fbpx Massimo Troisi – Un cuore di cristallo | GP Report
Home » Canali » A day in the Life » Massimo Troisi – Un cuore di cristallo
Massimo Troisi - Un Cuore di Cristallo

Massimo Troisi – Un cuore di cristallo

Uno degli attori più caratterizzanti del cinema italiano dell’ultimo trentennio, dalla caratteristica voce e dall’altrettanto inconfondibile stile.

Preparatevi per gli ultimi ritocchi in sala trucco prima che il ciak scatti: benvenuti nella vita e nella carriera del “Moderno Pulcinella”, Massimo Troisi.

 

Una casa da 17 persone: l’infanzia a San Giorgio a Cremano e un cuore di cristallo in un petto d’artista

Massimo Troisi nacque a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, il 19 febbraio del 1953. Era l’ultimo di sei fratelli, figlio del ferroviere Alfredo e di Elena, casalinga. La sua infanzia e la sua casa erano popolate sin dalla più tenera età, come dichiarato dallo stesso Troisi:

“Sono nato in una casa con 17 persone. Ecco perché ho questo senso della comunità assai spiccato. Ecco perché quando ci sono meno di 15 persone mi colgono violenti attacchi di solitudine”

Infatti, nell’affollata casa Troisi vivevano –oltre Massimo, i fratelli e i genitori- anche i nonni materni, uno zio e una zia con i loro cinque figlioli. Un bellissimo via vai che sarà fondamentale per la futura carriera di Troisi. Che il mondo dello spettacolo fosse parte integrante della vita di Massimo lo si vide sin da quando l’attore era appena un neonato: la madre spedì una sua foto alla Mellin, alla ricerca di un testimonial per il latte in polvere. Risultato: il piccolissimo Troisi fu scelto. Un Destino scritto, il suo.

Sin da piccolo, Massimo fu perseguitato da una salute instabile: affetto da febbre reumatica, sviluppò una grave degenerazione della valvola mitraica. In più, uno scompenso cardiaco si affacciò in questo periodo della sua vita e lo accompagnò sino alla prematura scomparsa.

Buona parte dell’infanzia e dell’adolescenza di Massimo furono legate strettamente al riposo, a lunghi periodi steso sul letto:

«Ricordo che rimanevo a letto, avevo 14, 15 anni e lucidamente, quasi come un adulto, sentivo che di là, in cucina, si stava parlando del mio problema, di cosa fare»

Una problematica che pesò nella formazione del suo carattere, nel suo modo di rapportarsi alla vita, alle persone e al teatro. Già, il teatro. La nobile arte della recitazione era parte di Massimo. Giovanissimo, vinse un premio locale di poesia, grazie a un suo scritto ispirato a Pier Paolo Pasolini, mito del giovane Troisi.

Proprio nel periodo in cui Massimo si ritrovava spesso a letto a causa delle febbri, riuscì ad esordire nel teatro parrocchiale della Chiesa di Sant’Anna, la sua seconda casa. Assieme a lui, un amico di infanzia, di cui risentiremo parlare (e di cui leggeremo) a breve: Lello Arena. E pensare che Troisi non credeva di esser capace a “reggere il palco” a causa della timidezza e si trovò per caso ad esordire sulle assi del palcoscenico. L’attore principale diede forfait e per Troisi arrivò il battesimo del Palco. Gli piacque così tanto da iniziare a scrivere mini atti unici da interpretare. Con lui, “spalla” perfetta e dissacrante, l’amico Arena.

Nel febbraio ’70, Massimo, Lello, Costantino Punzo e Peppe Borrelli portarono in scena “E spirete dint' 'a casa 'e Pulcinella”, farsa scritta da Antonio Petito (uno dei più grandi interpreti moderni della maschera napoletana per antonomasia). A Troisi piaceva l’idea di intervenire, all’interno di un copione, con i “lazzi”, cioè improvvisazioni a sfondo comico che davano respiro e brio al testo.

