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La madre di tutte le stragi

La madre di tutte le stragi

È stata definita la ‘’madre’’ di tutte le stragi, perché da lì in poi è cominciata quella ‘’strategia della tensione’’ che ha messo in ginocchio l’Italia, anche se già il termine strage – termine usato per definire l’uccisione violenta di un gran numero di persone – basta per capire l’entità di ciò che avvenne il 12 dicembre 1969.

Cinquant’anni fa, nei locali della sede della Banca della agricoltura di Milano, esplose una bomba che tolse la vita a 17 persone e ferì 88 individui. Alle 16:37 di quel 12 dicembre di quasi mezzo secolo fa, la storia italiana cominciò un nuovo, amaro, capitolo della sua storia che terminerà con l’attentato alla stazione di Bologna il 2 agosto del 1980: sangue chiama sangue, con vittime innocenti a pagare, ingiustamente, un qualcosa che stava al di sopra delle loro facoltà e di cui non erano minimamente a conoscenza. Si sa che la verità è una pietanza a molti sgradita e gli avvenimenti di piazza Fontana ne sono l’ennesima testimonianza: c’è chi addossò le responsabilità dell’accaduto allo scoppio di una caldaia, pur essendo palese che di fronte a danni di una tale entità stavano dietro forze ben maggiori.

Ci si trova nel pieno dell’autunno caldo: scontri tra forze dell’ordine e studenti, operai in piena rivolta, le rivendicazioni sociali di coloro che lavoravano nelle grandi fabbriche si uniscono alle agitazioni studentesche dando vita a una fase dell’età contemporanea contraddistinta da tumulti che porteranno alla formalizzazione di conquiste sociali rivelanti, come ad esempio ‘’Lo Statuto dei lavoratori’’.  Nella ricerca dei colpevoli, le figure individuate come ‘’papabili’’ per questo ruolo disgraziato sono gli anarchici che, in quel periodo di forti mobilitazioni, rappresentavano un capro espiatorio da non farsi sfuggire. Vengono accusati due tra gli esponenti del movimento anarchico: Valpreda – indicato come colpevole dal ‘’confuso’’ tassista milanese Cornelio Rolandi e incarcerato senza essere colpevole per tre anni – e l’anarchico Pinelli che pochi giorni dopo lo scoppio della bomba, il 16 dicembre per l’esattezza, cade misteriosamente dal quarto piano della questura di Milano: c’è chi ha parlato di suicidio, c’è chi ha parlato di casualità. Probabilmente sarebbe stato molto più utile e proficuo parlare di omicidio, seppur parola pesante e in quel contesto anche alquanto scomoda. L’ultimo processo relativo alla vicenda della strage di piazza Fontana, databile all’anno 2005, afferma che la strage venne portata a compimento dalla cellula eversiva dell’organizzazione neofascista ‘’Ordine Nuovo’’, guidato da Franco Freda e Giovanni Ventura. Sembrerebbe tutto, finalmente, risolto ma così in realtà non è: i colpevoli Franco Freda e Giovanni Ventura non sono più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva tempo prima, nel 1987. Della serie, oltre il danno la beffa, a cui si aggiunge il fatto che non è mai stata espressa alcuna sentenza verso gli esecutori materiali della strage di piazza Fontana, ovvero coloro i quali portarono all’interno della Banca dell’agricoltura la valigetta contenente al suo interno la bomba.

In tutto questo è bene non dimenticare anche la figura del commissario Luigi Calabresi che, accusato ingiustamente dagli esponenti della estrema sinistra, venne ucciso nel maggio del 1972 dai membri di Lotta Continua – una delle maggiori formazioni extraparlamentari italiane di sinistra – Ovidio Bombressi e Leonardo Marino, ovvero gli esecutori materiali del delitto, mentre i mandanti – anche essi appartenenti alla formazione di Lotta Continua – furono Giorgio Pietrosfefani e Adriano Sofri. Il commissario Calabresi venne insignito della medaglia d’oro al merito civile alla memoria, all’anarchico Pinelli – trattenuto illegalmente, al termine delle 48 ore di fermo previste, presso la questura di Milano – e alle 17 vittime dell’esplosione una lapida commemorativa. Poco, troppo poco.

Esistenze interrotte, innocenti stritolati dai media e dubbi mai risolti: questo, e tanto altro, è la strage di piazza Fontana. Parlarne è doveroso, come è doveroso segnalare tutti i depistaggi e le incongruenze tipiche italiane che l’hanno resa, purtroppo, ancora più nota e tristemente misteriosa.

Forse ricordare non è sufficiente e non cancellerà di certo uno degli episodi maggiormente drammatici della storia del nostro paese, ma è l’unica cosa possibile da fare anche perché, ancora una volta, è tardi per fare giustizia ed è tardi per scusarsi.

Mattia Lasio

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