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Jimi Hendrix – Voodoo Child

Jimi Hendrix – Voodoo Child

Unico. Visionario. Un animo sensibile capace di scrivere liriche poetiche e portarci in universi sconosciuti grazie alla sua chitarra.

Emblema della chitarra rock, capostipite degli Dei con una sei corde a tracolla.

Sistematevi la vostra fascia sulla fronte, scegliete la camicia più flower power che avete e seguitemi on stage: davanti a noi c’è Lui, Jimi Hendrix.

 

L’infanzia di Hendrix: Al e i Cherokee, Lucille, la Cigar Box, Johnny Allen diventa James Marshall

Johnny Allen Hendrix nasce il 27 novembre del 1942 in quel di Seattle, Washington. I suoi genitori sono James “Al” Allen, afroamericano con ascendenze Cherokee (da parte di madre) e Lucille, all’epoca diciassettenne. Non si sa bene per quale motivazione, Al ribattezzerà il figliolo come James Marshall. Il piccolo Jimi, appassionato di musica, si costruì un cordofono utilizzando una scatola di sigari come cassa acustica, un manico di legno e un elastico come “corda”. Questo strumento, di fatto, veniva utilizzato dai primi blues man, non avendo la possibilità di comprarsi una chitarra.

La prima sei corde che arrivò in casa Hendrix fu una destrorsa, regalatagli da Al dopo la morte di Lucille. Jimi, che era mancino, iniziò a suonare rovesciata; un’abitudine che rimarrà per tutta la sua breve e intensa vita.

Dopo aver accompagnato innumerevoli band –quasi a livello amatoriale- di Rhythm & Blues, nell’ottobre del 1960 Jimi abbandonò completamente gli studi, non raggiungendo il diploma. L’anno successivo, il ribelle James viene arrestato dalla Polizia per avere guidato due automobili rubate. Dovendo scegliere tra la galera e l’esercito, Jimi scelse la seconda opzione, arruolandosi nei Paracadutisti in quel di Fort Ord, California. Sotto i ranghi conosce Billy Cox, bassista che ritornerà nella vita di Hendrix anche anni dopo. Assieme a Cox mette su in piedi i “King Casuals” e ottiene il congedo, a causa di un brusco post lancio con il paracadute. Arruolati dal manager Theodore "Uncle Teddy" Acklen, la band suonerà in quel di Nashville, Tennessee, sino a tutto il 1962. Entrato a far parte del “Chitlin’ Circuit” (Chitlin' Circuit era il nome con cui veniva una serie di locali sparsi attraverso gli Stati Uniti -in cui musicisti, attori ed ogni altro tipo di artisti ed intellettuali afro-americani erano liberi di esprimersi ed esibirsi nel periodo della segregazione razziale statunitense), Jimi attraversa gli States in lungo e largo, prima di partire alla volta della Grande Mela, New York. È il 1964 ed Hendrix trova un “lavoro fisso”, diventando chitarra solista della “Isley Brothers Band”. Due anni di contratto, un’etichetta solida alle spalle, Jimi si trasferisce nel Greenwich Village, quartiere che aveva visto già musicisti del calibro di Bob Dylan accasarsi. Gli anni tra il 1964 e il 1965 sono instabili: Jimi salta da un gruppo all’altro, senza fissa dimora musicale.

Nel 1966 Jimi (che si firma Jimmy, con due “M”) mette in piedi “Jimmy James and The Blue Flames”, gruppo che non ha successo. Sempre durante quell’anno solare, al “Cheetah Club”, Jimi incontra Linda Keith, fidanzata con Keith. Keith Richards, alias l’alter ego di Mick Jagger nei Rolling Stones. Dopo che la ragazza prova a “proporre” Hendrix al suo momentaneo compagno (e dopo aver ricevuto un due di pecche), contatta Chas Chandler, bassista degli Animals. Chas, sentito Jimi dal vivo, rimane esterrefatto, soprattutto da una versione più sporca e cruda di una canzone blues di Billy Roberts, “Hey Joe”. Ma per aver successo, secondo Chas, bisogna andare laddove la scena musicale è ancor più in fermento, al centro dell’Universo, nella Swinging’ London. Così, Chas e Jimi salgono su un aereo e si dirigono a casa di Sua Maestà.

Arrivati in Gran Bretagna, Chandler si muove per cercare due musicisti per completare la band, sul modello del “Power Trio” (vedi i Cream). Il primo ad essere arruolato è un chitarrista inglese, Noel Redding. Il musicista si presenta da Chandler per un contratto, sente Jimi suonare la chitarra e decide di prendere in mano il basso. Con un mostro simile, forse è il caso di cambiare strumento. Il terzo elemento è il virtuoso Mitch Mitchell. È appena nata ufficialmente la band che stravolgerà l’ultima parte degli anni Sessanta. È nata la “Jimi Hendrix Experience”. Il terzetto, grazie al singolo “Hey Joe” colpisce anche gli altri musicisti: Star in ascesa del calibro di Eric Clapton o Jeff Beck rimangono impressionati dallo stile di Hendrix, così come Pete Townshend degli Who, che fa di tutto affinché la Experience abbia un contratto con la Track Record, casa editrice del quartetto di “My Generation”.

