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Rodrigo Rojas – Il fotografo bruciato da Pinochet

Rodrigo Rojas – Il fotografo bruciato da Pinochet

Ci sono storie che, solo a raccontarle, ti fanno accapponare la pelle, che lasciano senza parole davanti a tanta folle barbarie. Ci sono storie che, a distanza di anni, ancora sono avvolte nelle nebbie, con una giustizia un po’ troppo frettolosa e ansiosa di revisionismo storico, anzi di “Damnazio memoriæ”. Cancellare, omettere, non ricordare più.

Ma non è così che si scrive la Storia, né tantomeno è così che la si racconta. Ci sono persone, protagoniste di questa storia assurda, che meritano giustizia. Per chi non ce l’ha fatta e per chi è sopravvissuta, portando con sé i segni, sulla pelle, per sempre.

Questa è la storia di Rodrigo Rojas, fotografo cileno durante il regime sanguinario di Augusto Pinochet, e di Carmen Quintana, unita a Rodrigo da un destino folle.

 

Rodrigo nasce e vive in Cile nel peggior momento storico possibile per tutti coloro che non si ritrovano nel regime militarista e autoritario di Pinochet, salito al potere in quell’11 settembre di sangue del 1973 terminato con la morte del Presidente in carica, Salvador Allende. All’epoca dei fatti, vivere in quella lingua di terra stretta tra e Ande e le onde del Pacifico è pericoloso per chiunque, tra le retate dei militari e le “Misteriose” sparizioni di persone. La madre di Rodrigo, Véronica De Negri, è una battagliera esponente di sinistra e, pertanto, viene arrestata e torturata per più di un anno nel campo di concentramento di Tre Alamos. Rilasciata, è costretta all’esilio assieme a Rodrigo e suo fratello. Rodrigo ha 10 anni e, assieme alla sua famiglia, si trasferisce a Washington. Non si sente americano, anche se rimarrà, sempre con lui, un accento da “gringo”, come vengono definiti gli statunitensi nell’America Latina. Rodrigo è cileno al 100% e vuole tornare nel suo paese natale, cosa che farà compiuti i 18 anni.

Con sé ha la sua fedele macchina fotografica: è un fotografo e si trova a documentare una delle più sentite e nutrite proteste generali che bloccano il Cile. Siamo nei giorni compresi tra il 2 e il 3 luglio 1986. Rodrigo sta documentando fotograficamente quelle proteste, come dimostra una foto (scattata da un collega) che lo mostra, camera alla mano e occhio attento.

In quel maelstrom c’è anche una ragazza. Il suo nome è Carmen Quintana. Si sta occupando di creare barricate, accumulando e impilando pneumatici e ogni sorta di oggetto possa servire a rallentare le cariche dei militari. Il regime, seppur in fase cadente, è ancora attivo, dannatamente attivo. Durante una delle cariche, compiute da militari e ufficiali in borghese, Rodrigo e Carmen vengono catturati.

I due non si conoscono: lei, Carmen, qualche giorno prima aveva notato quel ragazzone di quasi due metri d’altezza con quell’accento americano.  si troveranno a condividere lo stesso tragico e folle destino.

La cronaca di ciò che capiterà verrà raccontata nel 1999 da una delle penne più affilate del Cile, Pedro Lemebel, che affida la cronaca alle colonne della rivista “Punto Final”. A far scattare il suo editoriale è l’incontro fugace con Carmen.

