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Tra Reboot e (poche) idee originali

Tra Reboot e (poche) idee originali

All’inizio dell’anno la HBO Max, colosso a stelle e strisce per quanto riguarda la produzione di serie a lunga gittata, ha fatto un bel regalo ai fan di Harry Potter e compagnia. La serie di libri (e conseguenti film) diverrà una serie televisiva.

Non è il primo kolossal del grande schermo che viene riversato sul piccolo schermo (in questo caso, valgono gli schermi dei pc, dei tablet e degli smartphone, vere televisioni del 2021. Il che porta a una domanda provocatoria, se volete: c’è bisogno di attingere al già girato? Mi spiego meglio, la terminologia potrebbe non essere chiara: c’è davvero la necessità di dover riversare, riadattare al piccolo schermo saghe già adattate per il cinema?

Lo so, provoco: il fatto è, da qualche anno a questa parte, la tendenza delle Major legate all’intrattenimento stanno seguendo questa pista. Non sempre le cose, però, vanno nel migliore dei mdi. Molto spesso, una serie televisiva di successo è legata a un contesto, a un periodo, al fatto che abbia, al momento dell’uscita, creato uno spazio dove stare all’interno del cuore degli spettatori.

Prendiamo in esempio alcuni “prodotti” televisivi, in modo tale da analizzare quanto, spesso, la trasposizione non soddisfi le richieste, lasciando delusi i vecchi fan, gli aficionados, oltre che non smuovere minimamente le nuove leve, le nuove generazioni di spettatori.

L’esempio più lampante è quello del merchandise “Beverly Hills, 90210”. Serie televisiva creata da uno dei producer più influenti del XX secolo, Aaron Spelling (il papà di Tori, che nella serie interpreta il ruolo di Donna Martin. NdA), il telefilm ruota attorno alle vicende di due gemelli, Brandon e Brenda, che dal Minnesota arrivano nella città degli Angeli, Los Angeles, in uno dei quartieri più prestigiosi. La storia la conosciamo tutti, più o meno. Sul finire dello scorso decennio, sempre firmata Darren Star (l’autore fidato di Mr. Spelling), sbarcò sulle televisioni di tutto il mondo “90201”. Un sequel della serie storica, slegato ad essa ma con alcuni personaggi ricorrenti, quali Donna Martin e le sorelle Taylor (Kelly ed Erin, sorellastra di Kelly e di David Silver, altro storico volto). Pensate che questa serie, nonostante le premesse, abbia fatto scalpore? Manco a pagarvi: cinque stagioni tirate, tra smorfie di dissenso e storie che non ingranavano.

Succede, quando cerchi di riprodurre lo stesso piatto ma gli ingredienti sono completamente diversi. Sul finire del 2019 arriva “BV90210”. Stavolta –colpo di scena! - tutti i protagonisti originali sono presenti. Il cast viene riformato, i rapporti poco simpatici tra alcuni protagonisti appianati (o sedati). Purtroppo, poco prima dell’inizio delle riprese, il tenebroso Luke “Dylan McKay” Perry muore, portato via da un aneurisma. Nonostante il lutto, gli altri protagonisti portano in scena la quarta serie tratta dal franchise. Una stagione soltanto, nonostante la storia – a differenza delle serie e spin-off precedenti – fosse senz’altro più simpatica e con spunti geniali.

 

Voglio farvi un altro esempio: qui parliamo di Re-boot. Così un re-boot? Beh, immaginate che qualcuno vi abbia parlato della storia di “Pinocchio”, ma senza darvi molti chiarimenti sulla trama., vi parla dei personaggi, accenna a una loro descrizione e vi parla solo dei punti salienti, quelli più importanti della storia. Poi vi chiede: “Puoi farne una serie? Esistono degli altri film che parlano della stessa ma tu fai finta che non esistano”. Ecco, partite da questo e provate a scrivere una tarma. “Fatto? Bene”, come direbbe Mucciaccia. Se dovessi confrontare dieci trama scritte da dieci di voi, sarebbero diverse. Certo, i personaggi sono quelli, hanno qualche caratteristica che non può non esserci (Esempio: Pinocchio è un burattino di legno il cui naso si allunga quando dice bugie. Quello per forza ci dev’essere, no?) ma, per il resto, saranno diversi tra loro. Saranno diversi gli episodi, le interazioni, le scene.

Tutto questo tuffo in un vortice di ragionamenti per portarvi davanti alle vicende dello spettacolo e amabile Uomo Ragno di quartiere, come veniva definito nei fumetti e nei cartoon anni ’70. Vi ricorderete senz’altro Tobey Maguire, il protagonista dei primi tre film. Beh, il franchise non si è bloccato lì, ovviamente. Spider-Man è uno dei personaggi che ha subito, dal 1963 a oggi, più re-boot e cambi di storia di chiunque altro. Tant’è che, cambiando attore (Andrew Garfield per la dilogia chiamata “The Amazing Spider-Man”), per poi passare a Tom Holland. Pensate che la storia sia rimasta quella dei fumetti? Peter morso da un ragno, Zia May, la morte di Zio Ben, da “grandi poteri derivano grandi responsabilità”? Quasi.