Non solo: il 12 maggio del 1967, anticipato da altri due mega singoli (“Purple Haze” e  “The Wind Cries Mary”) esce l’album d’esordio del trio. “Are You Experienced?” entra in classifica e resta stabile al primo posto fino a che il mondo non conosce il Master pièce dei Beatles.

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” esce il 1° giugno e tre giorni dopo –TRE- Jimi rende omaggio alla title track durante un live. Lennon e soprattutto McCartney sono incantati dal talento dell’americano e caldeggiano la sua presenza al Monterey Pop Festival, dove i Beatles dovrebbero suonare.

Succede che i quattro di Liverpool non ci saranno e Jimi regalerà al pubblico della “Summer of Love” un’esibizione al fulmicotone. Incendiaria e distruttiva selvaggia e innovativa, la performance di Jimi termina, dopo un intenso rapporto “musical-sessuale” con la sua Fender Stratocaster (accettatemi il termine, Signori. Se non avete presente quel Live, guardatelo. Comprenderete la potenza sensuale e sessuale espressa dal nostro), con il sacrificio della sua sei corde. Incendiata, bruciante e poi distrutta contro l’impianto di amplificazione.

Il tutto davanti ad un’eternità di pubblico in delirio.

È nata una Stella. Una stella destinata a bruciarsi troppo in fretta.

 

Axis, Ladyland, Woodstock, Experience, Gypsys, Wright, Samarkand: gli ultimi 3 (intensi) anni di Jimi

Sempre nel 1967, Hendrix e soci danno alla luce “Axis: Bold as Love”. L’album, più verso sonorità funk e blues, vede un’ulteriore innovazione hendrixiana, che si ripeterà anche negli LP successivi. Jimi registra le tracce diminuendo di mezzo tono l’accordatura della chitarra. Il Master Tape (nastro originale con il missaggio) del lato A di “Axis” fu smarrito da Jimi, dimenticato in un taxi. Non ritrovandolo, il gruppo dovette re incidere la facciata correndo contro il tempo. L’album fu un altro successo e piovvero nuove date per la Experience. Alla fine di un live a Stoccolma, Jimi viene arrestato. L’accusa? Devastazione di camera d’Hotel sotto i fumi dell’alcool. Il gruppo si rimette subito a lavoro per incidere quello che sarà n doppio album, “Electric Ladyland”. I rapporti tra Jimi e Chas Chandler sono sempre più difficili: il chitarrista smania per avere piena libertà sulle canzoni, compresa la durata; Chandler preme per avere brani sotto i 5 minuti, da poter usare anche come i singoli. Il divorzio tra i due è inevitabile, mentre le session di “Ladyland” continuano, anche con il contributo di altri musicisti, quali Al Kooper alla tastiera, Buddy Miles come batterista alternativo (ricordatevi del Signor Miles, ne risentiremo parlare a breve), oltre che il Bassista dei Jefferson Airplane Jack Casady e Steve Winwood dei Traffic.

Narra una leggenda metropolitana che Jimi incise ben 43 – Quarantatré – versioni differenti del brano “Gipsy Eyes” prima di trovare quella “giusta”. Inoltre, anche la copertina scelta dall’ensemble provocherà dei problemi. È una fotografia realizzata da David Montgomery, ritraente alcune ragazze in costume adamitico su sfondo nero (leggi: tutte ignude come Mamma le ha fatte. NdA): dopo aver stampato alcune copie, la censura bloccherà quella cover.

Giusto per buttare benzina sul fuoco: anche i rapporti tra Jimi e il bassista (nato chitarrista) Noel Redding sono difficili. Redding vorrebbe tornare al suo primo amore, la chitarra. In più, è stanco delle continue liti: abbandona più volte la sala d’incisione, per poi scoprire che le sue parti di basso sono state già registrate da Jimi. Dopo l’ultimo live in Terra d’Albone (Royal Albert Hall, London, 24 febbraio 1969) arriva l’ultimo live in assoluto del trio: il 29 giugno, al Bob Fey’s Denver Pop Festival, si verificano scontri tra il pubblico e le forze dell’ordine. Tra lanci di fumogeni, manganelli e violenze, lo spaventato trio riesce a rifugiarsi all’interno di un camion del service, assediati dai fan. Per Noel Redding è la goccia che fa traboccare il vaso: l’indomani, l’Experience perde il suo bassista originale. Due mesi dopo, il 3 maggio, Jimi cade nuovamente in fallo: all’aeroporto di Toronto viene arrestato per possesso di hashish ed eroina. Hendrix si difende adducendo la totale estraneità ai fatti. È tutto pronto, tra un delirio e l’latro, per il più grande raduno di sempre, per il Festival della musica, per “Tre giorni di Pace, Amore e Musica”, per il Festival di Woodstock.