 

«Li gettarono per terra con violenza, ridendo, innaffiandoli con il liquido infiammabile, minacciandoli di appiccare il fuoco. E loro, mentre li innaffiavano, non riuscivano ancora a crederci. E mentre il fiammifero si accendeva, ancora dubitavano che la crudeltà fascista li avrebbe trasformati in torce umane, un monito per gli oppositori. E poi la scintilla. E gli abiti che bruciavano in un attimo, la pelle che bruciava, che si staccava. E tutto l’orrore del mondo che crepitava in quei corpi giovani, nei loro bei corpi carbonizzati, che facevano luce come torce nel black out della notte di protesta. Corpi di marionette in fiamme, che sussultavano al ritmo delle risate. Corpi arroventati, metaforizzati all’estremo come stelle di una Sinistra divampante. Dopo il dolore, dopo l’inferno, l’incoscienza. Dopo quella danza macabra un vuoto di tomba, un fosso dove vennero abbandonati perché li credevano morti. Perché solo la loro morte avrebbe permesso di inventare un incidente, una perdita di benzina che aveva dato fuoco agli abiti. E venne l’alba, solo per Carmen Gloria, perché Rodrigo, il bel Rodrigo, forse più debole, forse più bambino, non poté saltare oltre il falò e continuò ad ardere nel profondo della terra».

 

Rodrigo e Carmen vengono bruciati vivi. Perché si sono opposti al regime, perché lui ha documentato le violenze, perché lei stava issando barricate. Vengono bruciati vivi perché si stavano ribellando, così come centinaia di migliaia di altri cileni, a una barbarie macabra.

I corpi dei due, ancora fumanti, vengono avvolti nelle coperte e abbandonati, dagli stessi militari, nelle campagne attorno a Los Nogales, dove avviene il tutto. Alcuni contadini troveranno i due, ancora vivi, la mattina dopo. A Rodrigo viene negato il trasferimento in una clinica attrezzata: morirà dopo quattro giorni di agonia e sarà l’intervento di un’altra grande donna all’interno di questa storia, la Dottoressa Michelle Bachelet, a evitare che il suo corpo venga trafugato dai militari e fatto sparire, trasformandolo nell’ennesimo “Desaparecido”. I suoi funerali si trasformeranno in un’onda id protesta, dove migliaia di cileni scenderanno in piazza: le loro manifestazioni verranno represse, brutalmente, dall’esercito. Ma questa storia non finisce qui, perché ci sono altre due donne incredibili, oltre alla Bachelet, che si batteranno.

 

Già le donne cilene. Forti e indomite come le Ande stesse, incrollabili. La prima a ricercare la verità è, ovviamente, la madre di Rodrigo. Sì, perché la versione “ufficiale” del Governo e avvalorata dallo stesso Generale Pinochet è che Rodrigo e Carmen fossero due sediziosi e che lui, indosso, avesse una Molotov difettosa. Esplosa, avrebbe avvolto il suo corpo nelle fiamme. Fiamme che si sarebbero cibate anche di Carmen, la seconda indomita.

Carmen è sopravvissuta a quella tortura le fiamme hanno segnato le sue carni e, durante l’arco di diversi anni, subirà oltre 40 interventi di chirurgia estetica per rendere nuovamente funzionali alcune parti del suo copro e del suo viso. Ma i segni, le cicatrici, le ustioni, quelle resteranno e lei non le nasconderà mai. Le mostrerà, segno perenne di quello che la dittatura di Pinochet può fare e fa.

C’è un aneddoto legato alle cicatrici di Carmen. Dopo che Pinochet confermò la tesi di Rodrigo e Carmen attentatori con tanto di Molotov con sé, la moglie del Generale (come raccontato dalla giornalista Alejandra Matus) commentò: “Perché si lamenta tanto, quella ragazza, per una scottatura da niente?”.

 

Carmen e Véronica, la sopravvissuta e la madre di Rodrigo, si batteranno per la verità. Carmen si sposterà in Canada, dove si laureerà come psicologa e sarà autrice di diversi libri. Véronica cercherà la verità ma quest’ultima –la verità – sembra sia anch0essa esule in quel Cile. E non solo: a distanza dio oltre 30 anni, continua a non voler apparire, la verità, se non sotto forma di brandelli. Come il nome dell’ufficiale in borghese che diede fisicamente fuoco ai due ragazzi, il tenente Julio Castañer. O come il nome dell’ufficiale che comando quello squadrone della morte, il tenente Fernández Dittus.

