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Tianjin, un pizzico d’Italia in Cina

Correvano i primissimi anni del Novecento, il Mondo era una polveriera pronta ad esplodere neanche due lustri dopo. Nelle terre del Dragone, nella Cina millenaria, una rivolta stava turbando un equilibrio –se così possiamo chiamarlo- che vedeva da una parte le potenze Occidentali e dall’altra l’Impero Cinese ormai alla deriva

Fu nel 1901 che la rivolta dei Boxer esplose e l’Impero Britannico (che stanziava in Cina già dal 1860), la Russia, l’Impero Austro-Ungarico, la Francia, il Giappone, il Belgio e –udite, udite- il regno d’Italia intervennero.

Con il “Protocollo dei Boxer”, firmato il 7 settembre del 1901, le diverse potenze Occidentali ricevettero delle concessioni territoriali, ovverosia quelle che nel medioevo (al periodo delle Crociate) venivano chiamate “Fondaco”.

Nel caso dell’Italia, la sua concessione misurava 458.000 m² e il centro di riferimento era la città di Tianjin, che gli italiani ribattezzarono Tientsin.

Dal 1901 al 1943 quella concessione fu un piccolo angolo d’Italia nella sterminata terra dei Dragoni.

Oggi più che mai è bene ricordare quel luogo, nel bene e nel male. Non tutto andò nel verso giusto, non tutto fu rosa e fiori, ma –a tutt’oggi- molti cinesi ricordano ancora bene gli Italiani.

Ma andiamo con ordine: la storia è articolata, prevede diversi colpi di scena, una scomparsa e una rinascita dopo diversi decenni.

Andiamo!

 

La nascita

Tientsin, anzi Tien Tsin significa “Guado del cielo sul Fiume”. Un nome bellissimo che, almeno inizialmente, non corrispondeva al territorio concesso agli italiani. Per la maggior parte era palude, laddove la palude non c’era, c’era un cimitero. Il tutto circondato dalla concessione russa da e da quella austro-ungarica.

Gli italiani presenti iniziarono una bonifica che richiese un cospicuo investimento, rallentato dai fondi che tardavano ad arrivare. Venne steso un piano regolatore (approvato nel 1905) e un primo regolamento edilizio, che vide la luce due anni dopo. Infine, venne realizzato un bando per metter all’Asta i terreni, per poter finanziare gli altri lavori. Gli italiani hanno il diritto di prelazione, con fortissimi sconti, ma a farsi avanti sono i cinesi. Imprenditori, commercianti, intellettuali e signori della guerra decidono di investire su Tientsin, allontanandosi un po’ dall’egemonia di Pechino.

Vennero eliminate le saline, traslate le salme del cimitero, sopraelevato il terreno di oltre 2 metri per poter costruire fognature, strade e impianti. Vennero costruiti un Ospedale Civile, l’Istituto scolastico femminile (con refettori per le ragazze italiane ed europee e per le ragazze cinesi orfane), la caserma dei Vigili del Fuoco e oltre 150 palazzine in quello stile liberty tipico dell’Italia dei primi del Novecento. Nel 1915 Tientsin contava circa 10.500 abitanti, di cui oltre 10.000 provenienti dalle altre città dell’Impero Cinese.

Sapete che fu proprio a Tientsin che gli italiani conobbero il Jujitsu? Durante i frequenti contatti tra i marinai della Regia Marina e quelli dell’Impero Giapponesi ci fu modo di scambiarsi diverse informazioni e interagire. Le arti marziali, che incuriosivano i nostri uomini di mare, divennero così un loro piccolo patrimonio.

Nacque anche una valuta del luogo, emessa dalla Chinese Italian Banking Corporation, con tagli che andavano dai 5 ai 100 yuan.

 

Negli anni ’20 Tientsin era amata dai cinesi, che la consideravano un po’ come il “quartiere aristocratico”, meta prescelta di intellettuali, artisti e politici dell’epoca.

