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La Carezza del Papa

La carezza del Papa

In una Piazza San Pietro completamente vuota, così diversa da come si è soliti ammirarla, Papa Francesco affronta la pioggia e in mezzo al colonnato del Bernini cerca, con il suo discorso privo di retorica, di abbracciare il mondo intero.

Un mondo solo, in cui tutti ci sentiamo smarriti, traditi da quella scienza in cui nutriamo tanta fiducia. Soli nei nostri pensieri, disorientati in una quotidianità che ci sta stretta e che ci sta mettendo alla prova. Soli con le nostre paure, con le nostre incertezze, con le nostre riflessioni e speranze su quello che verrà.

Papa Francesco, ieri, non era solo. Insieme a lui, tutta l’umanità, credente e non, alla ricerca di una parola di conforto, alla ricerca di una risposta alla domanda “perché a noi, perché adesso?”

Davanti a queste fitte tenebre che si sono impossessate di ciascuno di noi “ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, fragili e disorientati, tutti chiamati a remare insieme.”

Questo è il primo chiaro messaggio del papa, che ripercorrendo le parole del Vangelo che sembravano così attuali, così adatte a questo momento invita tutti a capire che non esiste un nemico esterno, non è una guerra. La salvezza sta nel riscoprirsi insieme, tutti uniti per il bene del prossimo. Uniti come gli apostoli che nel mezzo della tempesta chiedono a Gesù “non ti interessa di noi?”.  Del resto, chi in queste settimane non ha avuto la sensazione di essere perduto, di non avere niente a cui afferrarsi per potersi salvare?

Siamo sulla stessa barca, dice Bergoglio. Insieme ci salveremo.

“La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra che abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità”.

Sì, questa tempesta senza pietà che ci ha risucchiati ci fa vedere allo specchio per quello che siamo, senza maschere, senza tutti quegli stereotipi con cui ogni giorno costruiamo la nostra immagine. Siamo semplicemente degli uomini, degli uomini che hanno paura e che hanno disperatamente bisogno dell’altro per potersi fare forza, per non abbandonarsi totalmente allo sconforto e alla disperazione.

Papa Francesco prega, in silenzio, e con passo stanco si avvicina ai simboli che ha voluto fortemente con sé per ricordare che tutti abbiamo delle radici a cui poterci appigliare. Sceglie l’icona della Salus Populi Romani e il crocifisso di San Marcello al Corso, con cui i romani pregarono al tempo della peste. Il papa li ha voluti con sé, accanto al portone d’ingresso della sua San Pietro, chiesa romana, cattedrale del mondo.

Francesco ha un pensiero per il presente, per chi in questi giorni svolge il suo lavoro con passione come fosse un eroe, per i malati, per tutti noi. Invita a guardare avanti con speranza perché c’è una lezione che ci attende una volta rialzati: Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.

Ecco dunque la meditazione sulla necessità di abbracciare il mondo e di farlo in un modo completamente diverso. Questa è una grande opportunità per poter cambiare, per renderci conto di cosa è davvero importante per la nostra vita, per costruire un mondo e un futuro nuovo. Come? Abbandonando l’idea di poter controllare tutto, di poter piegare la natura ai nostri bisogni ma pensando invece che l’unica cosa che può salvarci è la fratellanza.

Sì, ce ne rendiamo conto ogni giorno che passa, solo insieme possiamo affrontare e migliorare.

Il papa, da solo, in mezzo a quella pioggia così intensa simile al pianto di un mondo che non sa come comportarsi, osserva i suoi fratelli, prega per loro, per la loro anima, senza pensare alle differenze.

È provato, affaticato dagli scalini che ha percorso da solo. Rivolge un saluto di incoraggiamento a tutti per poi salire in Basilica.

Questo è stato il momento più bello, più commovente, più alto di una preghiera che non ha seguito formule e abitudini: un momento unico che entrerà nella storia così come quello che il mondo vive.

No, Francesco non era da solo. Le sue parole dolci ma al contempo così crude si trasformano in una carezza per tutti. Una carezza che è giunta il 27 marzo del 2020 là da quel colonnato di Roma, il centro del mondo e che finisce in una benedizione accompagnata dal suono delle campane e dalle sirene della polizia che risuonano come a dire “c’è ancora vita oltre tutto questo”.

Nessuno potrà dire “Io c’ero” ma tutti, credenti e non, potranno dire “Quella carezza era anche per me.”

 

Roberta Lai

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