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Immigrazione: il pensiero a Chiocciola

A volte ti trovi ad affrontare delle situazioni che sembra non abbiamo una via d’uscita.

Ogni movimento genera un avvitamento, una spirale di eventi che ti portano a roteare senza spostamenti sostanziali, né avanti né indietro.

Ogni azione che si genera produce paura.

Paura di quello che non si conosce, paura delle conseguenze.

Difficile essere lucidi e razionali quando trovi situazioni a chiocciola.

La magnificenza di questo confronto è il comprendere come ogni concetto, ogni punto di vista, possa collegarsi ad un altro, creando una spirale infinita.

Proprio come la scala omonima che sale come una colonna tortile, in cui tutti i gradini sono collegati tra di loro e avviluppati all’asse centrale.

Parlando con tantissime persone che ho conosciuto durante il mio Viaggio Reportage in Senegal, ho avuto modo di confrontarmi su diversi temi, di sentire punti di vista totalmente differenti, pensieri e visioni che vorrei condividere con voi.

C’è chi, come Ibrahima, è partito dal Senegal in direzione Pescara, Italia. Partito con il sogno, con l’obiettivo di poter lavorare nel nostro paese, di poter guadagnare dei soldi e potersi formare. Perché? Per poter ritornare a casa, in Senegal, dove oggi lavora in una struttura ricettiva a cinque stelle. Ibra si è trovato benissimo in Italia, ha trovato famiglie pronte ad accoglierlo ed ospitarlo, ha trovato amici e compagni. Ad onor del vero, ha avuto modo di vedere anche l’altra parte della medaglia: l’intolleranza, l’ignoranza, la chiusura mentale. Cose che –purtroppo- esistono. La sua è stata una scelta ponderata, pensata, valutata: emigrare per riuscire a guadagnare e specializzarsi, emigrare per poter tornare un giorno nella terra dei Baobab.

Un viaggio simile l’ha compiuto Seydina “Issah” che in Italia è presente da 12 anni. È partito finanziato dalla famiglia. Una pratica, questa, che è molto più diffusa di quanto si possa pensare. Issah tornerà quest’anno nel suo Senegal, nella sua Dakar, a trovare la sua famiglia che lo attende. Dopo 12 anni di lavoro e sacrificio.

 

C’è chi non riesce a tornare, c’è chi si trova –paradossalmente- incatenato in una situazione assurda.

Si parla tanto dello schiavismo, antico e moderno. Esiste una sorta di “schiavismo per riconoscenza”, in cui le famiglie –che finanziano il lungo e dispendioso viaggio verso l’Europa- ricevono mensilmente una fetta consistente da colui/colei che lavora nel nostro paese. Il fatto straordinario è che, una volta sicuri di ricevere quel bonifico mensile, i componenti della famiglia non si affannano più dal punto di vista lavorativo ma preferiscono stare all’ombra dei grandi Baobab a fumare.

Una mentalità che risulta un po’ endemica ed un po’ instillata dall’influenza occidentale. Già, l’occidente. Chi pensa che le colonie non esistano più solo perché ora sono “indipendenti”, non ha un quadro chiarissimo della situazione. Le coste meravigliose del Senegal sono “gestite” da aziende francesi, libanesi e siriane, così come le strutture ricettive d’alta fascia e le scuole private. La scuola pubblica è lasciata allo sbando, in modo tale che pochi possano studiare, formarsi ed informarsi.

Chi riesce a formarsi (ed informarsi) cerca di realizzarsi nella sua terra, creandosi un’opportunità (un po’ come i nostri parenti, partiti negli anni ’50 per le miniere belghe e tornati anni dopo in Sardegna con il sogno di poter creare una realtà differente a casa propria). Proprio come Bass e Babacar. Quest'ultimo lavora a Dakar per un Tour Operator (francese) e si occupa di mediazione culturale. Il suo è un lavoro creativo, totalmente creativo, inventato di sana pianta con intelligenza, arguzia e capacità. Un lavoro che gli permette di vivere e realizzarsi nella sua terra.