In quel del mega raduno, Jimi suona all’alba del terzo e ultimo giorno, a causa di problemi logistici e naturali (una tempesta folle si scatena sulla location, con tanto di Canto della Pioggia (La traccia è presente sul Triplo vinile della rassegna, intonata da Carlos Santana, band e 500.000 anime circa). Della folla oceanica è rimasta “giusto” la metà, circa 200.000 persone, provate da tre giorni intensi. Jimi, con tanto di formazione allargata, viene presentato come “The Jimi Hendrix Experience”. On stage, precisa che l’ensemble si chiama “Gipsy Sun and Rainbows”.

La sua esibizione viene ricordata soprattutto per la versione roboante e cacofonica di “The Star – Spangled Banner”, l’inno degli States. Una precisa protesta nei confronti del governo e della sanguinaria guerra del Vietnam. Il regista della pellicola tratta da quei tre giorni, Michael Wadleigh, che – stranamente! - aveva avuto un alterco, utilizzò la musica del nostro come chiusa del film, mentre l’enorme appezzamento di terreno è ormai vuoto di cristiani e pieno di rifiuti.

Per Jimi è giunto il tempo di cambiare ulteriormente formazione, mettendo su in piedi – complice il manager Michel Jeffery – la “Band of Gypsys”, power trio formato da Hendrix, il vecchio amico Billy Cox e il batterista Buddy Miles.

Oltre a produrre un monumentale quantitativo di tracce e incisioni in studio, la Band partecipa a diversi Festival, sino al 28 gennaio 1970. Sono le 3 del mattino – anche stavolta problemi logistici – e la Band sale sul palco. Jimi è in evidente possessione da Acido Lisergico: insulta una fan, suona due canzoni e abbandona il palco. Fuori scena si scatena una rissa furibonda tra Buddy Miles e Micheal Jeffery: il batterista accusa il manager di aver volutamente drogato Hendrix per far andare male il Progetto dei “Gitani” e rimettere in piedi l’Experience.

Per tutta risposta, Jeffery –sempre più burattinaio- richiama e convince Redding e Mitchell a tornare nel gruppo. Bastano poche date affinché le vecchie ruggini tra il chitarrista e il bassista tornino a galla e portino quest’ultimo a lasciare. Viene richiamato Billy Cox e la nuova formazione, ibrido delle due precedenti, parte in tour, ribattezzandosi “Cry of Love”.

Nell’agosto del 1970 il grande sogno di Jimi si realizza: nascono gli “Electric Lady Studios”, i Suoi Studios. Progettato dall’architetto John Storyk in base alle richieste di Jimi, gli studi diverranno la sua casa per quattro settimane circa.

Il 30 di agosto, la formazione si esibisce live al Festival dell’Isola di Wight, forse l’ultimo, grande raduno della morente scena hippie.

Jimi è stanco e deve comunque fare un numero spropositato di Live per rientrare in pari con le spese per gli Studios. In Germania, al Festival di Fehmarn, capita che sia aspramente fischiato.

12 giorni dopo, il 18 di settembre, Jimi si trova al Samarkand Hotel, in compagnia della sua ragazza, Monika Dannermann. Secondo un primo racconto della giovane tedesca, Hendrix sarebbe morto affogato dal suo stesso vomito, a causa di un mix esplosivo di droghe e alcool.

Qualcosa in questa teoria lascia tutti con un grande punto interrogativo. Un roadie, James “Tappy” Wright, nel 2009 (giusto 40 anni dopo, con calma) dichiarò che nel 1971, un anno dopo la dipartita di Hendrix, incontrò il manager Micheal Jeffery, il quale gli confidò di aver ucciso il musicista.

Come? Facendogli ingerire copiose quantità di vino rosso, dopo che il musicista era pieno come un uovo di barbiturici. Risultato? Stato di incoscienza totale, vomito che non trova la strada d’uscita e uno dei più promettenti musicisti passato al Creatore.

Non sapremo mai cosa sia davvero successo durante quella notte tra il 17 e il 18 settembre del 1970. Jeffery è morto nel 1973, in una tragedia area sopra i cieli di Nantes, Francia.

Quello che sappiamo è che, con il morto ancora caldo, si scatena immediatamente una battaglia sulle royalties, sui diritti, sulle proprietà, sugli inediti, tra Jeffery, Al Hendrix (babbo di Jimi che rappresenta anche i fratellastri del musicista), il fratello minore Leon e terze parti. Continua tutt’ora, questa orrenda faida di rinfacciamenti, colpi bassi, meschinità. Il tutto nel nome di Jimi.

In ogni caso, quello che dobbiamo RICORDARCI è che un musicista così, in grado di lasciare una traccia fortissima nella cultura di massa, nella musica, nella storia sociale, nasce una volta per generazione.

Beati coloro che hanno visto Hendrix dal vico e beati noi che –a 50 anni dalla sua morte – ancora godiamo delle sue canzoni e ci stupiamo di quanto fosse “avanti”.

 

Grazie, Jimi

 

 

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