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Senza tempo e senza età: Il piccolo principe di Antoine De Saint-Exupéry

Senza tempo e senza età: Il piccolo principe di Antoine De Saint-Exupéry

La bellezza e l’eleganza non conoscono età, non conoscono tempo e – fortunatamente – sono indefinibili e assolutamente personali. La letteratura, indubbiamente, è uno di quei settori che permette di andare oltre il tempo, l’età e i relativi vincoli, grazie alla sua capacità di tramutare le piccole cose, i piccoli gesti e i più intimi sentimenti in scritti dal valore prezioso. La letteratura consente di estraniarsi dai contesti che si vivono abitualmente, consente di vivere molteplici esistenze e di sentirsi ancora bambini. E quest’ultimo punto, più importante di quanto si possa credere, è trattato al meglio nel capolavoro di Antoine De Saint-Exupéry dal titolo Il piccolo principe, uscito il 6 aprile 1943 per la casa editrice Reynal e Hitchcock, fondata nel 1933 da Eugene Reynal e Curtice Hitchcock.

Il piccolo principe è un racconto breve, con svariati rimandi autobiografici, dotato di una intensità e una dolcezza ormai persa, capace di tenere incollati al suo contenuto persino i più restii al prendere in mano un bene di grande valore quale è un libro. Colui il quale narra le vicende mostra tantissime affinità con Antoine De Saint-Exupéry: proprio come lui, infatti, è un pilota di professione e si trova ad affrontare un momento non certo facile causato da una grave avaria, similmente all’autore che si trovò nella medesima situazione in pieno deserto del Sahara nel 1935. Questa tremenda avaria, di per sé un evento non certo felice, si rivelerà un episodio di rilevanza fondamentale grazie all’improvviso sbucare di un singolare ometto dai capelli dorati –rappresentazione del bambino che fu Antoine De Saint-Exupéry – che con insistenza esige la realizzazione di un disegno raffigurante una pecora. Proprio questo inatteso, e per questo motivo così speciale, incontro tra l’autore adulto e l’autore bambino rappresenta il fulcro narrativo dello scritto e il là dal quale scaturiranno profonde riflessioni pedagogiche ed esistenzialiste.  Il piccolo principe è il confronto e il vivace dialogo tra due facce differenti, ma complementari, della stessa medaglia. È un breviario che ricorda quanto sia necessario continuare a sentirsi – verbo dalla pienezza semantica trascurata – bambini, nonostante gli anni inevitabilmente scorrano e portino ognuno a un cambiamento inevitabile e doloroso. Cambiamento che, spesso, è meno proficuo e utile di quanto si possa ritenere. Il piccolo principe insegna che non tutto ciò che dicono gli adulti è oro che luccica, dimostra che non tutte le loro parole sono un dogma inconfutabile ma anzi: i bambini, a cui troppe volte non si dà il dovuto e giusto peso, sanno impartire delle lezioni di grande valore e cruciali per poter migliorarsi e tornare sui propri passi. Il piccolo principe insegna che ogni incontro, persino quelli apparentemente insignificanti, sono portatori di un significato e di un messaggio di cui fare tesoro. Il piccolo principe insegna a coltivare la memoria in ogni frangente, specialmente quando si cresce e si diventa adulti. Mostra il valore di quello che si è stati, mostra che ogni ideale, ogni desiderio, ogni obiettivo rappresentano una rosa che deve essere protetta da un mondo dove la cattiveria, l’opportunismo e la voglia di primeggiare- che offusca la vista del cuore e i buoni sentimenti – regnano sovrane e incontrastate.

Tra le varie figure incontrate dal piccolo principe nel corso del racconto – dedicato allo scrittore e critico d’arte francese Leone Werth, amico intimo di Antoine De Saint-Exupéry – risalta quella di una volpe, la cui profondità dei concetti espressi tocca picchi altissimi e raggiungibili da una esigua quantità di individui. Sarà proprio la volpe a trattare accuratamente tematiche come l’amicizia, la pazienza, i legami umani e la felicità da essi dettata. Una felicità di cui molto spesso ci si scorda, una felicità che per alcuni è trascurabile, presi da un insopprimibile desiderio di avere di più, sempre di più rispetto agli altri con cui si è in competizione – malsana – perenne, senza cercare uno spirito d’unione di grande importanza per una crescita interiore collettiva. La comunicazione tra il piccolo principe e l’astuto animale è di grande interesse ed emotività, oltre a significare un momento chiave per la formazione di chi scorrerà tra le sue mani il testo dell’aviatore e umanista francese De Saint-Exupéry, scomparso qualche mese dopo l’uscita del suo long seller a causa di un incidente aereo sul Mar Mediterraneo.

Il piccolo principe e il suo autore Tonio – così era soprannominato Antoine De Saint Exupéry – sono una voce che risuona nelle menti di chi ancora si sente un bambino e, magari, prova vergogna di ciò. Sono la voce ricordante che diventare grandi non obbliga, nonostante gli impegni e le crescenti responsabilità, a tramutarsi in persone seriose e incapaci di prestare ascolto a chi si ha accanto. Sono la voce che sottolinea quanto non si finisca mai di apprendere, soprattutto dai più piccoli, dalla loro fantasia e dalla loro purezza. Sono la voce che elogia i tramonti, li fa propri e raccomanda di goderne il più possibile. Sono la voce delle domande che, troppo frequentemente, ci si tiene dentro reprimendo la propria voglia di chiarezza e conoscenza.  Sono la voce che, in questo grande e ingarbugliato mistero chiamato vita, ci accarezza rammentando che – nonostante gli approfittatori, i meschini e i biechi individui con i loro improbi sotterfugi – compiere un giusto d’affetto è un onere a cui mai bisognerebbe sottrarsi. Sono la voce che si rivolge a questi adulti disgraziati che prima o poi – sarebbe preferibile prima come è facile dedurre – si spera prestino un minimo di attenzione e comprendano che a sentirsi ancora bambini non c’è nulla di errato. Fosse anche solo per un istante.

Mattia Lasio

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