Visto il successo, la “Compagnia”, che all’epoca si faceva chiamare Rh-Negativo, inglobò anche un altro giovane attore: Enzo Decaro. Visto che le commedie imbastite dai ragazzi vertevano sempre più su politiche sociali, il prete della Chiesa di Sant’Anna consigliò loro di trovare uno spazio diverso, loro.

In un garage affittato di Via San Giorgio Vecchio 31 nacque il Centro Spazio Teatro. I soldi erano pochi se non inesistenti, la voglia di recitare tantissima: così, molti spettacoli vennero messi in piedi e scritti da Troisi, zero cachet in tasca e nessun costume di scena costoso: si recitava in calzamaglia nera, un Outfit che contrassegnerà Troisi e soci anche dopo la fine del Centro.

Nel frattempo, il cuore fragile di Massimo sta facendo tanti, troppi scherzi. L’’operazione alla valvola mitraica è inevitabile: bisogna volare negli States, a Houston ma il viaggio è costoso, parecchio. In men che non si dica venne organizzata una colletta da “Il Mattino” (il quotidiano di Napoli). L’intervento andò perfettamente e – alcuni mesi dopo – Massimo era nuovamente sul palco.

L’anno successivo, il 1977, vede il gruppo del “Centro” assottigliarsi sempre di più sino ad avere soltanto tre componenti: Troisi, Lello Arena ed Enzo Decaro. I tre, rinominatisi “I Saraceni”, si ritrovarono quasi per caso al Teatro Sancarluccio, a causa di un forfait di Leopoldo Mastelloni. Ebbero un successo stratosferico, soprattutto tra i ragazzi. Forti di questo trionfo, gli spettacoli al Sancalruccio –oltre che in altri teatri cabaret di tutta Italia – si moltiplicarono. Sempre al Sancarluccio nacque il nome “La Smorfia” che caratterizzerà e renderà celeberrimo il Trio.

Il merito è della Direttrice del Teatro, Pina Carlucci, che domandò ai ragazzi quale fosse il nome scelto per l’esibizione. Troisi rispose con una smorfia. Da questa espressione facciale e dall’omonimo libro legato ad interpretazione dei sogni e numeri al lotto (Probabilmente, uno dei Libri più letti, consultati e sfogliati al Mondo. NdA) nacque il Mito.

Mito che incuriosì parecchio Enzo Trapani e Giancarlo Magalli, regista e conduttore di “Non Stop”.

 Il programma, totalmente anticonvenzionale per il periodo storico, lanciò una miriade di nuovi comici: oltre a “La Smorfia”, vi bastano Gaspare & Zuzzurro, I Gatti di Vico Miracoli (Jerry Calà, Franco Oppino, Umbertone Smaila e Ninni Salerno) e i Broncovitz (Francesco Nuti, Athina Cenci ed Alessandro Benvenuti)?

Praticamente, la comicità che avrebbe dilagato in Italia tra la fine dei Settanta e gli edonistici anni ’80, passarono attraverso la trasmissione. 

Memorabili furono gli Sketch dove Troisi interpretava la moglie di un pescatore, scambiata per la Vergine Maria da un distratto Lello Arena – Arcangelo Gabriele. Oppure quelli legati all’Arca di Noè ed a un giovane napoletano che cerca di salvare la pelle, fingendosi un “Minollo” (Animale immaginario) prima e un “Rostocco” poi.

Non Stop” fu un trampolino di lancio per “Luna Park”, super programma del sabato sera RAI, affidato al “Pippo Nazionale”, Pippo Baudo. Ma, contemporaneamente al successo esponenziale, i rapporti tra i tre ragazzi de “la Smorfia” stavano crollando a picco. Racconterà lo stesso Massimo:

 

«Mentirei se dicessi che l'intesa è venuta meno solo sul piano artistico. In effetti si erano create anche delle divergenze sul piano dei rapporti umani, specialmente tra me e Decaro. Siamo fatti diversamente, non so chi abbia ragione, ma al punto in cui eravamo occorreva un out definitivo. Poi c'è stato anche il fatto che non riuscivo più a scrivere mini atti per tre. Diciamo la verità: La Smorfia mi limitava. Per me che intendo dire tante cose, era come muovermi in un cerchio chiuso. Avrei potuto adagiarmi, tirare avanti per altri 4-5 anni e fare un sacco di soldi»

 

Il Trio si sciolse agli albori degli anni Ottanta. Massimo non stette fermo neanche un secondo, cuore fragile o meno.

