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Lo Stato dell'Arte, l'Arte (non) dello Stato

Lo Stato dell'Arte, l'Arte (non) dello Stato

Da poche ore è terminato il 25 ottobre, data che verrà ricordata, probabilmente nei libri di scuola del domani, come madre dell'ennesimo DPCM varato dal governo Conte e legato all’evitare, quanto più possibile, il propagarsi del terribile Co. Vid-19.

Quando tutta questa brutta situazione è iniziata, nei primi mesi dell’anno che paiono distanti ormai secoli, nessuno sapeva esattamente come si comportasse il Virus, quali fossero le sue “strategie”. Venne deciso, visto l’incremento folle dell’indice di contagio e le centinaia di persone morte o ricoverate nei reparti di terapia Intensiva al collasso, di dare un colpo di vite.

Chiudere tutto, per qualche tempo, per salvare le vite. Per salvare la vita, il bene più prezioso.

Fu una chiusura, ricorderete, che ci lasciò spaesati, scioccati, increduli. Chiusi in casa a “rischiare” di essere bombardati dai media e da notizie contrastanti, ipotesi e congetture surreali.

Il Virus si diffonde anche se indossate le mascherine. State lontani, mantenete le distanze sociali. Indossate i guanti. Non indossate i guanti, sono anch’essi veicoli per il contagio. Mettere le mascherine ma –se siete lontano da tutto e tutti – potete abbassarla. Un pochino, forse.

 

In tutto questo, per oltre due mesi, l'Italia, l'Europa, il Mondo si sono bloccati. Immagini trasmesse da tutto il globo e che, quotidianamente, passavano sotto i nostri occhi. Parigi, Berlino, Buenos Aires, Melbourne, Las Vegas… Ovunque guardassi, strade deserte e vuote.

Proprio come sono state trattate le Arti. Cinema, teatri, concerti, eventi. Tutto venne annullato, posticipato, rimandato all'estate successiva, al 2021, sperando che –nel frattempo- il Virus trovasse un antagonista.

 

Lo Stato dell’Arte, quell’Italia che esporta i suoi talenti per il Mondo, che vive di cultura, di recitazione, di musica. Un popolo, il nostro, di artisti, che vive grazie al proprio lavoro.

Vive? Sopravvive, a dir il vero, visto che le Arti, nel Belpaese sono belle e “divertenti” quando non alzano la testa, quando non protestano, quando fanno le dirette sui Social per offrire la loro voce, il loro talento, le loro emozioni a noi, che di esse ci nutriamo.

Pensate a tutti coloro che sono “invisibili”. Mi spiego meglio: ricordate il concerto, l’evento più mastodontico al quale avete avuto la fortuna e il piacere di assistere? Io sì e, ancora oggi, mi vengono i brividi. Una moltitudine di persone, un oceano di braccia, volti, voci tutti uniti a celebrare, quasi come una festività pagana, le note che riscaldano le nostre anime.

Dietro quella Voce, quelle Voci che salgono sul palco, esistono mille volti sconosciuti ai più ma -non per questo- meno importanti. Sono i lavoratori del mondo dello Spettacolo: tecnici, registi, costumisti, fonici, roadie, light designer, segretari di produzione… Immaginate un Iceberg, di cui potete vedere solo una minima percentuale affiorare dall’acqua gelida. Il resto è sommerso, il resto è la solidità senza il quale la montagna di ghiaccio non potrebbe esistere.

 

Questi lavoratori, uomini e donne come noi, con i loro progetti, sogni, con i loro sentimenti e le loro idee, con la loro passione e grinta, sono stati lasciati da parte.

Sono stati ringraziati, poiché ci deliziavano e “divertivano” con il loro lavoro.

E, nonostante tutto, sono stati ignorati, quasi come se l'Arte non fosse un bene da salvare, non fosse importante se non per il sollucchero di qualcuno.

 

Non è bastato vedere i dati statistici, non quelli che girano su ogni articolo Clickbait; intendo quelli VERI. Non è bastano valutare che cinema e teatri, che già soffrono e languono a causa di tagli scellerati da parte dei diversi Ministri alla Cultura, siano riusciti a rispettare in maniera scrupolosa le normative, “producendo” (mi si accetti questo termine con clemenza) 1 contagio 1 su quasi 350.0000 spettatori.

Riporto una citazione del periodico Open, diretto da Enrico Mentana:

“L’Associazione generale italiana dello spettacolo ha portato avanti un'indagine per dimostrare la sicurezza di teatri e sale. Sono stati monitorati ben 347.262 spettatori che hanno preso parte a spettacoli di lirica, prosa, danza e concerti, con una media di 130 presenze ad evento, dal giorno della riapertura dopo il lockdown, il 15 giugno, al 3 ottobre. Il risultato? Un solo caso di contagio segnalato dalle Aziende sanitarie territoriali. Non si riesce a spiegare con i dati, dunque, la natura del provvedimento del governo che chiude cinema e teatri fino al 24 novembre.”

 

Non è bastata la protesta, silente e triste, di oltre 500 persone che vivono d'Arte e che ci permettono di nutrire le nostre menti, i nostri spiriti e i nostri cuori con il loro lavoro. Non è bastato il flash mob in Piazza Duomo.

Nonostante tutto, nonostante i dati fossero una luce, un'ancora a cui appigliarsi quando la situazione diventa sempre più grigia, si è deciso di chiudere nuovamente cinema e teatri. Si è preferito passare un'estate allegra e quasi spensierata, aprendo attività che –obiettivamente- avrebbero potuto essere controllate.

Non controllate MEGLIO; semplicemente controllate.

Dunque, nell'ultima settimana di ottobre, siamo arrivati a questo, a un Lockdown per l’Arte. Aiuti da parte del Governo, delle Istituzioni, di un'entità che decida di aiutare una categoria già ridotta in fin di vita?

 

Il Ministro Franceschini, attraverso un video pubblicato sul suo Profilo Facebook, ha dichiarato:

“[…] La filosofia, la motivazione che ha portato a chiudere tutte le attività dopo le 18 è esattamente questa, ridurre la mobilità. Prima si interviene, prima si può cambiare l'andamento della curva. Allora, io mi impegno perché questa chiusura sia la più breve possibile. Dipenderà, ovviamente, dall’andamento epidemiologico, ma io mi impegno. Chi governa deve assumersi delle responsabilità. Deve essere così sempre, figuriamoci in un’emergenza sanitaria. […]”

 

Queste le sue parole e le sue intenzioni. Quello che ci si augura, ovviamente, è che la curva di contagio –per via delle misure drastiche prese pochi giorni fa – possa frenare la sua ascesa e che presto, molto presto, ci si possa tornare a nutrire.

Noi, spettatori amanti dell'Arte dietro e fuori le quinte, speriamo di nutrirci presto del Vostro lavoro, della vostra passione, della vostra Vita

Se una voce, da sola, non smuove le coscienze, facciamo che siano tante le voci a unirsi in un coro. Facciamo sentire la nostra voce, sosteniamo l'Arte.

Perché, senza Arte non c'è emozione, sogno, sentimento.

E senza tutto questo siamo Morti dentro.

 

Dedico questo articolo a tutti i lavoratori, gli artisti, coloro che –dietro le quinte o sopra un palcoscenico, hanno scelto di aiutarci a sognare, di farci credere ancora che gli esseri umani, in fondo, non siano poi così male come sembrano.

 

Alberto Caboni

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