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Talento e dedizione: Pietro Mennea, la ‘’freccia del Sud’’

Talento e dedizione: Pietro Mennea, la ‘’freccia del Sud’’

Pietro Mennea è stato grande. Pietro Mennea è stato grandissimo, anzi. Pietro Mennea, nato nel comune pugliese di Barletta il 28 giugno del 1952, è stato un campione, ma un campione non comune. Un campione differente dagli altri. Un campione che ha capito che la vita non regala proprio niente e lo sport ancora meno. Figuriamoci l’atletica leggera, la regina degli sport, dove per migliorarsi anche di un solo centesimo bisogna sputar cavallerescamente sangue, dove anche il minimo imprevisto può rivelarsi fatale per vanificare una stagione, dove sono i dettagli a far la differenza, a dimostrarsi decisivi e fondamentali per il raggiungimento di un obiettivo che ci si è prefissati.  Mennea lo sapeva tutto questo, ne era pienamente a conoscenza ed ha fatto del sacrificio estremo, dell’ardore per questo magico sport e della dedizione le sue armi principali. Il tutto supportato da una tenacia che pochissimi possiedono. Una tenacia presente non solamente all’interno della pista a sei oppure otto corsie, ma nella vita di tutti i giorni, in quella quotidianità che sa mettere con le spalle al muro in una frazione di secondo e con una facilità quasi irrisoria.

Mosca, 29 luglio 1980: finale dei 200 metri in occasione delle Olimpiadi di Mosca, i Giochi della XXII Olimpiade, l’Olimpiade del boicottaggio a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Canada, Stati Uniti, Germania Ovest, Norvegia furono alcune tra le nazioni che decisero di ‘’boicottare’’ le Olimpiadi tenutesi a Mosca – allora capitale dell’Unione Sovietica – non prendendo parte ad esse. Proprio in occasione delle Olimpiadi moscovite, gli atleti tesserati per i gruppi militari non poterono prendere parte alla leggendaria manifestazione, venendo privati di una opportunità unica e magica. Tra le tante gare di valore incredibile, la finale dei 200m di Pietro Mennea in quel di Mosca fu indubbiamente l’apice, il capolavoro, il ‘’colpo’’ migliore della straordinaria carriera agonistica dell’agguerrito sprinter pugliese. A far da cornice a uno dei momenti più felici di sempre della atletica nostrana un gremito Stadio Lenin, oltre che una gradevolissima ed emozionante telecronaca del bravo e compianto Paolo Rosi, telecronista e abile giocatore di rugby a 15. Mennea è concentrato, attento, pronto a quei venti secondi di bagarre dove si decide una carriera: corsia otto la sua, numero 433 come pettorale. On your marks: ai vostri posti. Quelle tre parole che hanno fatto venire i brividi sulla schiena ad ogni atleta o aspirante tale. Quelle tre parole che mettono di fronte una persona a una battaglia dal valore difficilmente spiegabile tramite le parole. Quelle tre parole che preannunciano l’inizio di uno ‘’scontro’’ che toccherà il suo culmine in appena 20 secondi. 20 secondi dietro i quali si celano emozioni, sacrifici, allenamenti svolti in qualsiasi condizione atmosferica, i più svariati stati d’animo. 20 secondi per scrivere il proprio nome eternamente nella storia dello sport.

Una questione di millesimi di secondo: lo scoppio dello sparo sancisce l’inizio del duello tanto atteso: Mennea parte discretamente, ma i suoi diretti avversari hanno ‘’messo il turbo’’ sin dalle primissime battute iniziali della finale. I primi 100 metri sembrano sancire il podio del mezzo giro di pista, in maniera netta e (quasi) irremovibile. Ma si sa, nella vita come nello sport che ne è una splendida variante, non c’è nulla di sicuro fino all’ultimissimo istante.  Nello sport, e in una disciplina come l’atletica ancora di più, la parola fine è meglio pronunciarla solo ed esclusivamente dopo aver tagliato esausti il traguardo.  Il rettilineo conclusivo è per Mennea l’inizio del suo capolavoro, l’inizio della sua rabbiosa e implacabile rimonta, l’inizio della sua opera d’arte realizzata tramite arguzia, forza di volontà e due ‘’ali’’ avente l’aspetto di scarpette chiodate. Il velocista barlettano è sesto, poi quinto poi quarto, fino a soffiare negli ultimi cinque metri lo ‘’scettro’’ di re della velocità al britannico Wells, medaglia d’argento distanziato di appena due centesimi. Due centesimi in grado di fare una differenza abissale, due centesimi che decretano una gioia immensa e ‘’condannano’’ un altro atleta a recitare lo scomodissimo ruolo di ‘’secondo’’ classificato. Al terzo posto si trova il rappresentante della Giamaica Don Quarrie, capace di correre un centesimo meglio i 200m rispetto al duecentista cubano Silvio Leonard, quarto classificato in una finale da brivido per i colori azzurri.

Indimenticabile la telecronaca emozionante e carica di pathos dell’elegante Paolo Rosi, che ripeté cinque volte il verbo ‘’recupera’’, per poi esplodere in un gioioso e commosso ‘’ha vinto’’. 20 secondi e 19 centesimi il tempo di Pietro Mennea, allenato dal suo ‘’braccio Destro’ Carlo Vittori. 20 secondi e 19 secondi per ritagliarsi una gloria che, a distanza di quasi quarant’anni, ancora emoziona sinceramente e fortemente. Pietro Mennea ha dato tanto all’atletica italiana, anche se sarebbe più giusto rendergli meriti non solo in ambito settoriale ma a livello generale, sia sportivo che umano. Pietro Mennea si allenava più degli altri, c’è chi parlava di 8/9 ore al giorno. Cifre da far desistere persino il Maciste della situazione. Cifre da cui in moltissimi sono stati spaventati. Carichi di lavoro che alcuni hanno definitivo sovraumani, non leciti, distruttivi. Carichi di lavoro che reggeva lui e solamente lui sapeva gestire, metabolizzare e trasformare in capolavori sportivi ma che sanno di epopea dei giorni nostri. Pietro Mennea era un uomo e un campione di solida tempra, testimone di una costanza e di una tenacia che viene, quasi, difficile pensare possa esistere davvero. Eppure, davvero, esisteva eccome questa costanza, questa voglia di fare, questa voglia di spronarsi passo dopo passo, questa voglia di dire la sua con coraggio e orgoglio. L’orgoglio di una persona umile, sprovvista in quel di Barletta persino di un campo sportivo dove allenarsi e dove praticare la sua passione diventata anche una professione. Era ribattezzato ‘’la Freccia del Sud’’ Pietro Mennea. E del Sud, e di un Meridione alla mercé di tutto e di tutti è stato un grandioso rappresentante, una meravigliosa rivincita tanto attesa.  Un portento sportivo, in quanto perfetto connubio tra potenzialità da vincente e mentalità da antico guerriero. Un antico guerriero che sapeva che si soffre nello sport, eccome se si soffre. Ma è proprio quando lo si fa che si sogna. E quella sofferenza, allora, altro non è che una magnifica poesia costituita da sudore, cocciutaggine, ripetute, dolori muscolari e una passione immensa che valica ogni confine e ogni problematica.

Mattia Lasio

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