Nel 1925, nonostante delle elezioni, Tientsin entrò nell’orbita fascista. Troppo importante quell’avamposto, strategico. Pensate che uno dei Presidenti prima del 1925 fu Menotti Garibaldi, nipote di Giuseppe e decisamente non allineato con il Fascio.

Nel frattempo, l’Impero Cinese era caduto nel 1912: l’ultimo Imperatore (di Bertolucciana memoria…) era stato deposto e nel 1925 morì anche Sun Yat-sen, Presidente della Cina. Al suo posto salì al potere Generalissimo Chang Kai-shek. Altre guerre civili si scatenarono nella terra millenaria. Erano il preludio di quello che sarebbe capitato da lì a vent’anni.

Gli anni ’30 videro l’invasione della Manciuria da parte dei Giapponesi, le violenze e i soprusi, l’avanzata di Mao e dei comunisti e la Seconda Guerra Mondiale pronta a scoppiare, con l’Italia schierata al fianco della Germania e del Giappone. Tale mossa, come la Storia racconta, non sarà azzeccata. E pure Tientsin si troverà sotto il giogo nipponico.

Infatti, dopo l’8 settembre 1943, in Italia c’è il delirio totale: a sud gli Alleati, il re che scappa a Brindisi, Badoglio che prende il potere, i nazisti che creano uno Stato—fantoccio con Mussolini al governo, le lotte partigiane…

Non pensate che in quell’angolo d’Italia nel cuore della Cina le cose siano andate meglio, anzi. Il 9 settembre 1943, il piccolo stanziamento dell’esercito Italiano fu circondato 6.000 soldati giapponesi. Alcuni italiani, tra cui il console Stefanelli, figura chiave della concessione, si asserragliarono all’interno della caserma Ermanno Carlotto (primo militare morto in Cina durante la rivolta dei Boxer), mentre le cannoniere “Lepanto” e “Carlotto” si autoaffondarono nelle acque antistanti Shangai. Il 18 settembre Mussolini, in quel d’Italia, dichiarò la nascita della Repubblica Sociale. I Giapponesi posero un ultimatum agli italiani: o giurare fedeltà alla repubblica (Sociale) o essere internati in campi di prigionia. Non tutti decisero di passare dalla parte dell’RSI e finirono in Manciuria e in Corea.

Il 27 luglio del 1944 l’RSI cedette alla Repubblica Cinese di Wang Jinqwei (altro Stato-fantoccio, riconosciuto solo dalle potenze dell’Asse) la Concessione.

Un anno dopo, il 24 novembre 1945, Tientsin fu occupata dalle truppe di Chiang Kai-Shek.

Se questo vi sembra già incasinato, quel che capiterà dopo sarà ancora peggio. Preparatevi a una guerra civile, a diaspore e morti: purtroppo Tientsin vedrà il sangue scorrere tra le sue belle strade.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, in Cina era in atto una sanguinosa Guerra Civile. Da una parte Chiang Kai-Shek, dall’altra la marcia di Mao e dei comunisti.

Gli italiani vennero mandati via di malo modo, in maniera similare a ciò che accadrà anni dopo in Libia, quando salirà al potere Gheddafi. Diversi di loro finiranno in campi di prigionia Maoisti (Sì, Mao aveva avuto la meglio, la Storia ce lo racconta) e più di uno morì, accusato di essere una spia o, semplicemente, un anticomunista.

Solo negli anni 2000, con l’attenuarsi della stretta comunista sulla Cina (il Comunismo c’è sempre ma è decisamente più soft rispetto a quello di Mao), Tientsin è stata rivalo5rizzata. Alcune parti sono state ristrutturate e ricostruite ed è divenuta una meta turistica.

Ora più che mai, visto il periodo che stiamo vivendo, fa piacere sapere che un pizzico di cuore italiano sia presente nell’impero dei Dragoni.

 

Alberto Caboni

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