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Gôrée - Casa degli Schiavi
Gôrée - Strada verso casa degli schiavi
Gôrée vista aerea
Gôrée porte dell'inferno

Gôrée – Hell’s Doors (le porte dell’inferno)

La prima tappa del nostro viaggio alla scoperta dell’incredibile Senegal è l’Isola di Gôrée. Distante appena 3 km dalla costa di Dakar, Gôrée misura appena 1 km di lunghezza per 300 mt nella sua massima estensione.

Eppure, per secoli, questa piccola perla incastonata nell’Oceano Atlantico è stata sinonimo delle peggiori espressioni dell’uomo: la tratta degli schiavi e l’assoluto disinteresse verso il prossimo.

In senegalese, l’Isola è chiamata BIR, che significa “ventre muliebre” (ventre femminile). Proprio da quel ventre oltre 65 milioni di uomini, donne e bambini sono partiti, strappati dalle loro terre d’origine, per finire verso gli Stati Uniti d’America. Oltre tre secoli di traffici umani, dal 1536 al 1848 (anno in cui la schiavitù venne abolita nei territori francesi e nelle colonie, tra cui il Senegal)

Chi visita i campi di concentramento europei, sia quelli creati dai nazifascisti sia i gulag sovietici, dovrebbe già immaginare quali saranno le immagini e le storie che vi andremo a raccontare.

Gôrée è divenuta Patrimonio dell’Unesco, in modo tale che la sua storia, le sue storie, vengano ricordate, diffuse e preservate. Non c’è situazione peggiore dell’oblio, del dimenticare la storia, soprattutto quando è così tremenda.

LE PORTE SI APRONO: I RACCONTI, LE TRACCE

Oggi Gôrée si presenta come una piccola realtà viva e florida, tante bancarelle colorate e profumate, bellissime bouganvillae che rendono l’isola un tripudio di nuances e colori, oltre che riservarti un’accoglienza a dir poco calorosa. Del resto, in Senegal i principi fondanti sono quelli su cui si basa la loro cultura.

Ma in passato com’era Gôrée?

Immaginate, se riuscite, delle celle anguste, forse adatte a contenere due/tre persone, in cui venivano stipate decine di persone. In un’atmosfera dove la paura e la totale indifferenza al valore umano erano all’ordine del giorno, centinaia di persone vi giungevano quasi quotidianamente.

Uomini robusti e forti, prelevati dalla giungla e dall’interno del paese, donne (o, ancor peggio, bambine) scelte in base alla loro avvenenza e alla possibilità di ricevere un gruzzolo consistente di denaro.

Qualora il denaro, da parte dell’acquirente, non fosse stato sufficiente, si barattava l’essere umano con oggetti: fucili, gioielli e chincaglierie (Vi ricordate le perline che i primi Conquistadores donavano ai Maya e agli Atzechi? Ecco, stesso tipo di ragionamento: dammi l’oro per qualche perlina colorata).

Prima di essere venduti, gli schiavi venivano rinchiusi nelle “Maison des Eclaves” (Le Case degli Schiavi). Esiste ancor oggi una di queste costruzioni, bellissime strutture dai toni pastello affacciate sull’incantevole mare, con tanto di terrazza raggiungibile attraverso una scala a forma di conchiglia.

Al primo piano, vi erano gli appartamenti dei negrieri. Al piano sottostante, l’equivalente di un girone dantesco. Stipati in maniera innaturale, centinaia di persone suddivise per età e sesso. Molto spesso, erano gli stessi capotribù (o i capitribù avversari, dopo aver mosso guerra) a vendere i propri fratelli ai negrieri. Perché? In cambio di soldi spesso, ma non sempre: a volte, lo scambio era legato ad un favore politico.

Una volta giunti, via mare, gli acquirenti, vi era la contrattazione. Vedetela come una scena qualsiasi di una Borsa (Wall Street, Piazza Affari). Avete presente le urla, l’agitazione, lo sbracciarsi per accalappiare quanto più si può al meno possibile? Ecco: immaginate –so che non è fantastico ma provateci – che, ogni volta, cambiavano le valutazioni ed i corrispettivi.

Quanti braccialetti di perline colorati poteva valere quel ragazzo forte, robusto?

Quanti fucili per quella giovane donna?

Per tre mesi si rimaneva nelle “Case”, in modo tale da raggiungere una forma ed un peso ideale. E chi non corrispondeva a quei “valori” ottimali? Beh, veniva trattato alla stregua di un fuggitivo.

Chi non rientrava nei canoni, chi provava a ribellarsi e riacquistare la libertà –che follia, la libertà di NON voler diventare schiavi a vita! – come finiva? Solitamente a mollo nell’azzurro mare, con una catena da 15 kg legata addosso. Non per nulla, in quei tre secoli, le acque antistanti Gòree pullulavano letteralmente di squali, pasciuti e nutriti.

L’unica “speranza” (il virgolettato è d’obbligo) era possibile alle donne in età fertile che potevano provare a sedurre un negriero, rimanendone incinta. In questo modo si evitava la partenza ma si rimaneva a Gôrée, vita natural durante, muti testimoni di quell’atrocità. I figli dei “negrieri” divennero poi la radice da cui si è sviluppata l’attuale popolazione dell’Isola, che conta circa 1.800 anime ad oggi.

Da Gôrée ci spostiamo verso la nostra seconda tappa: l’arrivo a Dakar e la Giungla

Mamma Africa ci attende

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