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Banudelarie, l'albatro decadente

Baudelaire, l'albatro decadente

Duplicità umana e letteraria: il poeta maledetto Charles Baudelaire

Una doppia chiave di interpretazione e visione dell’arte e di ogni sua forma, una vocazione naturale per la scrittura oltre a una spiccata e inusitata sensibilità: ciò fu Charles Baudelaire, nato nella bellissima Parigi il 9 aprile del 1821, tra i poeti, scrittori ed esponenti più singolari e validi della letteratura di tutti i tempi. Tenebroso, inquieto, disprezzante il conformismo, la borghesia e l’ipocrisia, ma allo stesso tempo disperato per la sua condizione di irrequietezza perenne. L’autore della celebre raccolta poetica de I fiori del male – pubblicata per la prima volta nel giugno del 1857 – non ha mai adoperato filtri per trasmettere i suoi pensieri, il suo stato d’animo, i suoi sentimenti, andando incontro a polemiche aspre, incomprensioni e a una censura che ha sempre cercato di mettere i bastoni tra le ruote a menti capaci di riflettere diversamente ed etichettati, a suo tempo, come produttori di contenuti scabrosi e non degni di pubblicazione.

Il suo componimento principale, di maggior successo e fama risulta essere L’albatro, seconda poesia della raccolta de I fiori del male, avente al suo interno cento poesie divise in sei sezioni: Spleen et ideal, Tableau parisien, Fleurs du mal, Révolte, Le vin e La mort.  L’albatro, uccello marino avente l’apertura alare maggiore fra tutti i volatili, è l’allegoria tramite cui il poeta francese esprime il suo malessere interiore e nella quale si rispecchia. Nel noto componimento Baudelaire paragona il suo essere poeta alla figura dell’albatro, catturato dagli ‘’uomini di equipaggio’’ che si fanno beffe di lui, proprio come la gente comune deride l’autore di raffinati versi perché non in grado di ascoltarlo, capirlo e immedesimarsi nei concetti da lui espressi.  La condizione dell’albatro e del poeta, trattata sapientemente da Baudelaire, altro non è che la condizione di tutti coloro che si trovano impigliati in situazioni e contesti i quali non li rispecchiano e non permettono lo sviluppo della loro vera natura e delle loro potenzialità.

Questo continuo scontento, questo continuo soffrire sé stesso e l’esistenza – dalla quale Baudelaire ha magistralmente attinto il materiale per le sue composizioni liriche – ha fatto sì che la figura dell’autore de I fiori del male fosse identificata con quella del Poeta maledetto, di cui Baudelaire costituisce il caso più significativo e l’esempio più eclatante. Un modus vivendi dissoluto, oltre i limiti, oltre le convenzioni, oltre il già detto e il già scritto, ha proiettato in una dimensione unica Baudelaire, individuo chiuso nel suo io – con il quale si è trovato a dover fare spesso i conti – differente dagli altri suoi colleghi. Incline e dedito alla ricerca della sofferenza, collerico, impulsivo e autodistruttivo, cultore dell’eccesso in ogni sua sfaccettatura, Baudelaire, è stato un grande punto di riferimento per autori successivi come Rimbaud, Verlaine o lo scapigliato nostrano Emilio Praga. Un ribelle innovatore, devoto a vizi proibiti e peccaminosi, abile nell’estremizzare persino i minimi moti dell’animo, precursore di uno dei movimenti letterari più pittoreschi e conosciuti quale si è rivelato il decadentismo.

La poetica di Baudelaire affonda le sue radici nell’orrido, nel deforme, nel cupo, nel compiacimento della propria estrema fragilità, nell’amore per i dimenticati, i repressi, gli ambigui. Tutti elementi a lui ricollegabili, elementi che sentiva propri e che ha tradotto in poesie rappresentanti capisaldi della letteratura mondiale.  La natura di Charles Baudelaire è una natura anfibologica, ovvero una natura che si presta a una doppia interpretazione, una natura enigmatica ed equivoca. Natura che ha influenzato (rimanendone a sua volta colpita) il contesto nel quale si è mosso ‘’il poeta maledetto’’ d’oltralpe, nel quale si è agitato in cerca di un qualcosa che non è dato sapere con esattezza e precisione. Un qualcosa che – come sostenuto dallo stesso Baudelaire in una lettera all’amata madre a cui era profondamente legato – ha descritto con furore e pazienza, capisaldi di una poesia che vede la sua fiamma bruciare ininterrottamente e accesa come non mai in ogni suo singolo verso innovatore, frutto eccellente di un talento innato e di una sperimentazione che ha fatto del disfacimento e di ogni tribolazione un baluardo.

Mattia Lasio

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