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Buon viaggio Kobe

Buon viaggio Kobe

Alle cattive notizie non ci si abitua mai, è inevitabile e probabilmente inutile rimarcarlo. Alle notizie non felici e, ahimè, improvvise viene ancora più difficile tenere botta e fingere che vada tutto bene. Si è spento il 26 gennaio, vittima di un incidente in elicottero insieme alla figlia adolescente Gianna Maria, Kobe Bryant, indubbiamente uno dei giocatori più capaci e meritevoli dell’NBA – ovvero la principale lega professionistica di pallacanestro degli Stati Uniti d’America e del Canada – bandiera dei Los Angeles Lakers, squadra nella quale ha militato per vent’anni a partire dal 1996 fino al 2016, anno del ritiro. Il suo palmarès, proprio come le sue giocate, è stato incredibile: 5 titoli con i Los Angeles Lakers e due splendide medaglie d’oro in occasione delle Olimpiadi di Pechino nel 2008 e di Londra nel 2012. Guardia tiratrice di classe purissima – pur essendo comunque stato in grado di ricoprire dignitosamente anche il ruolo di playmaker e ala piccola all’occorrenza – capace di realizzare oltre 30000 punti nel corso della sua carriera, Bryant soprannominato ‘’Black Mamba’’, è stato un esempio di totale passione e vero proprio culto verso la pallacanestro: figlio dell’ex cestista Joe Bryant, con le sue prestazioni di spessore assoluto, supportato da una incrollabile caparbietà e da una mentalità vincente, ha dato spettacolo in ogni partita, incantando il pubblico di casa dello Staples Center oltre che ogni palazzetto nel quale si è trovato a giocare. Tra i momenti principali e di maggiore importanza della sua carriera risalta la vittoria allo Slam Dunk Contest, nota gara di schiacciate all’All Star Game ad appena diciotto anni, la realizzazione del suo top score di 81 punti – secondo solamente ai 100 di Wilt Chamberlain – durante il match disputato contro i Toronto Raptors nel 2006 e la conquista del premio come MVP per essersi distinto come il miglior giocatore dell’anno in NBA nel corso del 2008. Storico il duo formato con l’imponente – 216 centimetri di altezza e oltre 140 chilogrammi di peso – Shaquille O’Neal, campione olimpico durante le Olimpiadi di Atlanta del 1996. La coppia Bryant/ O’Neal, dal 1996 al 2004, è stata inconfutabilmente quella più dominante, spettacolare e geniale – ma anche controversa e accesa data la rivalità tra i due pesi massimi del team gialloviola – della storia del basket. Indimenticabile il three-peat dal 2000 al 2002 che li vide autentici protagonisti, guidati sapientemente dal coach Phil Jackson – allenatore dei Los Angeles Lakers dal 1999 al 2004 e nuovamente in panchina dal 2005 al 2011 – che seppe amalgamare perfettamente due fuoriclasse dalla personalità forte e differente quali Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, permettendo loro di coesistere e rendere al meglio.

Con la morte di Kobe Bryant va via non solamente un campione ma un vero e proprio simbolo. Con la tragica scomparsa del ‘’Black Mamba’’ si perde non solamente uno dei più talentuosi e influenti cestisti di tutti i tempi ma un simbolo carismatico e inimitabile del mondo dello sport. 41 anni d’età, una esistenza dedicata al basket, disciplina che è stato in grado di praticare ai massimi livelli, con passione e foga proprio come agli esordi. Bryant – appassionato di calcio e amante dell’Italia, nazione in cui ha soggiornato nella fase finale della infanzia e nei primi anni della adolescenza per seguire il papà Joe – ha sempre creduto enormemente nelle sue capacità, senza dubitare un solo secondo di poter diventare una leggenda quale poi è stato. Testardaggine, sacrificio, impegno, talento, innumerevoli prodezze dritte a canestro: tutte qualità racchiuse pienamente nel cestista di Filadelfia. Dietro i suoi trionfi si celava quella che lui era solito definire ossessione: il desiderio costante e insostituibile di praticare nel migliore dei modi la sua più grande passione, diventata la sua professione, il suo mestiere, indiscutibilmente una delle sue ragioni di vita.

Ha fatto tanto Kobe Bryant e questo tanto che ha fatto rimarrà per sempre impresso in tutti coloro che hanno avuto il piacere, e il privilegio, di vederlo giocare. Perché Bryant, nonostante i tanti successi, l’essersi affermato totalmente e i tantissimi elogi, continuava a giocare, a divertirsi, senza perdere quella componente ludica ed educativa presente all’interno di ogni disciplina sportiva. Haruki Murakami – tra le penne più note e capaci della letteratura contemporanea – nella sua opera intitolata ‘’I salici ciechi e la donna addormentata’’ dice: ‘’La morte non è l’opposto della vita ma parte di essa’’. Di sicuro una parte non felice, di sicuro una parte difficile da capire e praticamente impossibile da accettare ma pur sempre una parte da cui non si può prescindere. La morte rappresenta un nuovo inizio, un nuovo punto tramite cui poter partire verso qualcosa che sta al di sopra persino delle menti più sapienti. A chi rimane tra i mortali non resta che augurare il meglio per coloro i quali si apprestano ad esplorare un nuovo lato della propria esistenza.

Buon viaggio Kobe, ovunque tu sia diretto.

 

Mattia Lasio

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