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Giovanni Falcone: il peso della verità e della giustizia

Giovanni Falcone: il peso della verità e della giustizia

‘’Si dice che la verità trionfa sempre, ma questa non è una verità’’. Così saggiamente scriveva Anton Pavlovič Čechov – noto scrittore e drammaturgo russo - nei suoi Quaderni del dottor Čechov. La verità è un qualcosa che spaventa, la verità è un qualcosa che si trova molto più vicino di quanto si possa credere ma, nonostante ciò, non risulta da molti visibile non venendo valorizzata quanto meriterebbe e quanto sarebbe necessario. C’è chi si tira indietro nell’intraprendere il percorso che ad essa conduce e chi, d’altro canto, lo affronta coraggiosamente e con fierezza, pur sapendo fin troppo bene che la verità non solo non trionfa sempre ma, il più delle volte, è sopraffatta dalla disonestà e da coloro i quali sono disposti a tutto pur di insabbiarla e tenerla vergognosamente celata. Giovanni Falcone fu uno di questi individui.  Nato a Palermo nel 1939, Giovanni Falcone, conseguì la maturità classica presso il Liceo Classico Umberto I. All’età di tredici anni, in occasione di partite di calcio da lui disputate presso l’oratorio frequentato nella fase dell’adolescenza, conobbe il suo amico e braccio destro in ambito lavorativo Paolo Borsellino, più giovane rispetto a lui di circa dieci mesi. Conseguì la Laurea in Giurisprudenza, nel 1961, con la votazione di 110 e lode, con una tesi sull’Istruzione probatoria in diritto amministrativo, discussa con il professore Pietro Virga, preparato avvocato e docente palermitano di diritto costituzionale e di diritto amministrativo. Falcone entrò in magistratura nel 1964 e, dopo essere stato pretore a Lentini e pubblico ministero e giudice a Trapani, fu dal 1978 al marzo 1991 a Palermo, come giudice istruttore e procuratore della Repubblica aggiunto. Nel marzo del 1991 venne nominato direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia. Il 23 maggio 1992, in occasione di quella che passò alla storia come la strage di Capaci, venne assassinato insieme alla moglie Francesca Morvillo – anch’essa magistrato – e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.  Giovanni Falcone fu assassinato dalla mafia, detta anche cosa nostra. Mafia, cosa nostra, termini che spaventano e che, ancora, molti preferiscono non fare pubblicamente e schiettamente. Nomi verso i quali parecchi, nonostante tutto, storcono il naso come se si stesse parlando di una entità astratta, una entità priva di concretezza. Eppure, la mafia è cospicuamente concreta, è cospicuamente palpabile ed è cospicuamente notabile la sua presenza in numerosi settori e in numerose attività che interessano la quotidianità di ogni cittadino. Falcone era conscio di ciò e a ciò ha dedicato la sua vita, arrivando a sacrificarla e a perderla, affinché il fenomeno mafioso - una vera e propria patologia del potere -  venisse debellato non solo dalla Sicilia, bensì dalla intera penisola, nella quale è andato a diffondersi nel corso degli anni.

