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Le ambiguità della giustizia

Le ambiguità della giustizia

Il mondo è un luogo bizzarro. Terribilmente bizzarro e amaramente beffardo. Sa offrire scenari meravigliosi e scenari tremendi che causano interrogativi dolorosi e non offrono certo risposte. Risposte necessarie. Risposte che, talvolta, sarebbero doverose. Risposte che in troppi, giustamente, si aspettano dopo ciò che è accaduto lunedì 25 maggio in Minneapolis,  città principale dello Stato del Minnesota, dove un individuo afroamericano di nome George Floyd, 46 anni d’età,  ha perso la vita per mano di un agente della polizia locale che gli ha impedito una normale respirazione premendo con il ginocchio sul collo.  Un agente di polizia rappresentante le istituzioni, un agente di polizia che avrebbe dovuto essere un simbolo della giustizia e di ciò che il suo corretto funzionamento comporta. Una giustizia che, frequentemente,  mostra lati di sé incomprensibili e decisamente ambigui. Doveva essere un semplice controllo, un controllo di routine, un controllo come tanti. Un controllo a un individuo – in questo caso George Floyd – il quale si è detto fosse in condizioni ‘’alterate’’. Un controllo che ha avuto un esito inspiegabile, osceno e che nessuno si sarebbe potuto mai immaginare neanche nei peggiori incubi fatti nei peggiori giorni della propria esistenza. Eppure tutto ciò di incubo e di onirico ha ben poco, mentre di reale e attuale ha fin troppo.  C’è chi la chiama disgrazia, c’è chi lo chiama violenza inaudita. Fatto sta che, attenendosi scrupolosamente ai fatti e a ciò che è stato filmato con dovizia di particolari, quel che si ha davanti è un atto barbaro definibile come omicidio, ovvero – attenendosi al significato riguardante il suddetto termine presente in un qualsiasi vocabolario della lingua nostrana e traente supporto dal diritto penale  - un delitto compiuto commesso intenzionalmente e consapevolmente nei confronti di una o multiple figure. Intenzionalmente e consapevolmente, termini sui quali soffermarsi e che testimoniano la piena volontà e coscienza di chi si macchia di azioni dalle quali è impossibile tornare indietro.

Poteva essere evitato tutto ciò almeno stavolta? La risposta è più semplice del previsto e decisamente intuitiva. A distanza di quasi sei anni dall’uccisione di un altro individuo afroamericano di nome Eric Garner presso Staten Island –afferrato brutalmente alle spalle durante un arresto dall’agente Daniel Pantaleo che con una presa dalla eccessiva forza gli impedì una normale respirazione nonostante le richieste disperate di aiuto del signor Garner – si è davanti a una situazione pressoché speculare e paradossale e che, cosa ancora più assurda, è avvenuta letteralmente sotto gli  occhi di tutti, sotto gli occhi di svariate persone che invitavano concitatamente  l’agente Derek Chauvin a togliere immediatamente il suo ginocchio da un agonizzante George Floyd.  Derek Chauvin che è apparso impassibile, come se nulla fosse, incurante di quello che stava andando a fare, incurante dei gemiti di dolore di un altro essere umano, incurante dell’essere la causa di una sofferenza ingiusta e sproporzionata a un contesto che non richiedeva alcuna azione di forza dato che – da quanto fino ad ora risulta prendendo visione di svariati video presenti sul Web – George Floyd non ha opposto alcuna resistenza, mostrandosi collaborativo con gli agenti con i quali si è trovato ad avere a che fare e comportandosi pacificamente e in maniera tutto fuorché violenta.

Se il problema, come recita un antico detto sempre valido e che si presta bene al caso oltre che alla contemporaneità in generale, sta a valle e non in cima probabilmente le vicende sarebbero potute andare in maniera diversa e avrebbero potuto avere degli esiti totalmente differenti e non cruenti. L’agente Chauvin non era un novello nella pratica di atteggiamenti autoritari e perentori, come dimostra il fatto che nel 2008 durante una colluttazione sparò due colpi di pistola alla allora ventunenne Ira Latrell Toles, o come dimostrano numerosi altri episodi non specificati relativi ai suoi 19 anni di carriera. Trattasi dell’ennesimo caso di un individuo violento, un individuo incapace di adoperare l’intelletto e soggetto al malsano fascino che l’autorità di una divisa può suscitare in una persona. Ammesso Chauvin sia tale, dato ciò che è stato capace di compiere con tranquillità e indifferenza. Come nulla fosse. Come non sentisse il più volte ripetuto con un filo di voce da George Floyd  ‘’i can’t brethe’’, ovvero – traducendo il tutto in lingua italiana – ‘’non respiro’’.  Non una volta, bensì più volte Floyd ha implorato il suo aguzzino di risparmiargli la vita, incappando nell’indifferenza più totale di un uomo che, evidentemente, si è dimenticato di essere tale. Si è dimenticato di essere umano. Si è dimenticato di avere a che fare con una persona , avente un percorso, delle esperienze di vita e con dei sentimenti proprio come chiunque. Si è dimenticato di ciò o, forse, di tutto questo non è mai stato troppo interessato. Gli agenti della polizia sono stati licenziati e le proteste sono, come era facile dedurre, scattate con veemenza e rabbia. Rabbia che addolora. Rabbia che pone, nuovamente, di fronte ad un interrogativo: perché tutto ciò si è verificato ancora? Perché certe figure sinistre e non adatte a ricoprire certi ruoli di grande importanza e delicatezza vengono selezionate con troppa facilità e superficialità? Non è la prima volta che tutto questo accade e, purtroppo, forse non sarà nemmeno l’ultima.  George Floyd è solamente la punta dell’iceberg, l’ultima vittima che dimostra quanto le cose vadano male. La lista è lunga, lunghissima: basta pensare, soffermandosi sulla situazione nostrana, a figure quali Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e molte altre. Figure per le quali si chiede piena giustizia, una piena giustizia che sembra una utopia in un mondo che sembra disprezzare l’umanità e la non violenza. Un mondo che sembra non aver recepito niente, assolutamente niente, dei sacrifici e delle battaglie di personalità nobili quali Rosa Parks, Nelson Mandela, Martin Luther King. Un mondo che campa di polemiche sterili ed reso sempre meno accogliente da una competizione sfrenata e da eccessi che in differenti ambiti e in differenti settori a nulla di proficuo hanno mai condotto. Un mondo che, anche questa volta, è impassibile testimone di una pagina triste della età contemporanea. Una pagina feroce e spietata, una pagina sporca, una pagina crudele. Una pagina che verrà strappata dopo poco tempo per andare avanti e proseguire, fingendo tutto vada bene. Fingendo qualcosa la si imparerà. Fingendo di dimenticare ciò che, in realtà, mai dovrebbe essere scordato.

Mattia Lasio

Commenti (2)

  • anon
    Barbara (non verificato)

    Non guardo i notiziari, mi rifiuto di farlo, quindi non sapevo di ció che è accaduto. Lo hai spiegato egregiamente, spero solo che quella specie di poliziotto paghi e le venga tolto il distintivo. Per sempre.
    Mag 28, 2020
  • anon
    Franco (non verificato)

    Ottimo articolo.
    Mag 28, 2020

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