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Quarant'anni senza Rino Gaetano

Quarant'anni senza Rino

2 Giugno 1981. Prime luci dell’alba. Un ragazzo di appena trentuno anni, vittima di un incidente stradale muore al Policnico Gemelli di Roma, dopo essere stato respinto dagli altri ospedali della capitale per mancanza di una struttura adeguata alle sue tragiche condizioni.

Quel ragazzo era Rino Gaetano, il cantante definito scanzonato, colui che amava così tanto la sua Italia al punto da renderla protagonista di tutte le sue canzoni: un’Italia non molto diversa da quella di oggi, fatta di storture, di contraddizioni, di ingiustizie.

Probabilmente, è proprio per questa sua voglia matta di gridare al mondo il suo pensiero che Rino non venne mai pienamente compreso né dall’ambiente musicale italiano troppo ancorato alla canzone melodica, tantomeno dalla sua famiglia e da suo padre che in lui non vedeva nessuna forma di talento.

Nessuno come lui si è spinto così tanto oltre il tradizionale, nessuno come lui è stato mai capace di vedere oltre, di andare lontano.

«Sento che in futuro le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. Che, grazie alla comunicazione di massa capiranno che cosa voglio dire».

Rino aveva pienamente ragione. Le sue canzoni, soprattutto in seguito alla sua scomparsa, sono diventate la colonna sonora della vita di tutti i giorni, fanno parte di noi e, paradossalmente, sono diventate proprio gli inni che l’Italia canta per guardare con speranza al futuro.

Futuro che il giovane calabrese sembrava saper prevedere: nel 1971 scrisse La ballata di Renzo che, ascoltata oggi, non può non far venire i brividi. Il protagonista della canzone è infatti un uomo che, dopo un incidente stradale muore dopo essere stato respinto da quegli stessi ospedali senza dottori, senza posti letto che poi, dieci anni dopo avrebbero respinto anche lui.

Quell’ironia che lo caratterizzava, quella vena dissacratoria rese difficile l’ascesa della sua carriera. Arrivato a Roma negli anni ’60 sembrava non esserci posto per Rino Gaetano che intanto continuava a scrivere le sue canzoni. Soltanto nel 1978 arriva il momento che lo ha consegnato alla storia e alla cultura del nostro paese quando salì sul palco del Festival di Sanremo presentando Gianna, infrangendo per la prima volta le regole di quella società così rigida, così abituata ai cantanti con giacca e cravatta e capelli lisci, corti e splendenti. Il giovane cantautore, invece, si presentò con un frac costellato di medaglie, un papillon bianco, un cilindro nero e un ukulele in mano con un fare da pagliaccio e un sorriso stampato sul volto. Cantò di un’Italia fatta di vizi e abitudini assurde, di un popolo sempre pronto a criticare e, per la prima volta nella storia del Festival, si ebbe il coraggio di pronunciare la parola sesso.

Sembrava di vedere un alieno, un alieno che da quel momento non ha mai smesso di insegnare, neanche a quarant’anni dalla sua scomparsa, di avere coraggio nel difendere le proprie idee e nello sfidare le regole.

 

Roberta Lai

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