 

Gli anni Ottanta, i Film, Lello Arena, Pino Daniele e i Successi

Gli anni Ottanta si aprono con un Troisi super ricercato da tutti: registi, autori e il “Patron” del Festival di Sanremo, Gianni Ravera. Massimo sarebbe dovuto essere il clou della finalissima, quella del sabato sera seguita da oltre 50 milioni di spettatori. Ma – memori dell’edizione passata, quella con Benigni scatenato, del “Wojtylaccio” detto al Papa e del bacio tra il comico toscana ed Olimpia Carrisi – “Mamma Rai” pose un serio veto ad alcuni argomenti. Considerate anche il fatto che Massimo adorava improvvisare e –quindi – non dava punti di riferimento ai Censori. Risultato: dopo l’ennesimo “stop” per un argomento “Tabù”, Troisi annullò la sua partecipazione al Festival. Il tutto ad appena mezz’ora dalla diretta.

Il cinema chiamava, anche se la situazione delle pellicole Made in Italy era al minimo storico. Dopo aver rifiutato diversi progetti, venne coinvolto in un’idea del produttore Mauro Berardi: una pellicola su Re Franceschiello (Re Francesco II di Borbone, ultimo sovrano del regno delle Due Sicilie. NdA) diretta da Luigi Magni. Il film non vide mai la luce ma lasciò a Berardi l’amaro in bocca. Il suo desiderio era quello di portare Massimo sul grande schermo.

Così, Berardi propose a Troisi di scrivere, interpretare e dirigere un lungometraggio. Datagli carta bianca, nel tempo di un anno la sceneggiatura era pronta, stesa assieme ad Anna Pavignano (autrice e storica compagna di Troisi per un decennio), Ottavio Jemma (sceneggiatore storico di Pasquale Festa Campanile) e Vincenzo Cerami (sceneggiatore futuro dei film di Benigni, ad esempio: “La vita è bella”).

Il film che venne realizzato, “Ricomincio da tre”, vedeva come protagonista secondario l’amico di sempre, Lello Arena, dal grandissimo amico/attore Marco Messeri e da Cloris Brosca (Chi ha più di 30 anni ricorderà la Zingara di “Luna Park” e la sua “Luna Nera” NdA), Michele Mirabella e le musiche di Pino Daniele.

Un’amicizia e una collaborazione, quella tra Massimo e Pino, che durerà sino alla scomparsa dell’attore.

Inutile dirvi che “Ricomincio da Tre” fece il botto e risollevò il cinema italiano, guadagnando miliardi di lire al botteghino, oltre che fare strage di riconoscimenti: due David di Donatello, tre Nastri d’Argento e due Globi d’Oro.

Massimo viene richiamato dalla Rai, dal terzo canale, per la trasmissione “Che fai…ridi?”, che presentava la nuova leva comica italiana, dove realizzò il film “Morto Troisi, viva Troisi!”, in cui ironizzava sulla sua morte. Massimo era sempre fuori dagli schemi, considerando il fatto che i napoletani non scherzano molto sulla loro dipartita.

Per avvalorare questa tesi, il Troisi “scomodo” e “fuori dagli schemi”, basta parlare del suo secondo film da regista/attore/autore. “Scusate il ritardo”, terminato nel 1982 e uscito nelle sale l’anno successivo, gioca proprio sulle tempistiche. In primis quelle dell’amore visto dal personaggio che interpreta, Vincenzo; in secondo luogo, è una frecciatina legata ai tempi che –secondo lo star system- Troisi avrebbe dovuto rispettare. Grandissima interpretazione, forse il film migliore di Troisi, coadiuvato dalla sua partner in scena, Giuliana De Sio.

