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Scopigno e Giorgi - Due Leggende Rossoblù

Scopigno e Giorgi: due allenatori, due imprese nella storia Rossoblu

20 Novembre 1925. 20 Novembre 1940.

Due date apparentemente insignificanti in un tempo in cui il calcio non lascia molto spazio al romanticismo di altri tempi.  Eppure esiste ancora qualcuno che crede nelle leggende, in quelle persone che hanno lasciato il segno, che sono diventate bandiere e che, grazie ai ricordi, agli aneddoti del passato, sono sempre presenti nella storia.

Questo è quello che è successo a Manlio Scopigno e Bruno Giorgi, due uomini destinati a restare per sempre nei cuori e nella vita dei tifosi rossoblù e a cui oggi, 20 Novembre, giorno del loro compleanno, non si può non rendere omaggio.

 

Scopigno nasce il 20 novembre 1925 a Paularo in Provincia di Udine e, entra a far parte del mondo calcistico, ricoprendo il ruolo di terzino, dimostrando uno stile di gioco molto diverso da quello rude dei giocatori del suo tempo. Una carriera strana quella di Scopigno, che nelle file della Salernitana, nella stagione 1948-1949, in una partita contro il Lecce, si ritrovò costretto a giocare come portiere, incassando quattro gol. Appende definitivamente le scarpette al chiodo tre anni dopo, quando giocando nel Napoli durante una sfida casalinga contro il Como si ruppe i legamenti del ginocchio.

Ironia della sorte, per lui che proprio pochi minuti prima aveva segnato la sua unica rete in serie A.

Scopigno ebbe molta più fortuna e successo come allenatore. Anticonformista, sarcastico, cultore del paradosso è riuscito, con la sua immancabile sigaretta, a precorrere i tempi.

Nell’estate del 1966 riceve la chiamata da Cagliari per condurre i sardi, che avevano conquistato la serie A appena due anni prima e volevano rimanerci a ogni costo.

Pur piazzandosi al sesto posto, viene sollevato, al termine del campionato dal suo incarico per essere sostituito da Ettore Puricelli.

Lo stop al box però dura poco e infatti, dopo un anno, rientra in Sardegna compiendo miracoli.

Nel 1970 il capolavoro: la conquista del primo scudetto e un Cagliari formidabile, trascinato dal mitico Rombo di tuono.

Quella non fu solo la vittoria di un club, fu la vittoria di una collettività, il trionfo dell’intera Isola.

17 vittorie, 11 pareggi e due sconfitte di un gruppo chiave costituito da calciatori importanti: il portiere Albertosi, i difensori  Martiradonna, Niccolai , Tomasini, Zignoli, i centrocampisti Cera, Greatti e Nené, gli attaccanti Domenghini, Gori e la superstar Riva.

Decisamente inconsueto il suo rapporto con i giocatori. Il ritiro e la normale quotidianità da imporre ai suoi uomini non facevano parte del suo programma, così come le diete rigide o la puntualità nel ritirarsi a dormire. Fu un autentico rivoluzionario: al primo posto libertà ai giocatori, dialoghi e iniziative per costruire forti rapporti umani, personali.

Impossibile, quindi, non diventare un idolo per il suo gruppo.

Lo chiamavano “il filosofo”, non solo per il suo modo di fare, così rilassato e così lontano dalle tensioni del calcio tanto da farlo apparire come un alieno, come un personaggio di altri tempi ma anche perché durante la sue breve carriera da calciatore studiava filosofia all’università di Roma.

Perché i tifosi lo ricordano con così tanto affetto, anche dopo  26 anni dalla sua scomparsa?

Manlio Scopigno nonostante le numerose offerte da altri club non ebbe dubbi: decise di rimanere a Cagliari, in quella città che era diventata parte di lui, parte delle sue radici.

 

Bruno Giorgi nacque a Pavia nel 1940 e da calciatore giocò sia nel ruolo di terzino che in quello di centrale da stopper. Da allenatore, invece, girovagò per tutta l’Italia, passando dai campi della Serie C1 a quelli della Serie A, raggiungendo il successo  con Il Cagliari, conducendolo alla storica semifinale di Coppa UEFA del 1993-1994.

Uomo dai valori veri, viene ricordato dai tifosi e dai giocatori per la sua umanità strabiliante con cui riusciva a dare una spinta in più al suo gruppo.

Anche Giorgi ha lasciato il suo cuore a Cagliari, dove ha trovato tutto l’affetto che meritava a partire dal 1993, anno in cui viene chiamato per sostituire Gigi Radice.

Diventa il vero condottiero di una squadra, che dopo l’unico scudetto del 1970, si ritrova a sognare partecipando  dopo oltre vent’anni  alla Coppa UEFA.

Una cavalcata indimenticabile quella dei rossoblù che riuscirono a mettere un freno a quelle squadre che vantavano una grande potenza e una grande tradizione calcistica.

Dopo aver vinto la partita in andata con l’Inter per 3-2, il sogno si infrange nel girone di ritorno a San Siro con il Cagliari che torna amaramente a casa con un 3-0.

E’ vero, non ci fu la ciliegina sulla torta, ma quell’anno viene comunque  e ancora ricordato tra i migliori, secondo solo a quello dello scudetto.

A fine stagione l’allenatore pavese diede le dimissioni ma da buon comandante non riuscì ad abbandonare la sua barca e così, dopo due anni, tornò alla carica sostituendo Giovanni Trapattoni.

Si congedò nell’ultima partita di campionato contro il Parma vinta per 2-0, acclamato da tutto il Sant’Elia.

Quella fu l’ultima partita da allenatore e il Cagliari la sua ultima, amata squadra.

A 56 anni decide di tirarsi fuori definitivamente da un mondo che non gli appartiene più, sempre più interessato agli interessi economici.

Il 22 settembre 2010 scompare all’età di 69 anni a Reggio Emilia, sua città adottiva, tra il silenzio generale  tanto che viene data notizia della sua morte solo alcuni giorni dopo. Per i cagliaritani, invece, è stato come apprendere di aver perso una persona cara che attraverso l’umanità si era guadagnata la stima di tutto un popolo.

 

Roberta Lai

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