Giovanni Falcone, sin dai suoi esordi, mostrò spirito d’iniziativa e piena padronanza della tematica che affrontava e con la quale andava a confrontarsi: contribuì, ad esempio,  in maniera attiva e decisiva all’inchiesta giudiziaria Pizza Connection, condotta negli USA tra il 1979 e il 1984 dal Federal Bureau of Investigation, insieme a Gioacchino Natoli, anch’esso – proprio come Giovanni Falcone – facente parte del Pool antimafia ideato da Rocco Chinnici, eliminato da cosa nostra nel 1983 tramite l’utilizzo di esplosivi come si verificò successivamente per Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.  L’obiettivo del pool antimafia era quello di occuparsi a tempo pieno dei processi relativi alla mafia, tramite la condivisione delle informazioni tra tutti i suoi componenti in modo tale da far diminuire nettamente i rischi personali e in modo tale da garantire al pool antimafia una visione d’insieme maggiormente ampia riguardante la criminalità organizzata. Grazie all’importante e fondamentale incipit rappresentato dal pool antimafia, nel febbraio 1986, fu possibile dare vita al maxiprocesso di Palermo, ovvero il primo grande processo contro la mafia nella penisola. Processo durante il quale vennero inflitte 360 condanne per un totale di 2665 anni di carcere. Processo che significò un notevole successo per il pool antimafia e per tutti coloro i quali contribuirono, in precedenza, al raggiungimento di un obiettivo simile come ad esempio il già citato Rocco Chinnici, il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il magistrato Gaetano Costa, oltre ad alcuni esponenti del mondo dell’informazione quali i giornalisti Pippo Fava, Peppino Impastato, Giancarlo Siani, Mauro De Mauro il fratello del celebre linguista Tullio De Mauro. Il maxiprocesso di Palermo fece tanto, tantissimo, ma non riuscì a colpire in maniera definitiva la mafia ed alcuni tra i suoi esponenti di spicco. A ciò, purtroppo, contribuirono anche  i conflitti interni alla magistratura e non certo irrisoriamente. Una volta lasciato il suo incarico Antonino Caponnetto, venne nominato dal Consiglio Superiore della Magistratura come capo dell’Ufficio Istruzione Antonino Meli, scelta che innescò accese e lecite polemiche dato che ci si aspettava il successore di Caponnetto sarebbe stato proprio Giovanni Falcone. I conflitti interni alla magistratura furono utilissimi e costituirono una vera e propria manna dal cielo dopo la dura battuta d’arresto del maxipresso di Palermo per il fenomeno mafioso il quale capì che Giovanni Falcone aveva dei nemici all’interno dello stesso ‘’gruppo’’ il quale lo avrebbe dovuto proteggere e tutelare. La mafia capì che Falcone, fondamentalmente, agiva da solo o comunque con al suo fianco pochissime altre figure leali e disposte a sposare pienamente la sua causa.  Questo isolamento in cui si trovava Giovanni Falcone costò lacrime e sangue non solo alla magistratura palermitana ma all’intero Paese che, con la strage di Capaci di cui il mandante fu Salvatore Riina, perse una delle sue personalità più in gamba e competenti in materia mafiosa. Giovanni Falcone disponeva di una solida conoscenza dei movimenti e della storia della mafia: era consapevole del fatto che essa si fa Stato dove lo Stato si mostra assente. Era consapevole del fatto che la mafia, sin dal principio, fosse coinvolta in attività illecite sfruttate per i propri meschini intenti. Era consapevole, Giovanni Falcone, del fatto che molti cittadini chinassero la testa e cedessero il passo ai clan e a un modo di operare clientelare e corrotto, oltre che violento. Modus operandi, da sempre, tipico e caratterizzante la mafia e i suoi elementi. Era consapevole Giovanni Falcone che, tolto pochi fidati elementi, nel cosiddetto ‘’bel paese’’ – in questo caso, come in molti altri, denominato bello in senso enormemente ironico e amaro – si stentava a prendere consapevolezza che la mafia esiste ed è potente, si stentava a considerarla una realtà ben radicata, andando di conseguenza  ad etichettare come folli tendenti all’esagerazione chi, come Falcone e Borsellino, ne parlava apertamente, ne denunciava le storture e ne sottolineava la gravità e la bassezza morale ed etica.

Per zittire Falcone ci volle una esplosione nel tratto dell’autostrada A29 poco prima che scoccassero le 18. Ci volle un atto brutale per interrompere il percorso e l’operato di un uomo probo e positivamente ostinato verso il raggiungimento della verità e della giustizia. Una verità e una giustizia scomode, una verità e una giustizia limpide come un flusso d’acqua contraddistinto da increspature leggere e trasparenti, una verità e una giustizia dal grande peso. Un peso che si è sobbarcato pienamente Giovanni Falcone. Un peso che si è sobbarcato pienamente Paolo Borsellino. Un peso che attualmente si sta sobbarcando Nino Di Matteo.  Un peso e un onere per tantissimi troppo gravoso e per pochi, troppo pochi, doveroso da trasportare sulle proprie spalle per poter andare realmente avanti lungo il tragitto. Perché non può esserci reale proseguimento là dove vi è mafia, un movimento sporco costituito da sporchi e piccoli uomini. Sporchi e piccoli uomini che parlano d’onore, di rispetto e di appartenenza, allontanandosi in realtà da tali concetti in maniera netta e ben evidente. Anche se, nonostante tutto e nonostante le note vicende storiche, c’è chi ancora stenta a crederlo e ad ammetterlo.

Mattia Lasi

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