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Re Cecconi: scherzo tragico o omicidio?

Re Cecconi: scherzo tragico o omicidio?

C’era una volta un giocatore che indossava (solitamente) la maglia numero 8 della Lazio.

Non una formazione qualsiasi, bensì la grande Lazio degli anni ’70, guidata da Giorgio Chinaglia in campo e da un grande Mister, Maestrelli, in panchina.

Luciano Re Cecconi, biondo come un angelo, era uno dei perni dei biancocelesti. Agile e scattante, giocava a centrocampo e aveva una vocazione per l’attacco.

Eppure, la sua vita s’interruppe in maniera assurda il 18 gennaio del 1977 in una gioielleria della Collina Fleming, tranquillo quartiere residenziale a nord ovest del cuore di Roma.

Uno scherzo finito tragicamente? Omicidio immotivato? Da oltre 40 anni la verità stenta –come purtroppo spesso accade- a venir a galla.

Proviamo a ricostruirei fatti e gli antefatti di quella strana e assurda serata di un martedì di gennaio.

 

Un cognome reale, il papà muratore, l’officina e il cugino carrozziere: la gavetta di Luciano

Luciano Re Cecconi nasce a Nerviano, piccolo centro dell’hinterland milanese, il 1° dicembre del 1948. Di umili origini, figlio di un muratore e una casalinga, Luciano iniziò ben presto –come tanti ragazzi della sua età- a tirar calci ad un pallone, in un’Italia che faticosamente si stava curando le ferite della Seconda Guerra Mondiale.

Il suo cognome altisonante strideva un po’ con le sue origini. Fu lo stesso Luciano, durante un’intervista rilasciata al giornalista Franco Melli, a spiegare le origini…reali del “Re Cecconi”:

“Quel Re davanti al mio cognome, è un regalo del re. Vittorio Emanuele II passò per Busto Arsizio e per Nerviano e gradì la buona cucina, l’accoglienza ricevuta. Allora volle beneficiare la gente delle nostre campagne lombarde con un dono simbolico ma indelebile. Così, i Cecconi diventarono pomposamente Re Cecconi, i David Re David, in base al riconoscimento stampato. Il regalo di Vittorio Emanuele II, trasmesso di generazione in generazione, l’ho accolto con orgoglio. È una ricchezza che il mondo non potrà mai portarmi via. Ho il cognome ornato. E suona bene”

I primi calci al pallone, dicevamo, li tira –quanti come lui! - nel polveroso campetto dell’Oratorio di Sant’Ilario Milanese, a Nerviano. Alterna i tiri al pallone ad un lavoro come aiuto carrozziere nell’officina del cugino. L’esordio da agonista lo fa presso l’Unione Sportiva Dilettantista Aurora Cantalupo, per poi passare alle giovanili del Pro Patria. Sarà l’ingaggio con la squadra di Busto Arsizio a portare Re Cecconi a scegliere di dedicarsi totalmente allo sport.

Esordirà nella prima squadra il 14 aprile 1968, durante un Pro Patria – Messina. Per via della chioma fluente e bionda e di una certa somiglianza fisica con Günter Netzer (Centrocampista del Real Madrid e della Germania Ovest di Beckkembauer. N.d.A.), verrà ribattezzato Cecconetzer.

L’anno successivo, il Mister dei “Tigrotti” (Soprannome dei giocatori della Pro Patria) Carlo Regalia lo inserisce nella rosa dei titolari: Luciano ripaga la fiducia del Mister, diventando rapidamente Leader del centrocampo e collezionando 33 presenze.

Il suo gioco e le sue qualità attirano le attenzioni dell’allenatore del Foggia Tommaso Maestrelli che richiede Luciano alla sua corte. Re Cecconi disputerà 14 partite, segnerà una rete e sarà determinante per la promozione dei Rossoneri di Puglia alla massima serie dove dureranno solo una stagione.

Tornati in Serie B, il Foggia cambia allenatore. Al posto di Maestrelli arriva Ettore Pulicelli (altro Mister, come Regalia, con una carriera nel Cagliari. N.d.A.) che “trasforma” Luciano in regista di centrocampo.

Con le sue giocate, però, Re Cecconi è rimasto nel cuore (e negli schemi) di Maestrelli, divenuto allenatore della Lazio. Detto fatto, Luciano prepara le valigie e si traferisce nella Capitale. È l’estate del 1972: da allora, Re Cecconi sarà uno dei pilastri di una squadra che farà storia

 

L’Aquila di Maestrelli spicca il volo, il Tricolore, l’addio di Tommaso e Luciano che salva la Lazio

Nel 1973/73, Luciano è parte integrante della Lazio guidata da Tommaso Maestrelli e da Giorgio Chinaglia. Una squadra formata –per loro stessa ammissione – da “teste calde”, inclini a risse, soprattutto tra di loro. Non è certo un segreto che lo spogliatoio era diviso in due fazioni e –durante gli allenamenti – volavano botte da orbi. Tra presunte simpatie fasciste e risse “propedeutiche” (Va detto che, una volta in campo, la Lazio era un solo uomo, lasciando i diverbi negli spogliatoi), la Lazio arrivò seconda, dietro la Juventus, per soli due punti di distacco.

Sarà il preludio al primo scudetto dei biancocelesti. Nonostante un infortunio che lo terrà lontano dai campi per 7 giornate, Luciano Re Cecconi sarà uno dei protagonisti assoluti di quel Campionato. Il tricolore darebbe l’accesso diretto alla Coppa dei Campioni ma la Lazio non potrà disputare la massima competizione europea per Club. Il perché è sin troppo semplice: a causa di una rissa scoppiata al termine dei sedicesimi di Coppa Uefa contro l’Ipswich Town l’anno precedente. Ve l’ho detto che erano teste calde… La Lazio viene squalificata dall’UEFA per tre anni (in seguito, la squalifica sarà ridotta alla sola stagione 1974/75).

