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L’avvelenata, il manifesto di Francesco Guccini

L’avvelenata, il manifesto di Francesco Guccini

Chissà se validi parolieri esistono ancora. Chissà se la poesia è ancora apprezzata. Chissà se c’è qualcuno che ancora ama soffermarsi sulle parole e cerca di farle proprie. Chissà se l’arte è morta del tutto o qualche speranza di rinascita è ancora presente. Chissà. Fatto sta che ciò che è stato realizzato con classe, naturalezza, eleganza e coscienza non può perdersi ma continua ad esistere. Eccome se continua a farlo.

Francesco Guccini è uno degli ultimissimi grandi cantautori nostrani, testimonianza vivente di giorni in cui si credeva davvero nei valori, negli ideali. Giorni in cui scrivere e ascoltare storie non era una perdita di tempo, bensì una preziosa occasione di arricchimento e di crescita morale e umana. Francesco Guccini il 14 giugno compie ottant’anni e la sua carriera, come quella di tutti i fuoriclasse di qualsiasi ambito e di qualsiasi genere, è ricca di successi, complimenti, elogi e, soprattutto, grandi e formative esperienze di vita. 24 album all’attivo, quattro targhe Tenco e una padronanza della parola e dei relativi registri linguistici che gli ha permesso di diventare, ed essere doverosamente considerato, un poeta contemporaneo degno di tale nomea di cui, troppo spesso ed erroneamente, si tende ad abusare.  Francesco Guccini, figlio di un impiegato e di una casalinga, trascorse i primi anni di vita a Pavana, sull’Appenino pistoiese, a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Già da una delle sue prime canzoni scritta al 1960 e avente il titolo de L’antisociale emerge la sua capacità di fare una accesa e diretta satira, volta a demonizzare e alla aperta critica di tutti quei comportamenti e atteggiamenti tipici, oltre che ben radicati, della società italiana. Folk Beat n. 1 è il suo disco d’esordio, risalente al 1967, e avente al suo interno brani culto quali ‘’Noi non ci saremo’’, ‘’Statale 17’’, ‘’Canzone per un’amica’’. Talentuoso, ironico, Guccini è un cantastorie che ha saputo attingere dalla vita esperienze e circostante da tradurre sapientemente in forma scritta: basta pensare a pezzi quali Cencio, canzone contenuta nell’album ‘’Quello che non’’ risalente al 1990, in cui Guccini parla del suo amico  affetto da nanismo di nome Cencio, un ragazzo a cui Guccini era legato da un rapporto di amicizia nel periodo adolescenziale. Nella canzone emerge il forte desiderio, più che lecito, da parte di Cencio di sentirsi normale, di sentirsi proprio come tutti i suoi coetanei, persino un po’ ottuso e incosciente.  Tanti, e di estremo valore, sono i suoi brani basti pensare a La locomotiva, Dio è morto, Eskimo, Quattro stracci, Auschwitz e molti altri ancora. Ma il pezzo, probabilmente, più rappresentativo della poetica di Guccini, nonché uno dei più conosciuti e amati, è senz’altro, L’avvelenata , brano simbolo del modus operandi del paroliere emiliano, contenuto nel suo settimo disco – uscito nel 1976 – dal titolo ‘’Via Paolo Fabbri 43’’.

L’avvelenata  è il manifesto del pensiero di Guccini, un vero e proprio sincero – oltre che appassionato – sfogo, una invettiva moderna, costituita da 32 accessi e intensi versi.  Emerge la totale passione di Guccini verso la scrittura, non certamente dettata da logiche di mercato, o da passeggere mode né tantomeno da esigenze discografiche. L’unica esigenza che ha sempre spinto Guccini verso l’atto dello scrivere è stata quella del comunicare, quella del narrare, quella del trasmettere ai suoi ascoltatori per poi portarli alla riflessione sui differenti aspetti e tematiche affrontate.  ‘’Voi critici, voi personaggi austeri militari severi’’, da costoro Guccini prende le distanze. Da costoro si differenzia Guccini, da chi si autodefinisce impegnato e pensatore si discosta nettamente, facendo -  ‘’io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi, vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso’’ – una doverosa e piena ammissione di umanità e normalità. Da ‘’L’avvelenata’’ Guccini delinea la sua concezione della scrittura, legata all’amore e alla dedizione verso essa e non certo vittima di qualche futile obbligo. Non può esserci alcuna forma d’arte sotto costrizione o scadenza.  Guccini ricorda che i momenti negativi sono necessari – ‘’se son d’umore nero allora scrivo frugando dentro alle nostre miserie’’ – ed è proprio da costoro che si trae ispirazione per comporre e realizzare qualcosa di positivo e di spessore. Guccini sottolinea la necessità e l’importanza del mantenersi vivi – compito tutto fuorché semplice – senza cadere a causa degli inaspettati sgambetti della sorte.  Guccini esprime in maniera schietta ed estremamente diretta i suoi punti di vista, sottolineando il valore e la valenza delle piccole cose date per scontate, sottolineando la necessità di star lontani dalle illusorie luci della ribalta, elogiando quasi con veemenza – ‘’nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento’’ – la riservatezza della propria quotidianità e della propria interiorità, necessarie per essere realmente umani e per sentirsi – faccenda ardua a seconda dei momenti e delle circostanze – persone e non personaggi destinati inevitabilmente  a sparire.  L’avvelenata rappresenta un attacco da parte del cantautore nato a Modena rivolto ai suoi ‘’colleghi’’ cantautori appellati ironicamente ‘’eletta schiera’’.

Nessuna logica legata all’orecchiabilità, nessuna logica legata al guadagno, nessuna logica da adoperare per la realizzazione di un ritornello – vero e proprio dramma per molti cosiddetti ‘’artisti’’ – in grado di funzionare. Tutto ciò è assente ne ‘’L’avvelenata’’ di Guccini, che vuole svuotare senza alcun filtro o via di mezzo il sacco, concludendo il suo accesissimo e polemico monologo con una invocatio conclusiva presente nei due versi finali dello storico pezzo – ‘’e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare: ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto’’ – caratterizzati da un grande impatto e da una grande carica, dove Guccini manda a quel paese – senza peli sulla lingua – futuri ed eventuali detrattori, oltre chi si erige a giudice mosso da malsana invidia, mossa dal nocivo sentito dire e, soprattutto, colpevole di non aver minimamente ascoltato con attenzione ciò che si va ad attaccare.  Non sono le copie vendute ciò che conta, non sono le fasulle lusinghe di chi sale con nonchalance sul carro dei vincitori, non sono i riconoscimenti e i trofei a fare la differenza: ciò che è importante, sul serio, è esprimersi con sincerità, schiettezza, senza alcun calcolo e senza alcuna programmazione volta al guadagno e al raggiungimento della superflua fama. Di ciò si è fatto portavoce, sapientemente, l’eterno studente Francesco Guccini, cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia.

 

Mattia Lasio

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