Dittus fu condannato a due anni di arresti – scontati in minima parte – con l’accusa di “Omissione di soccorso”, poiché non portò i due “infortunati” (così vengono definiti Rodrigo e Carmen) in ospedale. Ma oltre Dittus, abbiamo visto, ci sono altri colpevoli. Non solo tra i militari che erano fisicamente lì a Los Nogales: basti pensare a Patricio Carvajal, il Ministro della Difesa o ad Alberto Echavarría, il magistrato che si occupò del processo. Basti pensare al Ministro dell’Interno, Ricardo García Rodríguez, che sostenne ferreamente la versione “Ufficiale” o ai giornalisti (non al Giornalista, ai Giornalisti) del quotidiano “El Mercurio”, che si affrettarono a poggiare il Governo.

Il Patto del Silenzio, così viene chiamato in Cile. Un accordo per non scoperchiare troppo quel Vaso di Pandora. Perché, nel frattempo, il paese di Neruda e di Allende è tornato democratico, a sorpresa. Pinochet non ha più il potere (almeno, non più come un tempo). Ma bisogna lasciare il passato alle spalle, questa è l’opinione come a molti politici: dimentichiamo le barbarie, non parliamone più.

Come se per “barbarie” si intendesse qualcosa di astratto, non persone prelevate nel cuore della notte e torturate per mesi sulla base del nulla. Non persone come Rodrigo e Carmen, arsi vivi perché non allineati.

 

Véronica, la madre di Rodrigo, continuò la sua battaglia, spingendo sotto gli occhi dei riflettori il “Caso Quemados”, il caso che riguarda la scomparsa di suo figlio. Nel 2013, 27 anni dopo la morte di Rodrigo, viene riaperto il caso. Oltre alla determinazione di Véronica e di Carmen, autrice di libri e spettacoli teatrali sul Regime e le sue violenze, arriva Mario Carroza. È un magistrato di quelli scomodi, di quelli che non ha paura di scoperchiare il Vaso di Pandora, di quelli che vuole scoprire le verità nascoste e insabbiate tra 30 anni di negligenza e di “Patto del Silenzio”.

 «Carroza è il primo che, in ventinove anni, sembra disposti ad ascoltarmi», dichiarò Véronica, mentre le scomode verità - note a tanti – venivano a galla.

Responsabilità dei militari ma non solo, assolutamente non solo. Responsabilità del Regime di Augusto Pinochet e del negazionismo più estremo ma non solo. In mezzo c’è la responsabilità dei cosiddetti “Gobiernos de Transición”, i Governi di transizione, additati come poco propensi a cercare la verità. Meglio il Patto del Silenzio.

«Roba vecchia, ai cileni non interessa più» disse Fernando Villegas, sociologo e giornalista noto nel paese andino, rispondendo a Carmen Quintana.

Roba vecchia che non interessa più, come se le vite, le migliaia di vite che non hanno avuto scampo fossero nulla, vecchie notizie da accantonare. Come se la memoria di chi è morto valesse poco, come carta straccia.

Ma la vita non è carta straccia e la memoria dei cileni non dev’essere più annebbiata.

Perché è grazie a persone come Véronica e Carmen che il Cile sta affrontando, seppur con molte difficoltà, il più difficile dei processi mentali, sociologici e umani: fare i conti con sé stesso, guardare i propri scheletri negli armadi (mai citazione fu più tristemente adatta) e cercare di voltare pagina, sì, ma ricordando chi e cosa si è stati.

Il 19 agosto, in tutto il Mondo, si celebra la Giornata Internazionale della Fotografia. In Cile, quello stesso giorno, è il giorno di Rodrigo Rojas, simbolo di chi, svolgendo il suo lavoro e documentando le follie che l’uomo può fare, è stato a sua volta vittima.

 

Questo articolo è dedicato a Rodrigo, Carmen, Véronica e a tutti coloro che si opposero a un Regime brutale, purtroppo uno tra i tanti che devastarono l’America Latina.

Per non dimenticare, per crescere conoscendo il passato e guardando al futuro, alla verità.

 

Alberto Caboni

 

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