcistiche, terrà sempre d’occhio Herrera. E non certo per rancore personale o per un qualche spirito di rivalsa. Semplicemente cercherà di capire e indagare su quella strana scia di stranezze che accompagneranno la carriera del mago.

Un esempio pratico è legato al periodo in cui il “Mago” allena i giallorossi della Roma. È il 16 marzo del 1969. Allo stadio “Amsicora”, l’11 giallorosso sfida i rossoblù. Taccola ha 25 anni e una febbre altalenante da diverse settimane. È stato operato anche di tonsillite e, nonostante dovrebbe stare per un periodo a riposo, è convocato da Herrera. Alla fine del match, il giovane numero 9 scende negli spogliatoi dello stadio per festeggiare con i compagni. Più di una volta dichiara “Mi sento male, mi gira la testa”. Viene fatto accomodare su un lettino e gli viene fatta un’iniezione. Non è la prima volta ma –purtroppo- sarà l’ultima. Dopo alcuni sobbalzi (leggi convulsioni), Giuliano ha un arresto cardio-circolatorio. Il medico sociale della Roma, assieme a quello del Cagliari, cercheranno di rianimarlo, praticandogli la respirazione artificiale e il massaggio. Quando arriverà all’Ospedale Civile di Cagliari, sarà già privo di vita.

In tutto questo, è la dichiarazione di Herrera che vorrei tristemente sottolineare:

“Andiamo via, ormai è morto, non possiamo fare più niente. Mercoledì abbiamo un'altra partita”

Queste dichiarazioni vennero riportate dai compagni a Giacomo Losi “Core de Roma”, uno dei giocatori giallorossi con più presenze, dopo Totti e De Rossi.

Sembra qualcosa di slegato rispetto alla storia di Ferruccio, ma non lo è. Assolutamente no.

 

Il Terzo Incomodo, una guerra familiare, due nuovi nomi nella lista e un finale dolceamaro

Nel 2004 scrive e pubblica un libro, intitolato “Il Terzo Incomodo”, quale –di fatto- si sentiva ed era considerato. Il terzo Mazzola, oscurato dalla luce abbagliante di papa Valentino e del fratello Sandro. Eppure il libro non si concentrerà solo su questi aspetti, andrà a puntare il dito contro quell’Inter di cui sia lui che il fratello faceva parte. L’Inter di Herrera e delle morti sospette.

Per citarvi soltanto alcuni dei giocatori nerazzurri passati a miglior vita e giocanti in quel periodo: vi dicono qualcosa i nomi di Armando Picchi, Marcello Giusti, Carlo Tagnin, Mauro Bicicli, Ferdinando Miniussi, Enea Masiero, Giuseppe Longoni?

Sono tutti giocatori dell’Inter di Herrera, tutti deceduti. Secondo il racconto di ferruccio, tutti loro avrebbero preso sostanze dopanti fornite dal “Mago”. Le famose pasticche e le iniezioni di cui parliamo dal principio di quest’articolo.

Il libro fece scalpore, sollevando una vera e propria ondata di indignazione che vide come “Capitani” due icone di quella squadra: Giacinto Facchetti, il Capitano e –al periodo- Presidente dell’Inter ma –soprattutto- Sandro Mazzola.

Esattamente lui, il fratello maggiore di Ferruccio.

“I panni sporchi si lavano in famiglia” fu il leitmotiv di quel periodo, con tanto di azione legale nei confronti della Bradipolibri, l’editore del volume, e rottura dei rapporti tra i due fratelli.

Nel libro-inchiesta, Ferruccio (come vi ho già accennato all’interno di quest’articolo), seguirà da vicino e metterà sotto la lente d’ingrandimento, le panchine di Herrera nei maggiori club di Serie A e mori improvvise e inspiegabili.

Parlo di Fiorentina, Lazio e Roma. Parlo delle morti di Bruno Beatrice, Nello Saltutti ed Ugo Ferrante; parlo delle malattie gravissime e debilitanti che colpirono Caso, Mattolini e De Sisti.

Il polverone sollevato dal “Terzo Incomodo”, come detto, portò ad un’azione legale da parte dell’Internazionale F.C. nei confronti di Ferruccio e della Bradipolibri, accusando entrambi di diffamazione nei confronti della società, di Helenio Herrera, dei dirigenti, dei calciatori e delle loro relative immagini.

Passarono 4 anni, quattro anni di processi e accuse, sino a quando il Tribunale di Roma diede totalmente ragione a Mazzola (Ferruccio) e all’editore, condannando l’Inter a pagare le spese processuali.

Piccola parentesi: il legale di Ferruccio, Alberto Foggia, dovette minacciare il pignoramento dell’incasso delle partite svolte al “San Siro”, prima di ottenere ciò che il giudice aveva legiferato.

Nel frattempo, siamo arrivati al 2008: due anni prima Giacinto Facchetti si era spento dopo una lunga malattia. Un altro nerazzurro da aggiungere a quella triste lista che abbiamo letto prima.

Sandro, scoprendo che anche il fratello Ferruccio era gravemente malato, si conciliò. I due parlarono a lungo, prima che Ferruccio, il “Terzo Incomodo” se ne andasse via il 7 maggio 2013. Un altro nerazzurro nella lista degli orrori.

Ferruccio, che viveva a Roma, in una modestissima casa, che aveva stretto rapporti con la vedova di Bruno Beatrice (di cui parleremo prossimamente in un articolo) e che –a titolo praticamente gratuito- seguiva i ragazzi della Borghesiana, squadra di Roma, incitandoli a non doparsi mai e poi mai.

Come in un dolceamaro finale, il 7 novembre Sandro Mazzola si raccontò a Walter Veltroni sulle pagine del Corriere dello Sport-Stadio.

Vi lascio con un brevissimo estratto da quell’intervista:

 

“[…] Sul doping mio fratello Ferruccio aveva ragione, le cose sono vere: negli ultimi anni hanno abbiamo avuto un conflitto, ma alla fine, alla sua fine, ci siamo ritrovati. Io ad un certo punto cominciai ad avere, in campo, dei fortissimi giramenti di testa. Andai dal medico che mi fece fare tutte le analisi e mi disse che dovevo fermarmi, che avevo problemi grossi. Mi disse che dovevo stare fuori almeno sei mesi. Ma questo Herrera non lo voleva. Da dove nascevano quei valori sballati? Non lo so. Ma so che, prima della partita, ci davano sempre un caffè. Non so cosa ci fosse dentro. Ricordo che un mio compagno, Szymaniak, mi chiese se prendevo la simpamina. Io non sapevo cosa fosse ma qualcosa che non andava, qualcosa di strano, c’era. […]”

 

Altro che Terzo Incomodo: senza Ferruccio Mazzola, tanti amari segreti sarebbero rimasti ancora nelle viscere degli stadi, ben nascosti negli spogliatoi e sciolti nei caffè.

 

AbC Alberto Caboni

 

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