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Luis Sepùlveda e il suo Diario di un killer sentimentale: la recensione

Luis Sepùlveda e il suo Diario di un killer sentimentale: la recensione

Breve, intenso, inaspettato, coinvolgente ed enigmatico: questo rappresenta il romanzo del celebre scrittore cileno Luis Sepùlveda – autore del famosissimo libro Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare – intitolato Diario di un killer sentimentale, uscito nel 1996.

Un thriller ironico, avente al suo interno appena 73 pagine, capace di intrattenere il lettore dal primo istante sino all’ultimo, crescendo riga dopo riga in fatto di emotività narrativa e interesse. Sepùlveda, seguendo appieno l’ideale stilistico della brevitas, mette in scena un sicario deciso ma al contempo fragile, cinico ma pur sempre umano, forte ma estremamente debole ugualmente.  Il protagonista dello scritto è un sicario abbandonato dalla sua amata di nazionalità francese – giunta in Messico per volontà dell’omicida e alle prese con una ‘’nuova fiamma’’  – che si appresta a svolgere un nuovo lavoro ma, a differenza delle altre volte, in condizioni nettamente differenti: il professionista – così si definisce l’assassinio per professione – è più vulnerabile, più irrequieto e alle prese con una coscienza che si fa sempre più molesta. La narrazione si articola in sette giorni e sfiora città incantevoli e non comuni quali Madrid, Istanbul,  Parigi, con Città del Messico a fare da scenario a un finale fulminante e letale, prevedibile – sotto alcuni punti di vista – ma non per questo meno indolore e infelice. I monologhi di un uomo tutto d’un pezzo abituato a non fallire, in maniera impeccabile, mostrano come persino nelle pareti più spessi si nascondono in realtà crepe dalle dimensioni non irrisorie.

Un errore di troppo e circostanze alquanto bizzarre fanno sì che l’innominato mandatario debba giocare la sua ultima partita prima del previsto. Ultima partita nella quale troverà fronte a se lo scomodo trafficante di droga Victor Mujika, ostacolo finale prima di uscire definitivamente di scena. Una uscita di scena differente e irrequieta, proprio come il protagonista della storia di Sepùlveda. Una uscita di scena tragica in quanto umana, una uscita di scena che – seppur prevedibile per un qualsiasi noir – lascia un amaro in bocca tutto fuorché usuale, carico di mille interrogativi a rendere ancora più difficile una piena interpretazione e accettazione degli intenti narrativi del bravo scrittore cileno.

Poche pagine, ma decisamente buone e valide, vedono un Luis Sepùlveda deliziosamente perfido, attento e basilare quanto basta per lasciare un segno in chi si appresterà a sfogliare una sua minuta e pregiata creatura, consapevole che le situazioni possono presentare uno svolgimento inconsueto, incomprensibile eppure carico di messaggi da cogliere andando oltre le righe e ciò che, apparentemente, risalta all’occhio nell’immediato.

Mattia Lasio

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