In compenso, Re Cecconi è tra i 23 convocati dal CT Ferruccio Valcareggi per l’avventura mondiale in Germania Ovest nell’estate del ’74. Sappiamo come finirà quel Mondiale: l’Italia non supererà il girone e i tedeschi “Occidentali” solleverano la nuova Coppa del Mondo (La Rimet era stata assegnata definitivamente al Brasile 4 anni prima).

Tornando al Campionato, i biancocelesti non riusciranno a replicare l’exploit dell’anno precedente né a difendere lo scudetto, che finirà sulle maglie della “nemica” Juventus. Sarà, però, l’anno successivo il peggiore per i ragazzi biancocelesti.

Tommaso Maestrelli, il loro allenatore, mentore, padre, dovrà obbligatoriamente rinunciare alla panchina a causa di una battaglia contro un tumore. Giorgio Chinaglia, allettato dalle sirene americane e senza più la solidità del Mister, partirà per l’avventura a stelle e strisce con i Cosmos. Altri pezzi pregiati partiranno da Roma.

La Lazio rischierà la retrocessione; sarà un provvidenziale (e testamentario) ritorno di Mr. Maestrelli a salvare i ragazzi. Luciano guiderà la squadra nell’ultima di campionato, salvando l’Aquila dal baratro. Mister Maestrelli vedrà la salvezza e poco altro: morirà il 2 dicembre del 1976, chiudendo un ciclo di pochi, straordinari anni.

Luciano resta nella Lazio e in panchina arriva Luís Vinício, ex giocatore conosciuto e apprezzato sui campi di mezza Italia. Re Cecconi giocherà le prime tre giornate, prima di subire – durante il match contro il Bologna – un duro intervento al ginocchio. Il responso del Medico sarà pesante: stop per diversi mesi.

 

Una strana sera di gennaio, un segreto lungo 40 anni

È ancora in infortunio la sera del 18 gennaio 1977 quando, assieme al compagno di squadra Pietro Ghedin e l’amico profumiere Giorgio Fraticcioli, si presenta nella gioielleria di Bruno Tabocchini, che si trova nel residenziale e tranquillo quartiere di Collina Fleming.

I tre, così racconteranno sia i testimoni sia le ricostruzioni posteriori, entrano nella gioielleria di Tabocchini. Da qui in poi le dinamiche sono –eufemisticamente parlando- confuse. Quello che sappiamo di certo è che, dalla pistola che Tabocchini deteneva regolarmente, parte un colpo che raggiunge Luciano Re Cecconi nel torace. L’angelo biondo della Lazio, che aveva appena 28 anni, due bimbi piccoli (Stefano di 2 e Federica di pochi mesi), morirà pochi minuti dopo.

L’episodio verrà inizialmente (con “inizialmente” intendo 30 anni. N.d.A.) etichettato come “uno scherzo finito in tragedia”. Sembrerebbe che Re Cecconi abbia pronunciato, all’ingresso in Gioielleria, “Mani in alto, questa è una rapina”. Inutile ricordarvi il clima di piombo che si vive a in Italia (e a Roma) alla fine degli anni ’70, in cui la Banda della Magliana –tra le altre- stava muovendo i primi passi. Tabocchini, persona emotivamente labile (così viene definita), reagì in base alla paura e sparò.

Peccato che molti, troppi nodi non tornino al pettine.

Ci vorranno, come detto, 30 anni e un libro-inchiesta realizzato da Maurizio Martucci per vedere e scoprire un’altra verità. Riuscendo ad avere accesso agli atti processuali e agli interrogatori dei P.M. dell’epoca, la cronistoria di quel martedì sera risulta decisamente differente.

Va detto che Re Cecconi era chiamato dai suoi compagni “Il saggio”, proprio perché spesso rimproverava i suoi compagni un po’ più “cazzari” (mi si accetti il termine). In più, né il gioielliere né Ghedin (entrambe le testimonianze sono raccolte nel libro di Martucci) sentirono Luciano pronunciare alcune frase.

Stop.

Non ho scritto: “…i due non sentirono pronunciare la frase: “Fermi tutti, questa è una rapina…”, bensì quello che avete letto prima. Luciano non disse nessuna frase. Non una che una. E allora che successe?

Successe che Tabocchini sparò per “eccesso di legittima difesa”, fu arrestato, processato dopo 18 giorni e assolto per “aver sparato per legittima difesa putativa”. Successe che Tabocchini, prima di aprire la porta blindata e chiusa della sua gioielleria, vide bene in faccia i tre. Vorrei ricordarvi che Luciano, biondo e noto, era facilmente riconoscibile.

In ogni caso, un talentuoso e giovane giocatore, un operaio partito da un piccolo centro e arrivato nella Capitale per diventare uno degli 11 Campioni di Maestrelli, morì così, un martedì sera di gennaio.

Il calcio è croce e delizia e tanti, troppi sono i misteri che lo compongono.

Del resto, ogni grattacielo ha delle fondamenta, ogni castello ha delle segrete,

Sarebbe il caso, per amore della verità, che le fondamenta fossero visibili e che le Segrete tale restassero solo di nome.

 

Dedico quest’articolo alla famiglia di Luciano, ai figli Stefano e Federica.

 

 

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