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Sergio Endrigo, chansonnier elegante e raffinato

Sergio Endrigo, chansonnier elegante e raffinato

Alcune cose non torneranno più. Così dicono alcuni, così dicono tanti, così si dice insomma. I tempi cambiano, le persone cambiano e tutto muta. Ma, in questo frenetico ballo quale è la vita, c’è ancora un po’ di spazio per ciò che vale realmente e continua a brillare nonostante l’oscurità si faccia sempre più invadente. Sergio Endrigo, cantautore nato in quel di Pola il 15 giugno del lontano 1933, è una dimostrazione che della raffinatezza e della eleganza si può fare un marchio di fabbrica. Lui che fu un autentico chansonnier elegante e raffinato, a metà tra la canzone popolare, ma intelligente, e la letteratura. Tanti sono i brani da lui realizzati di valore e pregio: Io che amo solo te, grande successo del paroliere nostrano contenuto nel disco omonimo, Lontano dagli occhi, Canzone per te – brano grazie al quale Sergio Endrigo conquistò il Festival di Sanremo nell’edizione del 1968 – oppure Dove credi di andare e L’arca di Noè, Teresa – melanconica poesia messa in musica, allo stesso tempo pezzo sognante e nostalgico – l’inquieta ed elevata Adesso sì, la struggente Era d’estate, brano nel quale Sergio Endrigo affrontò la tematica dell’amore in maniera tutto fuorché melensa o banale’’.

Lo stile adoperato da Sergio Endrigo era riconoscibilissimo e peculiare: voce nitida, chiara, pacata e in grado di valorizzare dei testi caratterizzati da attenzione e accuratezza. Collaborò con personaggi di spicco e dal grande talento come Pier Paolo Pasolini, Vinicius de Moraes, Ungaretti, Toquinho, Luis Bacalov. Sergio Endrigo riuscì a descrivere e a tirar fuori un ‘’mondo chiuso dentro una bottiglia’’ che, troppe volte, non sa tirar fuori il meglio di sé. Sergio Endrigo seppe districarsi tra la brava gente e fu meritevole di averla descritta con disincanto e lucidità, senza dimenticarsi che la semplicità e l’immediatezza sono due armi fondamentali per comunicare ciò che si pensa. Due armi che non si possono non adoperare. Endrigo fu portavoce di una musica pedagogica, grazie al suo rivolgersi ai più piccoli tramite album quali L’arca, oppure Ci vuole un fiore. Proprio in ‘’Ci vuole un fiore’’ Sergio Endrigo mise in musica alcune poesie scritte dal noto pedagogista Gianni Rodari, con il quale diede vita ad una proficua e virtuosa collaborazione. Brani come Ci vuole un fiore – pezzo che diede il titolo all’undicesimo album di Sergio Endrigo, pubblicato nell’ottobre del 1974 – rappresentano una sorta di ‘’inno’’ per tutti coloro i quali sono stati bambini.  Stesso e identico discorso è applicabile per brani come La casa (a casa) ovvero uno dei successi più grandi di Sergio Endrigo, vero e proprio simbolo dell’infanzia di parecchi individui, che grazie a parole quali ‘’Ma era bella, bella davvero, in via dei matti numero zero’’ è riuscito a fissarsi nella memoria di tante persone, adulti compresi.

Sergio Endrigo fu pensatore senza peli sulla lingua, fu pensatore che si accorse prima di molti altri ‘’esperti del settore’’ quanto la discografia italiana stesse cambiando con estrema velocità e non certamente in meglio. Se ne accorse, amaramente sulla sua pelle, venendo considerato negli ultimi anni quasi come fosse uno dei tanti, un semplice neofita o un inesperto emergente. E, purtroppo, ciò non stupisce nemmeno più di tanto non essendo ‘’il bel Paese’’ nuovo a far cadere nel dimenticatoio alcuni dei suoi migliori esponenti e più autorevoli rappresentanti nei più disparati e vari settori.  Sergio Endrigo è stato uno dei più capaci poeti della canzone nostrana, a cui diede un contributo decisivo e a cui conferì dignità e spessore culturale. Fu un attento artigiano della parola Sergio Endrigo e proprio per questo motivo la sua scrittura non conosce fine e tantomeno età.  Era chiaro, diretto, ben distante da sciocchi e poco utili intellettualismi da salotto, buoni a niente. Affrontò l’amore prima come persona e come uomo, per poi tradurre il tutto in forma scritta. Seppe parlare e descrivere l’amore con accetti sinceri e non artefatti, seppe dare voce a chi una voce si è dimenticato di averla, in una società che da troppo tempo fa di tutto per lasciare indietro chi subisce e sta alle corde.  Seppe ritagliarsi adeguatamente il suo spazio, dimostrandosi uno dei più ispirati e creativi parolieri nostrani insieme a pesi massimi quali Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber, Bruno Lauzi, Luigi Tenco e tanti altri. Seppe rimanere sé stesso, seppe salvaguardare la sua umanità nell’impervio sentiero della musica italiana, che a tante bellissime figure ha tagliato brutalmente e ingiustamente le ali.  Sergio Endrigo era una persona e, proprio come nel caso di Enzo Jannacci, ciò ha rappresentato la sua arma migliore, la sua arma vincente, il suo asso nella manica da giocare con classe in un sistema che teme e non vede di buon occhio gli antidivi e la bistrattata normalità. Tremendamente profetico, oltre che di spiccata attualità, fu il suo romanzo intitolato Quanto mi dai se mi sparo? nel quale dietro il protagonista Joe Birillo si cela tanto dello stesso Sergio Endrigo, che con ironia beffarda e profondamente amara narra perfettamente la pochezza, la cattiveria, l’opportunismo e i boicottaggi nei quali la discografia italiana sprofonda sempre più, senza manco accorgersi di ciò. Quello di Sergio Endrigo fu un tentativo importante di raccontare le miserie e le bassezze morali della canzone italiana, sempre più superflua dal punto di vista contenutistico e portatrice di verità falsamente e stupidamente rassicuranti. Quello di Sergio Endrigo fu l’ultimo grido, arrabbiato e seccato, di un anticonformista che si accorse di quanto male possano commettere discografici e figure dubbie legate a una canzone italiana che si fa sempre più ridicola e frivola. Quella di Sergio Endrigo fu una figura che capì con largo anticipo quanto i bombardamenti mediatici fossero nocivi per la formazione delle persone che sembrano dimenticare di essere tali, sovrastate e plasmate dal consumismo, dalla superficialità e dall’edonismo. Tetri elementi imperanti in questi tempi duri da affrontare e interpretare. Quella di Sergio Endrigo fu una figura geniale, fu una figura la cui personalità garbata e tutto fuorché scurrile non da tutti fu compresa, dato che il garbo, il buon gusto e la decenza sono elementi che, da tempo immemore, allarmano piuttosto che destare ammirazione. Quella di Sergio Endrigo fu una figura di uno chansonnier dallo sguardo acuto, distante dalle esagerazioni, dagli spettacoli squallidi tipici dei bifolchi, che da sempre cercano di tramutare ogni espressione artistica in un business non durevole e sguaiato.

Mattia Lasio

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