Alcuni punti sono rimasti, altri sono stati completamente ricostruiti ex novo. Quel che voglio dire è esistono re-boot e re-boot, rifacimenti e omaggi. Nel caso di Spider-Man, ci può stare. Essendo un personaggio assolutamente fantastico, per quanto inserito in una realtà canonica e tangibile come quella di New York, infinite sono le storie e infiniti sono gli Universi di riferimento (La Marvel inventò, anzi usò, la teoria del Multiverso per spiegare questi cambi repentini nelle trame e nelle storie. Più facile, così, resuscitare personaggi morti e farne morire alcuni in santa pace). Nel caso di serie più “concrete” (passatemi l’aggettivo, inteso come reale e non basate sul fantastico), cercare di ripartire da zero facendo finta che nulla di quello che è il pregresso esiste, è francamente uno spreco di energie mentali.

La bellezza di creare nuove storie sta proprio nell’azione che si compie. Partire da zero, Immaginare un mondo, una storia, dei personaggi, dei caratteri, dei contesti. Creare la trama di rapporti, alcuni complessi e che resteranno, quasi come un sottilissimo fil rouge, all’interno della storia per molto tempo e altri che, invece, si palesano da subito.

Grazie al “Deepfake”; ossia alla possibilità di editare il volto di una persona sopra un character di un film aiuta gli spettatori a sognare e fantasticare. Ultimamente, ne girano alcuni molto belli, di Deepfake, intendo, legati a un altro infinito Franchise: Star Wars. Avete visto il Deepfake in cui Ewan McGregor è editato sul copro de vecchio Obi Wan Kenobi? Sembra davvero reale e fa una certa impressione vedere McGregor che dialoga con un giovanissimo Mark Hamill. Oppure quello in cui il volto di Carrie Fisher, l’unica e sola Principessa Leia, è sostituito da quello di Millie Bobby Brown, la “Undici”, di Stranger Things? Ragazzi, la somiglianza era impressionante anche prima del Deep Fake. Ma vi chiedo: avrebbe senso rifare da zero “Star Wars”, trovare dei nuovi protagonisti che interpretino Leia, Luke e Han Solo?

Ne abbiam davvero bisogno o possiamo sperare che le storie e i mondi che gli screen player possono e sanno scrivere trovino nuove realtà da raccontare?

È come se vi proponessero di rivedere “Casa Vianello”, senza Sandra e Raimondo ma con altri due che li interpretano. Tutto bello, se si tratta di un film biografico sulla coppia e devi raccontare la loro storia. Meno bello se davvero, DAVVERO, vuoi farci una serie intera.

Ci sono film e serie che hanno fatto la storia è anche vero che, in alcuni casi, quello che arriva dopo aiuta la comprensione e la rivalorizzazione della stessa. Prendete come esempio le allegre e gioviali atmosfere di David Lynch e di “Twin Peaks”? Quando Lynch ha rimesso mano al progetto, ha fatto un lavoro decisamente buono, non cascando nella tentazione di rifare tutto da zero.

Poco tempo fa, alla fine di gennaio, di parlava e vociferava di un re-boot (o sequel, gli autori erano ancora indecisi, per fortuna), legato a un telefilm che segnò noi, giovani prepuberali degli anni Novanta. Si trattava di “Bayside School”, un mix tra il successivo “Beverly Hills”, una serie comica (con personaggio “buffo” e risate in sottofondo) e le tematiche d’amore adolescenziale, qualche riferimento a tematiche sociali e mezz’ora di momenti inscatolati e confezionati. Guardandolo ora, potrai notare le pecche e le ingenuità nel racconto, gli zuccherini indorati.

Immaginate rifarlo ora: tematiche completamente diverse, uno sguardo più attento e –ahinoi- la riapparizione dei personaggi originali. Non è cattiveria, la mia: il paragone, però, tra lo “Zack” originale e quello di trent’anni dopo, per quanto possa essersi tenuto bene in forma, non funziona tanto. Probabilmente quel progetto potrebbe arenarsi.  Il 1° febbraio muore “Screech”, Dustin Diamond. Era il personaggio collante, il “Weird” con un grande cuore, il personaggio che spazzava le lunghe e noiose scene d’amor perduto e ritrovato. La serie partirà comunque, un po’ come la già citata “BV90210” o si arenerà?

Ma soprattutto…le grandi piattaforma dello streaming, Netflix e Prime in primis, ci regaleranno finalmente molto (nuove) emozioni? Guarderanno un po’ più al futuro e alle novità o continueranno a pescare a ripetizione nel bidone dei ricordi? Il rischio è di entrare nella sindrome della Marvel, dove ogni personaggio creato (anche quelli oggettivamente più deboli e poco impattanti) ha avuto la visibilità grazie a un lungometraggio e/o una serie?

L’auguro è questo 2021 sia di ripartenza, anche creativa.

E che, accendendo il nostro Pc e decidendo di guardare qualcosa, quel “qualcosa” non abbia il sapore di una zuppa riscaldata.

Buona, per carità, ma sempre e comunque riscaldata

 

Alberto Caboni

 

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