Troisi era Napoli, era la napoletanità non urlata, pensata. Per farvi capire quando Troisi era Napoli e Napoli era Troisi: nel 1987, la squadra della città, guidata da Diego Armando Maradona, conquistò il suo primo scudetto. Venne esposto un enorme striscione per le strade del capoluogo partenopeo. Sopra c’era scritto “SCUSATE IL RITARDO”, omaggiando il film dell’attore.

Tornando a Massimo, aveva stretto amicizia con un certo Roberto Benigni, altro astro nascente del cinema e della comicità dei due. Se a loro unite Giuseppe Bertolucci (regista e autore, fratello di Bernardo) come sceneggiatore, il risultato è un capolavoro: “Non ci resta che piangere”. La sceneggiatura venne di fatto stesa per poi essere volutamente accantonata da Troisi e Benigni che improvvisarono su canovacci, quasi fossero attori pre riforma Goldoniana (prima che la sceneggiatura divenisse importante per le battute, le parti, le scene). La coppia Benigni – Troisi venne paragonata a Totò – Peppino, forse la coppia più forte del cinema italiano. La lettera che Troisi e Benigni scrivono a Savonarola è un omaggio – volontario o involontario? - alla lettera che Totò e Peppino scrissero durante “Totò, Peppino e la… Malafemmina

Il film massacrò letteralmente concorrenti hollywoodiani ben più quotati all’inizio, come “Ghostbusters” (Diretto da Ivan Reitman, sceneggiatura di Dan Aykroyd e Harold Ramis, protagonisti assieme a Bill Murray e Sigourney Weaver) e “Indiana Jones e il Tempio Maledetto” (Protagonista Harrison Ford, con soggetto firmato da George Lucas e regia di Steven Spielberg)

Nel 1987 arrivò “Le Vie del Signore sono finite”, ambientato durante il Ventennio. Troisi approfittò del contesto storico per inserire una battuta politica al fulmicotone, riferendosi a Mussolini, al Duce:

“Per far arrivare i treni in orario, se vogliamo, mica c'era bisogno di nominarlo capo del governo, bastava farlo capostazione”

Il film mostra un’evoluzione nella tecnica del Troisi regista: meno staticismi, più movimento. Assieme a lui, l’inseparabile Marco Messeri. Troisi conquistò un Nastro D’Argento per la migliore sceneggiatura.

In tutto questo, il suo cuore fragile cominciava a dare di nuovo dei problemi: a causa di una crisi cardiaca fu costretto a rinunciare ad interpretare il “Pulcinella” dell’omonima opera firmata Stravinskij. Contemporaneamente nacque un bellissimo rapporto lavorativo/amicale tra Troisi, il regista Ettore Scola e Marcello Mastroianni.

I tre girarono due film assieme: “Splendor” e “Che ora è?”. Il primo è considerato dalla critica il peggiore film diretto da Scola; il secondo permise a Mastroianni e Troisi di aggiudicarsi –ex aequo- la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Il terzo film della coppia non venne mai previsto, così Troisi e Scola si ritrovarono –orfani di Marcello Mastroianni- a girare il film numero tre. E che film!

 

Dal Novanta al Novantaquattro: Pulcinella, Il Calesse, Il Postino, il 4 Giugno

Il primo anno dei Nineties inizia con “Il Viaggio di Capitan Fracassa”, che vedrà Massimo nelle vesti di Pulcinella, oltre che un cast stellare: Ornella Muti, Ciccio Ingrassia, Lauretta Masiero, Remo Girone e –sempre lui! - Marco Messeri. Con questo film terminò la collaborazione tra i due e Massimo si rimise dietro la macchina da presa per l’ultima volta.

Firmata la sceneggiatura con Anna Parpignano e ingaggiati Francesca Neri e Marco Messeri, Massimo girò “Pensavo fosse amore… e invece era un calesse”.

Forse la pellicola più vicina al Massimo uomo, con le sue insicurezze, le sue debolezze, le difficoltà nei rapporti.

