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Gino Bartali, il Giusto

Gino Bartali il Giusto

Sono trascorsi vent’anni, già vent’anni, dalla scomparsa il 5 maggio del 2000 di un mito – non solamente del ciclismo – ma dello sport in generale: Gino Bartali. Gino Bartali detto il ‘’Ginettaccio’’, il campione burbero, schivo, riservato, credente, austero. Toscanaccio doc, originario di Ponte a Ema, vincitore di tre Giri d’Italia, due Tour de France, quattro Milano-Sanremo (il mondiale di primavera) e tre Giri di Lombardia, oltre che di tante altre corse considerate ‘’minori’’. Facile, fin troppo, definir campioni sul campo, indubbiamente più complesso trovarne altrettanti nella complessa quotidianità da cui tutti, chi più chi meno, risultano essere interessati. Gino Bartali fu un campione sui pedali e fu un campione nella vita, nella normalità dei giorni che scorrono lenti ma inesorabili, giorni che verranno ricordati con affetto e giorni che nel dimenticatoio finiranno con una non troppo velata contentezza. Gino Bartali era doppiamente campione perché buono. Gino Bartali era consapevole di esserlo e, silenziosamente, ha operato da tale in ogni circostanza della sua esistenza. Gino Bartali era giusto, Gino Bartali era fiero ed orgoglioso, Gino Bartali era onesto e con onestà si è battuto nelle grandi competizioni e nei grandi eventi della storia. Fu campione ma fu anche, e soprattutto, un simbolo: un simbolo di una Italia ferita, un simbolo di una Italia in mano per vent’anni a delinquenti travestiti da (fasulli) leader, un simbolo di una Italia che sapeva sperare perché nella speranza sapeva credere e confidare tenacemente. Un’Italia che venne gioiosamente trascinata e divisa dai duelli avvincenti e all’ultimo scatto tra il ‘’cattolicissimo’’ Ginettaccio e il ‘’laico’’ Fausto Coppi detto ‘’il campionissimo’’. Duelli che oltrepassavano i confini dello sport, dell’agonismo e del confronto atletico per proiettarsi in un qualcosa di decisamente più importante. Gino Bartali fu eroico ed eroe: un eroi dei giorni nostri, seppur passati, un eroe che si è battuto strenuamente e con limpidezza per trionfare ed essere il migliore. Un eroe che sapeva accettare la sconfitta e sapeva trarne forza. Fu eroe Gino Bartali perché non consapevole di esserlo, ma bensì consapevole di essere umano e di essere uomo, con tutte le difficoltà che questo comporta.  Fu intramontabile, e come l’intramontabile passò alla storia, in quanto caparbio e in quanto testardo: una testardaggine degna di un carattere forte e non certo disposto ad arrendersi ai tiri mancini di un fato troppo spesso avverso. Proprio come in occasione della sua seconda vittoria alla Grande Boucle nel 1948: una Grande Boucle non partita sotto i migliori auspici, una Grande Boucle che i più consideravano un qualcosa di inarrivabile per un Bartali trentaquattrenne e non certamente emergente. Fu proprio la testardaggine, l’esperienza, sotto alcuni punti di vista persino la paura, a rendere possibile la realizzazione di una storica impresa al risoluto Gino Bartali, il quale ottenne una splendida vittoria nella tappa che da Cannes conduceva a Briancon, bissando il successo nel giorno seguente durante la frazione che portava da Briancon ad Aix-les-Bains. Due tasselli cruciali per il raggiungimento della prima posizione in classifica generale, due tasselli che permisero di riagguantare il favoritissimo – nonché ‘’idolo di casa’’ – Louison Bobet e di distanziarlo, oltre che di scongiurare il pericolo di una guerra civile nel Bel Paese dettata dall’attentato al leader comunista Palmiro Togliatti. Nota e leggendaria fu la telefonata, in occasione del Tour de France del 1948, che il democristiano Alcide De Gasperi fece al ‘’Ginettaccio’’ domandandogli di dare il meglio di sé in modo tale da fare suo il Giro di Francia e in modo tale da distogliere il pensiero e l’attenzione degli italiani da ciò che era accaduto in patria a Palmiro Togliatti. E Gino Bartali, un po’ come tempo addietro e in un contesto diverso Garibaldi, obbedì. Eccome se obbedì, regalando ad una Italia in ripresa una grande gioia indimenticabile.

Fu intramontabile Gino Bartali e, come detto in precedenza, con questo epiteto passò alla storia. Fu intramontabile perché le sue sfide sportive e le sue imprese riuscirono ad oltrepassare, come ben si addice ad ogni leggenda, i meri confronti agonistici, in quanto caratterizzati da un forte pathos, da un forte sentimento e da un forte messaggio. Messaggio che fece breccia nel cuore degli italiani, i quali si strinsero attorno alle tenzoni sui pedali tra il burbero e cattolico Gino Bartali e il laico, a detta di alcuni anche comunista, Fausto Coppi, accomunati oltre dall’essere due fuoriclasse,anche dall’aver perso i loro amati fratelli, anch’essi corridori: Giulio nel caso di Gino Bartali, Serse per ciò che concerne Coppi. L’airone, così era soprannominato Fausto Coppi, contrapposto all’indomita aquila Gino Bartali. Due rapaci del pedale che con i loro attacchi e le loro progressioni hanno segnato nettamente le più alte asperità che hanno consacrato tanti ‘’grandi’’ della storia del ciclismo.

Fu intramontabile Gino Bartali ma fu anche giusto. Fu giusto perché durante la Seconda guerra mondiale – che lo privò dei migliori anni della sua carriera sportiva – procurò agli ebrei perseguitati i documenti falsi in modo tale da garantire loro una nuova identità, necessaria per scampare alla furia malata dei nazisti e della loro folle guida Hitler. Fu giusto Gino Bartali perché semplice e consapevole della rilevanza della semplicità in un mondo che appare sempre più alla deriva, fu giusto Gino Bartali perché energico, potente in sella ma anche fragile. Fu giusto Gino Bartali perché coraggiosamente incapace di piegarsi al volere e alla perentorietà di chi ha macchiato la penisola di infamia, violenza e cattiveria. Fu giusto Gino Bartali, fu umile e sincero. Fu campione due volte, nelle competizioni e nella vita. Ben consapevole che certe medaglie non si appendono al collo bensì all’anima. Un’anima pura, un’anima nobile capace di rendere l’umanità un punto di forza. Umanità che, a distanza di vent’anni dalla sua scomparsa, ancora lo contraddistingue e ancora ne rende prezioso il ricordo.

Mattia Lasio

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