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Tra calcio e realtà

Tra calcio e realtà

“Gli italiani perdono le partite di calcio come fossero guerre e le guerre come fossero partite di calcio”. Questa celebre frase di Winston Churchill rende l’idea di quanto il calcio occupi un ruolo di spicco nell’immaginario collettivo del nostro paese. Così si è dimostrato essere anche durante questo periodo anomalo in cui, a causa della pandemia, si è stati costretti a fermarsi per non mettere in pericolo la salute degli addetti ai lavori. Dopo un mese di stop però iniziano ad accendersi le discussioni riguardanti i tempi e le modalità con cui l’industria del calcio dovrà ripartire. L’obbiettivo principale è quello di tornare a giocare in una condizione di totale sicurezza, senza aver paura che i continui spostamenti per disputare le gare possano ledere la salute dei protagonisti in campo e dei lavoratori attorno a loro. Queste condizioni inoltre andrebbero garantite in tempi brevi se si vuole terminare la stagione corrente poiché le gare da disputare sono ancora tante e si rischia di non fare in tempo a concludere il girone di ritorno prima dell’inizio del prossimo campionato. Una ripresa difficile insomma, che divide i diretti interessati in due principali gruppi a seconda della propensione a riprendere.

Da una parte troviamo i sostenitori della ripresa a tutti i costi, coloro a cui basterebbe un monitoraggio costante delle condizioni di salute dei giocatori e dello staff e un approfondito rispetto delle norme igieniche e sanitarie come misure sufficienti per tornare a giocare. Il massimo esponente di questo gruppo è sicuramente il presidente della Lazio e della Salernitana Claudio Lotito, che durante le ultime settimane non si è di certo risparmiato dichiarazioni quantomeno forti riguardo la ripartenza della competizione. Secondo il patron biancoceleste non portare a termine la stagione equivarrebbe a falsare il campionato, probabilmente poiché negherebbe alla sua squadra, in questo momento seconda a una sola distanza dalla Juventus capolista, la possibilità di vincere lo scudetto, traguardo non facilmente replicabile dalla compagine capitolina. Interessi “personali” e parziali sembrerebbero quindi essere alla base della forte volontà di riprendere dell’ex consigliere federale della FIGC che ha ricevuto parecchi attacchi e critiche da altri soggetti del panorama calcistico, soprattutto dal presidente del Brescia Massimo Cellino. In linea di massima l’idea condivisa dai sostenitori del ritorno in campo si basa su un uso ricorrente di test e una riduzione al minimo indispensabile dei contatti tra i giocatori e le persone esterne alla squadra, il che risulta essere una soluzione quantomeno opinabile vista la mole di tamponi che servirebbero per soddisfare la richiesta e la condizione di semi isolamento a cui i calciatori verrebbero esposti per un lungo periodo.

Dall’altra parte del confine, troviamo invece i presidenti delle società che si dicono dubbiosi riguardo la ripresa della competizione. Tra i principali esponenti di questa tesi risaltano i presidenti di Torino, Sampdoria, Spal e Brescia che hanno più volte espresso perplessità nei confronti delle misure che basterebbero a scongiurare il rischio di contagio durante gli allenamenti e le partite. Specialmente il già citato presidente del Brescia Massimo Cellino si è esposto contrariamente alla ripresa del campionato affermando la sostanziale differenza d’importanza tra la salute e gli affari, perché di questo si tratta, e arrivando a dichiarare che: << Non si può giocare sulle tombe dei nostri cari>>. Parole forti ma che sicuramente fanno trapelare la reale preoccupazione del presidente delle rondinelle, che ha sempre e comunque messo davanti alla voglia di lottare per mantenere un posto in serie A la salvaguardia e la salute dei suoi giocatori e del suo staff. E proprio attraverso queste motivazioni che Cellino ha attaccato il presidente Lotito, accusandolo di voler mettere a rischio la salute degli addetti ai lavori solamente per cercare di vincere il campionato, e attirandosi addosso le ire dei sostenitori laziali che mai come ora si sono trovati di comune accordo con il loro presidente.

Infine, c’è un terzo gruppo che viene ignorato in questo periodo ma che, attraverso qualche intervista, ha avuto modo di far sentire la propria voce, in una questione che lo riguarda da vicino. Si parla infatti dei calciatori stessi che in alcune occasioni, rappresentati dalla figura del presidente della Associazione Italiana Calciatori Damiano Tommasi soprattutto nel periodo iniziale della pandemia, hanno espresso la preoccupazione per la loro salute e la paura di dover scendere in campo nuovamente con il rischio di contrarre il virus. Tra gli ultimi intervistati c’è stato il tesserato del Venezia Antonio Juan Vacca, risultato positivo al coronavirus ad inizio aprile, che si è detto convinto che la salute vada preservata e che, anche per il bene della prossima stagione, si debba concludere il campionato senza disputare le partite mancanti.

Alla luce di tutte queste voci discordanti ci si aspettava una posizione frammentata all’interno della Lega che ha però incredibilmente votato favorevolmente alla ripresa del campionato, con l’unanimità del consiglio, a patto che vengano rispettate le norme di sicurezza e che ci sia l’assenso del governo a ricominciare.

La patata bollente è dunque tra le mani dell’esecutivo che, nella persona del ministro Vincenzo Spadafora, è incaricato di decidere la possibilità e le modalità di svolgimento della parte finale della stagione. Una decisione sicuramente non semplice che mette sui rispettivi piatti della bilancia una perdita economica di dimensioni esorbitanti e il rischio per la salute dei componenti delle squadre, in una sfida che in tempi più virtuosi non avrebbe storia.

 

ANDREA SANNA

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