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L’ultimo dei grandi : au revoir, Monsieur Gianni Mura

Amante della bella scrittura, amante del racconto nelle sue forme più poetiche e raffinate, amante passionale della Francia e della sua corsa per eccellenza, la Grande Boucle: in due parole Gianni Mura, l’ultimo maestro del giornalismo sportivo italiano, l’ultimo cantore antico del pedale, colui che – senza certo cadere in un errore – è stato definito il degno erede dell’immenso Gianni Brera. Colui che il 21 marzo 2020 ha esalato l’ultimo respiro a causa di un improvviso attacco cardiaco. Milanese classe 1945, formatosi presso la redazione della Gazzetta dello sport, deve il suo exploit giornalistico grazie alla corsa rosa del 1965, alla quale venne inviato per farsi le ossa – appena diciannovenne - e prendere visione di quella splendida carovana che da oltre un secolo, fedelmente, accompagna l’esistenza di tantissime persone.

Collaboratore del quotidiano La Repubblica a partire dal 1976, Gianni Mura, ha rappresentato una delle firme più prestigiose e preparate, fiore all’occhiello dello storico giornale sino all’ultimo dei suoi giorni. Narratore sopraffino, Mura univa letterarietà, commento tecnico e acuta visione nei suoi articoli, tranquillamente considerabili come eleganti pagine di letteratura. Se Orio Vergani fu il cantore di Fausto Coppi, la penna di Gianni Mura è stata quella che meglio è riuscita ad esaltare e tratteggiare – sportivamente e psicologicamente – la complessa figura dello scalatore romagnolo Marco Pantani. Come il suo maestro Brera, e un po’ tutti i giornalisti di razza, amava la buona cucina, le pietanze saporite, i pranzi e le cene seguite da una lieta e giusta compagnia. Capace di andare, come solamente un vero numero uno sa fare, oltre il mero gesto atletico, Gianni Mura formulava racconti aventi come protagonisti i ciclisti, il mondo sportivo e tutto ciò che ad esso sta attorno poiché – come è facile dedurre ed è bene ricordare – lo sport insieme alla sfera quotidiana e sociale dell’esistenza procederanno sempre legate.

Fu il creatore del commissario Jules Magrite  - nel quale si possono ritrovare parecchi punti in comune con lo stesso Gianni Mura – protagonista dei suoi due unici, ma godibilissimi, romanzi: Giallo su Giallo e Ischia. Prima o poi, ci si aspettava il terzo capitolo delle avventure del baffuto Magrite ma, sfortunatamente, ciò non è stato possibile. La perdita del giornalista lombardo è l’ultimo pezzo di storia di un giornalismo glorioso ed epico che va via inesorabilmente, soppiantato da scritti freddi, vuoti e dal punto di vista contenutistico e della forma estremamente poveri, specchio dei tempi i quali si vivono.  Gianni Mura era l’ultimo esponente di una informazione che fu, era l’ultimo arciere della vecchia guardia, una vecchia guardia che ha fatto – e continuare a fare – scuola per ciò che concerne il giornalismo realizzato con competenza e totale abnegazione al mestiere. Non è dato sapere cosa attende un individuo al termine del suo percorso terreno ma, se è vero che la fantasia può essere e sa essere di profondo aiuto, è dolce immaginare uno scenario unico e speciale. I campi elisi, i vecchi campioni, le storiche firme. Bruno Raschi, Brera, Fossati, Felice Gimondi, Raymond Poulidor, il ‘’pirata’’ Marco Pantani, di nuovo riuniti, di nuovo insieme per ritrovarsi, con la tenerezza e il disincanto ,così disprezzati ai giorni nostri, ad accompagnare i loro dialoghi, i loro confronti, il loro riunirsi per parlare di ciò che non sono riusciti a vivere e a godere insieme. Au revoir Monsieur Gianni Mura, la tua amata Francia non ti dimenticherà certo, come mai ti dimenticherà il nostro  disgraziato ‘’bel paese’’, i corridori, i tifosi, le beffarde salite che hai soavemente descritto e narrato.

Au revoir Monsieur Gianni Mura, l’ultimo dei grandi. Per sempre.

 

Mattia Lasio

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