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Ci vuole orecchio, eccome se ce ne vuole!

Ci vuole orecchio, eccome se ce ne vuole!

Ci vuole orecchio. Ci vuole proprio orecchio nella buffa commedia della vita, da cui un po’ tutti risultano interessati. Ci vuole orecchio cantava Enzo Jannacci, nato il 3 giugno del lontano 1935. Le definizioni sono il limite dell’essere che ama ancora definirsi o considerarsi umano: molto spesso, e malvolentieri, risultano inappropriate e non capaci di identificare pienamente alcune personalità. Enzo Jannacci è una di quelle figure – lo è ancora nonostante la sua scomparsa, proprio come compete a chi ha lasciato un indelebile segno in questo caotico e disgraziato mondo – che non può essere definita in una specifica maniera, è una di quelle figure che grazie al Buon Signore sfugge ad ogni etichetta. Etichette per lo più dannose, adoperate da chi non sa guardare oltre il proprio orizzonte limitato e limitante per chi ne è influenzato.

Enzo Jannacci è stato tutto, è stato niente. Di sicuro è stato con i piedi per terra ed è stato totalmente se stesso, questioni non certo facili in una società che ha sempre preferito la ricerca dell’immagine alla bravura e al talento. Enzo Jannacci è stato artista, un vero e abile artista, perché uomo. E chi è in grado di essere uomo, nel vero senso della parola, è meritevole di aver dato vita ad una delle forme artistiche più pregiate e rare al mondo. Enzo Jannacci è stato poeta, cantastorie, medico: egli, dopo la frequentazione del Liceo Scientifico e dopo essersi diplomato in armonia, composizione e direzione d’orchestra presso il Conservatorio di Milano, conseguì nel 1967 la laurea in medicina all’Università di Milano. Milano, la tanta cara e amata Milano di Vincenzo Jannacci. Non ci sarebbe bontà senza perfidia, come non ci sarebbe Jannacci senza la sua Milano. Città natale del paroliere, città nella quale è nato, cresciuto, città nella quale ha mosso i suoi passi. Città da lui amata e che a sua volta gli ha donato tanto amore e considerazione. Città che Enzo Jannacci sentiva totalmente sua, città che è stato in grado di narrare, mettendo al centro delle sue narrazioni personaggi umili, sconfitti, persino emarginati, rendendoli il suo punto di forza. Il tutto condito con una ironia, una sagacia e una brillantezza espositiva invidiabile. Persino dietro concetti apparentemente semplici ed espressi in maniera divertita e divertente si nascondevano contenuti spessi e questioni tuttora di estrema attualità.

Gli esordi di Jannacci risalgono alla Milano di metà degli anni Cinquanta, una Milano che brulicava di idee e di figure istrioniche oltre che talentuose: nel 1956 ricoprì il ruolo di tastierista dei Rocky Mountains – alla cui voce era presente Tony Dallara – mentre nel maggio dell’anno seguente prese parte al primo Festival italiano di rock and roll nella formazione di Adriano Celentano ‘’Rock Boys’’. Storico fu il brioso duo dei Due Corsari costituito dallo stesso Jannacci e dal suo amico fraterno Giorgio Gaber, conosciuto durante gli anni liceali. Sagacia, argutezza, contatto con la realtà: sono questi alcuni degli elementi che hanno reso grande e unico Jannacci. Nonostante il successo, nonostante i riconoscimenti, nonostante le illustri collaborazioni – Mina, Bruno Lauzi, Monicelli, Dario Fo, Cochi e Renato, Paolo Conte, Beppe Viola – Jannacci non scordò mai il fatto che la quotidianità rappresenta, e sempre rappresenterà, una parte della esistenza da cui non si può sfuggire. Jannacci non abbandonò mai la sua professione di medico, non si fece mai mancare il contatto con ‘’la gente comune’’ da cui traeva ispirazione e insegnamenti necessari per la sua costante crescita umana e, di conseguenza, artistica.

Tra i suoi successi principali spiccano capolavori quali Ho visto un re – pezzo scritto dal premio Nobel Dario Fo, illustre drammaturgo e regista nostrano Ci vuole orecchio, Vengo anch’io, no tu no, Vincenzina e la fabbrica – nella quale Jannacci raccontava il dolore originato dal lavoro all’interno delle fabbriche, dolore in grado di soffocare il desiderio di una vita diversa e decisamente meno cupa – El portava i scarp del tennis, Se me lo dicevi prima – pezzo con il quale Jannacci prese parte al Festival di Sanremo nel 1989, pezzo che gli garantì il premio della Critica e in cui andò a trattare in maniera magistrale il tema del consumo di sostanze stupefacenti e dalla spirale negativa da esso scaturita – Lettera da lontano, fatica risalente ai primi anni duemila e che gli valse la Targa Tenco.

Quella di Enzo Jannacci è stata una intelligenza eclettica, virtuosa, meritevole di aver saputo cogliere le miserie e le glorie della vita, contraddistinta dal loro continuo alternarsi. Quella di Enzo Jannacci fu una intelligenza eclittica e raffinata meritevole di aver saputo intraprendere delle battaglie sociali tramite le canzoni, tramite le parole. Parole, le sue, che facevano scattare la riflessione e la critica, fondamentali per sviluppare una coscienza morale degna di essere definita tale. Le parole di Enzo Jannacci erano parole selezionate accuratamente, erano parole che sapevano far dubitare, sapevano far ragionare, sapevano fare comprendere a un ascoltatore che non tutto, come solente si vuol far credere, va per il verso giusto. Anzi. Jannacci si trovò a fare i conti con la censura, proprio a causa dei suoi testi non certo ligi e dediti all’avvallamento di chi sta dalla parte della maggioranza e propina costantemente menzogne, apparentemente, rassicuranti. Jannacci si trovò a non essere trasmesso da alcune emittenti radiofoniche perché si sa, si sa molto bene, chi pensa spaventa. Eccome se spaventa.

Jannacci dalle mille sfumature e dai molteplici mondi. Jannacci frequentatore del Derby, storico locale notturno milanese degli anni Sessanta e degli anni Settanta, noto per essere stato una ‘’palestra’’ e un trampolino di lancio per personalità quali Giorgio Faletti e Diego Abatantuono, personalità che poi sarebbe andate ad affermarsi in ambito artistico. Jannacci collaboratore del primo cardiochirurgo che realizzò un trapianto cardiaco Christiaan Barnard, Jannacci collaboratore di musicisti di gran valore e spessore quali Bud Powell, Stan Getz, Gerry Mulligan, Franco Cerri, Chet Baker. Jannacci strenuamente e raffinatamente avverso al potente di turno, Jannacci dalla parte dei rifiutati e di chi sta ai margini di cui parlava senza pietismo e con sincera partecipazione emotiva, mai melensa. Jannacci dalla parte dei precari della vita. Jannacci figura geniale, Jannacci dalla personalità esuberante ed elegantemente eversiva. Jannacci dall’umorismo ricercato, Jannacci gentiluomo beffardo e al contempo malinconico, Jannacci simbolo della satira fatta con competenza, Jannacci che ha saputo prendersi gioco e sbeffeggiare la quotidianità con signorilità e garbo. Jannacci è stato questo e molto altro. Jannacci dall’orecchio fino e attento. Jannacci che manca tanto in questi tempi nei quali ci vuole orecchio più che mai per distinguere la verità dalla turpe e squallida propaganda praticata per i propri intenti meschini e sciocchi.

Mattia Lasio

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