Terminato il film, Massimo riuscì a contattare il regista Micheal Radford per proporgli di dirigere un film tratto dal romanzo del cileno Antonio Skármeta, “Il Postino di Neruda”.

Sia la storia del rapporto con Radford sia come Troisi arrivò a questo libro meritano davvero di essere raccontate, per farti capire quanto il Destino sia ciclico.

Anno 1982. Durante le riprese di “Scusate il Ritardo”, Troisi venne avvicinato da un contatto del regista inglese Micheal Radford che stava per girare “Another time, another place”, un film sulla storia d’amore tra una massaia scozzese ed un prigioniero napoletano, in quel della Seconda Guerra Mondiale.  Troisi non se la sentì: non voleva girare all’estero e Radford era all’esordio. In seguito, vedendo la pellicola cambiò opinione sul britannico, chiamandolo per fargli i complimenti. I due divennero amici e si ripromisero di lavorare assieme. E qui arriva il libro di Skármeta, proposto a Troisi dalla compagna, Natalie Caldonazzo. Troisi si innamorò così tanto della storia che cercò a tutti i costi Radford. Il britannico era incerto e così Massimo usò uno stratagemma: disse all’amico che la poltrona del “Director” era in ballo e che uno dei pretendenti era Giuseppe Tornatore (Nuovo Cinema Paradiso). Risultato: Radford accettò. Per vedere la sceneggiatura i due si diedero appuntamento a Los Angeles. Massimo ne approfittò per fare una capatina ad Houston, per controllare il suo cuore. Gli esiti fecero preoccupare l’attore: entrambe le valvole mitraiche in titanio erano danneggiate ed urgeva sostituirle. Si sottopose all’intervento e –durante l’operazione- ebbe un infarto: i medici lo salvarono ma il suo cuore rimase compromesso ed indebolito. Gli venne consigliato caldamente il trapianto ma Massimo volle aspettare: prima il suo film, la sua “creatura” doveva vedere la luce. La pellicola, intitolata “Il Postino”, venne girata sull’isola di Procida ed il cast venne “adottato” dagli abitanti. Massimo, nel frattempo, peggiorava sempre più, tanto da doversi far sostituire dalla controfigura per le scene più impegnative. Per ringraziare la popolazione di Procida, organizzò una “prima assoluta” sull’Isola. Proiezione alla quale Troisi, per motivi di salute, non poté partecipare.

È il 4 giugno del 1994, siamo al quartiere Infernetto di Roma, a sud-est rispetto al Centro dell’Urbe.

Interno, casa di Annamaria Troisi, sorella dell’attore. Massimo ha terminato da pochi giorni le estenuanti riprese de “Il Postino”. Le febbri reumatiche, quelle che sin da ragazzino l’hanno fatto penare, lo tengono a letto. Il suo cuore immenso e gentile lo tradisce durante il sonno e lo porta via, ad appena quarantuno anni

Come scrisse Luca Delgado nel suo romanzo “081 – Il romanzo”:

«Un vero napoletano ti saprà dire che cosa stava facendo e dove si trovava quello sciagurato pomeriggio del 4 giugno del 1994, il giorno in cui si apprese della morte di Massimo Troisi.»

 

Sono passati 25 anni da quello “sciagurato pomeriggio” eppure Massimo Troisi, i suoi film e il suo inconfondibile modo di raccontare la vita sono attualissimi, quasi futuribili.

Ciao, Massimo.

 

Lascia un Commento

Filtered HTML

  • Indirizzi web o e-mail vengono trasformati in link automaticamente
  • Elementi HTML permessi: <a> <em> <strong> <cite> <blockquote> <code> <ul> <ol> <li> <dl> <dt> <dd>
  • Linee e paragrafi vanno a capo automaticamente.

Plain text

  • Nessun tag HTML consentito.
  • Indirizzi web o e-mail vengono trasformati in link automaticamente
  • Linee e paragrafi vanno a capo automaticamente.
CAPTCHA
Per evitare spam automatico ti invitiamo a compilare il form correttamente.