Proprio come Awa, la presidentessa del “Dakar Lab”. Awa e le sue socie hanno creato un laboratorio di sartoria creativa, che unisce la bellezza dei disegni africani alla moda occidentale. La loro è una bellissima realtà, creata giorno dopo giorno, con la determinazione e la volontà. Nonostante le problematiche: in Senegal non esistono fabbriche di tessuti e la materia prima deve essere importata, così come tutti i prodotti primari. L’esempio più lampante è la difficoltà nell'avviare delle risaie come ci ha raccontato l’agronomo Marco, giunto in Senegal per aiutare la popolazione a sviluppare le coltivazioni del cereale e trovatosi con le mani legate. Perché? Perché le coltivazioni permetterebbero una libertà economica che darebbe fastidio a coloro che, moderni burattinai, tirano i fili dell’economia. Oppure l’eccellente e unico Miglio Salato dell’Isola delle Conchiglie. Vi ricordate? Ve ne ho parlato nei precedenti articoli. Un cereale che cresce nel labirinto delle mangrovie, raccolto dai senegalesi, con il quale si produce un Cous Cous unico. È commercializzato, questo ben di Dio? Certo: non dai senegalesi. La vendita del Cous Cous è gestita da altre realtà, quelle che professano “Libertà, Fraternità e Uguaglianza”. In più, tutti i prodotti importati sono sottoposti a dazio. Non vi dico dove può andare questo dazio, lascio a voi la libertà di immaginarlo.

Nonostante tutto e tutti, Awa ce l’ha fatta. Nell’ottobre 2018, ha avuto l’occasione di venire in Sardegna per poter presentare le linee di abbigliamento create dal “Lab” e poter studiare diversi tipi di ricamo e tessuti tipici della nostra Isola.

Isola che ha visto nascere, vivere e lavorare Antonello, cuoco originario di Mores. Dopo la grande crisi di fine anni Duemila, Antonello si è ritrovato con pochissimo lavoro. Fino a quando non è arrivata una proposta: perché non vieni a Dakar? Antonello ci ha ragionato, ci ha pensato ed è partito, facendo un percorso di “Migrazione inversa”. Da anni vive e lavora sul lungomare della capitale senegalese, il “Ristorante del Gusto Bellavista” e –oltre che Chef- è divenuto gestore del ristorante. Considerando la difficoltà nel reperire materie prime (anche lui), Antonello utilizza prodotti italiani.

Il Senegal è una perla, una miniera di opportunità per i senegalesi in primis, per i veri proprietari di questa magnifica terra. Il “controllo” che l’Occidente impone loro, in maniera neanche tanto occulta e nascosta- impedisce lo sviluppo di realtà e di progetti. “Basterebbe” (è ovviamente un eufemismo) svincolare la loro economia e la loro moneta (ricordo che il franco CFA -la moneta ufficiale di molti stati africani ex colonie francesi- è legato al valore dell’Euro) per poter vedere uno sviluppo differente? “Basterebbe” gestire in maniera differente i flussi migratori? “Basterebbe” creare una consapevolezza maggiore e più approfondita nel popolo dei Baobab, intervenendo in maniera precisa sull’istruzione, sulla formazione, sulla specializzazione e valorizzazione del territorio, delle risorse, delle potenzialità?

La risposta non esiste, la verità assoluta meno che mai. Ogni ragionamento è avvitato, tassellato all’altro. Ogni punto di vista ha dei valori solidi e condivisibili e altri opinabili. Proprio come una scala a chiocciola, per arrivare alla fine bisogna seguire tutti i gradini.

Per me, una risposta esiste. Pensa a come siamo legati al concetto di “avere”: al possesso degli oggetti, delle proprietà, delle persone, alla rincorsa frenetica per avere ed avere ed avere ancora.

Basterebbe (e stavolta senza le virgolette) lasciar libere le persone di “essere” quello che sono, lasciarle libere di poter crescere, evolvere, sbagliare, cadere e rialzarsi, camminare e correre prima di volare.

Amare per il Piacere di farlo.

 

 

 

 

Commenti (1)

  • anon
    Antonello (non verificato)

    Grazie mille un articolo piccolo, ma GRANDE

    Saluto la mia terra e voi in particolare un abraccio

    Mag 24, 2019

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