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Trent'anni senza Sciascia

Trent'anni dalla scomparsa di Leonardo Sciascia

Tanti sono stati definiti maestri, probabilmente troppi.

Ancora di più si sono definiti autonomamente tali senza rendersi conto dell’importanza del termine. Ci sono poi quelli che maestri lo sono stati per davvero ma non sono stati a decantare le proprie lodi, lasciando ad altri questo compito e preoccupandosi di fare qualcosa di costruttivo per il contesto nel quale si trovavano. Leonardo Sciascia è stato uno di questi: nativo di Racalmuto, rappresenta una delle figure più importanti e significative del nostro paese, che è stato in grado di osservare, descrivere e analizzare con una maniera tipica di un vero maestro, lui che maestro lo era per professione, essendosi dedicato all’insegnamento presso le scuole elementari, proprio come sua moglie Maria. Sciascia, classe 1921 e protagonista del movimento culturale della seconda metà del novecento, è quel tipico esempio di intellettuale in grado di applicare le sue conoscenze alla realtà a lui circostante, anticipando concetti e pensieri che per anni si è cercato di tenere nascosti e ignorare.

Fu uno dei primi ad utilizzare la narrativa per denunciare le storture causate dalla mafia, sottolineando quanto fosse forte e ben radicata COSA NOSTRA, non solo sul suolo siciliano, ma via via che ci si spostava per la penisola italiana. Parlare di mafia non è mai stato facile e in quel periodo lo era ancora di meno: era preferibile vedere ripicche, delitti passionali e quant’altro piuttosto che criminalità organizzata e con mani in ogni dove. Tra le sue opere principali come dimenticare Il giorno della civetta, La scomparsa di Majorana, A ciascuno il suo, Una storia semplice. Libri nei quali la letteratura viene adoperata per un fine che supera il semplice intrattenimento e il voler comunicare: la letteratura diventa potente mezzo per fare capire che qualcosa non va, qualcosa non torna a causa di una entità che è tutto fuorchè vaga ma, in realtà, ha un appellativo ben preciso ed è gestita da insospettabili ‘’uomini di onore’’. Ha visto lontano Sciascia, molto più lontano di tanti pensatori di ieri e di oggi.

Definiva l’Italia come ‘’un paese senza memoria e senza verità’’ e, mai come in questo momento, ci si può accorgere di quanto avesse ragione. Figura poliedrica – collaborava con testate giornalistiche, amante del teatro e del dibattito politico – è stato un grande appassionato di Pirandello, verso cui si dedicò in maniera approfondita concentrando i suoi studi sul pensiero dello scrittore di Girgenti, soffermandosi anche sul suo rapporto con la Sicilia, dando vita ad importanti e preziose pagine di critica letteraria. Il tempo scorre, molto più in fretta di quanto si possa immaginare, e sono passati già trent’anni dalla scomparsa di Sciascia. Da allora sono cambiate molte cose ma una, ahimè, è rimasta tale e quale: l’Italia è ancora un paese senza verità e senza memoria. E di questi tempi, invece, sarebbe fondamentale coltivare la memoria, in modo tale da non dimenticare ciò che si è vissuto. Alcuni storcono ancora il naso a sentire certe frasi, preferendo l’omertà alla ricerca della verità. Sciascia parlava di tutto ciò parecchi anni orsono e non mancarono detrattori che vedevano in lui un visionario, uno che vedeva problemi dove in realtà problemi non c’erano.

 

Ma d’altronde si sa: non si è mai profeti in patria e l’Italia questo lo sa fin troppo bene.

 

Mattia Lasio

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